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Un talento che avrebbe potuto fare e avere quasi tutto, ma che ha soltanto scalfito la superficie del successo e del riconoscimento delle sue innate qualità. Uno degli interpreti più affascinanti usciti dal Brasile degli anni ’90, una strana creatura, un istintivo del gioco capace di fare cose a metà tra Norman Bates e Francis Bacon: Djalminha, insieme ad Edmundo, rimane probabilmente il talento brasiliano puro, senza filtri e compromessi, più illeggibile ed estremo degli ultimi venti anni.

Spleen et Ideal

Nel più celebre capolavoro di Charles Baudelaire, I Fiori del male, l’autore parigino crea un’opera che segnerà in maniera indelebile l’immaginario collettivo occidentale nei decenni a venire, coltivando al tempo stesso l’ambizione di riuscire a “estrarre la bellezza dal male” e di lasciare un’immagine di sé traducibile nello stereotipo del poeta maledetto: liminale, intento a venerare i piaceri carnali della vita terrena, maturando al contempo una visione del mondo cementata su infinita sofferenza e bassezza.

Quello che diverrà a tutti gli effetti il manifesto del decadentismo ha qualcosa in comune con una visione e un’attitudine al calcio estreme, mosse da improvvisi e nervosi slanci di creazione come da rovinose cadute, moti di rabbia istintiva e una neanche troppo celata tendenza all’autolesionismo. Questo quadro a tinte cupe, spaccato però da luccicanti squarci di colore e tagli di luce, potrebbe tranquillamente essere l’autoritratto di Djalminha. Un’opera attraversata da tensione ed estasi, in violento contrasto tra loro, eppure facce inscindibili dello stesso insieme: come lo yin e lo yang.

Se in un folle universo parallelo Francis Bacon fosse ancora vivo e Djalminha fosse stato un papa, questo sarebbe il suo ritratto perfetto: funereo, distorto, destabilizzante eppure incredibilmente affascinante, mosso e ricco di luce.

Djalma Feitosa Dias è rimasto sostanzialmente celebre ad una nicchia di pubblico per il periodo in cui ha indossato la maglia del Deportivo la Coruña, cinque anni nei quali ha avuto modo di agire all’interno di un contesto il più ideale possibile per le sue caratteristiche, sia tecniche che attitudinali. Allo stesso tempo, però, non esiste – e non può esistere – una legacy di Djalminha: un giocatore sui generis, troppo discontinuo e destabilizzante per poterne tracciare una qualunque forma di eredità. Siamo davanti a un fenomeno-cult: come uno di quegli artisti capaci di estrarre un capolavoro in maniera estemporanea, per ripiombare nell’anonimato o nell’inadeguatezza poco dopo.

La stessa carriera di Djalminha è un inno all’irregolarità: dei suoi 16 anni di professionismo si ricordano soltanto sparute gemme tecniche, folli invenzioni, sghembe movenze circensi e una diffusa sensazione di estraneità verso il concetto apicale di collettivo, nonostante un clamoroso titolo di campione di Spagna col Depor. Se esistesse un museo dove ospitare una retrospettiva personale della mezzapunta paulista, sarebbe una stanza scalcinata delle dimensioni di un box auto. In perfetta sintonia con l’arte istintiva, priva di sovrastrutture, che il brasiliano ha distillato nel suo quinquennio migliore, quello speso in Galizia.

Nel periodo al Flamengo, a 22 anni, è riuscito pure ad aizzare risse in campo – a gioco in corso – per futili motivi con il compagno e idolo del tifo del Fla, Renato Portaluppi, per concludere poi la faccenda al 90° invitandolo gentilmente nel tunnel degli spogliatoi.

Dopo gli anni nella madre patria, dove si aveva la netta impressione di trovarsi davanti ad un talento purissimo – un sinistro rarefatto, incontenibile per le sue innumerevoli sfaccettature, un genietto di strada trasportato direttamente al massimo livello del professionismo senza aver perso alcun tratto genetico del suo stile di gioco durante il percorso -, accetta una chiamata inaspettata dal Giappone, a Shimizu, trasferendosi in una realtà agli antipodi sotto ogni aspetto della vita. Una scelta economica, ma al tempo stesso una decisione che – presa a 25 anni e dopo la prima convocazione con la Seleçao – suona come una disperata fuga da sé: degna di una rappresentazione drammatica da teatro kabuki.

Futebol Moleque

La sua natura e il suo talento, infatti, sono insieme croce e delizia di un soggetto difficilmente inquadrabile se non attraverso stereotipi tipici del Brasile del ‘900: Djalminha è uno di quei portatori sani del futebol moleque – il calcio fanciullo – che vive di una narrazione a sé nel paese del futebol bailado, e che è principalmente riconducibile alla mitologia di Garrincha. È un modo di porsi, sia in campo che nella vita, che richiama alla mente la pura espressione di una forma di gioia infantile, di istintività estrema canalizzata in movenze e giocate con la palla che poco hanno a che fare con il mondo irregimentato del professionismo, ma che sgorgano e traggono legittimazione direttamente dal calcio di strada e dall’immaginario popolare che questo evoca.

In una nazione complessa e oltremodo caotica come il Brasile, una delle poche fratture individuabili a livello calcistico e, conseguentemente, sociale, è quella che riconduce l’anima dell’intero paese attraverso una visione manichea: da una parte il dionisiaco – festaiolo, povero e istintivo, plasticamente rappresentato dall’Angelo dalle gambe storte Mané Garrincha – dall’altra l’apollineo – razionale, fotogenico, professionale e rassicurante: semplicemente Pelé. Solo analizzando la strana eccezione Djalminha con gli occhi di mezzo secolo fa, scoviamo un senso più ampio a cui ricondurre le ragioni di un oggetto di culto, venerato a più riprese sia in patria che in un paese assuefatto al talento calcistico come la Spagna. Djalminha è forse l’ultimo erede del dionisiaco lato sensu: l’ultimo, diseguale esponente della scuola che fa capo a Garrincha.

Dopo di lui soltanto Neymar è stato – ed è – capace di creare invenzioni simili con la palla e di avvicinare un intero popolo a quella natura naif e ludica che sta alla base del calcio inteso come gioco. Ma Neymar è al tempo stesso un fuoriclasse affermato, un brand globale, un professionista esemplare, un’icona dell’establishment pallonaro: la raffigurazione in calzettoni dell’Ordem e Progreso, la nemesi di quell’anima dionisiaca che trascina il talento puro nel campo della fascinazione del male, tra comportamenti fuori dalle righe, follie ed errori in serie, e dissipazione di un potenziale tecnico infinito. Tutte dinamiche che, al contrario, Djalminha ha sperimentato su di sé.

15 secondi che ci consegnano un master in swag tenuto da Djalminha sui campi della Liga.

Dopo il pallone d’oro brasiliano del ’96, vinto nonostante un campionato paulista con più ombre che luci per la squadra di Scolari, Djalminha arriva a La Coruña. È in Galizia, terra di confine e asprezze, che il genietto di San Paolo riesce per la prima volta a lasciare il segno a 27 anni. In un contesto che non vive di forti pressioni e di cultura del risultato ad ogni prezzo, il brasiliano riesce ad ambientarsi e a dare progressivamente sfogo alla sua personale visione del calcio: un palcoscenico da affrontare alla costante, testarda ricerca della meraviglia. La missione ultima di Djalminha corre sul fil-rouge che ci riporta a Garrincha: i suoi dribbling, i suoi tricks assurdi, le sue irriverenti, barocche lambretas appartengono al pubblico che paga il biglietto di ingresso al Riazor.

Esiste poi anche una componente di scherno, di manifesta superiorità da sbruffone da cortile nel suo gioco che lo accomuna ad altri freak assoluti come Denilson, ma al tempo stesso c’è una strana patina di nostalgia e dolore nei suoi movimenti, che lo fa somigliare più ad un chewing-gum masticato e allungato fino al massimo delle possibilità che ad un classico trequartista brasiliano. È una componente sopita e crepuscolare, che fa di Djalminha un oggetto unico, di culto.

Uno per cui perdere completamente la testa: disperarsi per scelte incomprensibili o esaltarsi per giocate non riproponibili a certi livelli e, soprattutto, in certi contesti. Perché la vera anima di Djalma si materializza improvvisa come una personalità sopita che non si può tenere a freno, proprio nei match clou. Quello che per buona parte della sua esperienza spagnola è stato il dodicesimo uomo del SuperDepor di Irureta necessita del proscenio più alto, dell’occasione da completo scuro: contro le grandi di Spagna o nei big match europei Djalminha satura il suo calcio fino ad altezze da soffocamento, dando libero sfogo al suo futebol moleque.

Non c’è bisogno di commentare troppo la lambreta in faccia a mezzo Real Madrid. Quella cosa che non è né un gol né un assist, ma che tutti ricordano. Due mondi paralleli – la purezza istintiva della strada e il massimo livello del professionismo – che si incrociano generando un wormhole.

È curioso assistere oggi al proliferare di video, compilation, gif e montaggi d’ogni sorta che chiamano in causa gesti tecnici come questo: è come se ci ricordassero la distanza siderale a cui appartengono, sia come espressione diretta di un modo di interpretare il calcio che come elemento accessorio di una figura, quella del 10 tutto estro, esagerazioni e tecnica che non ha più senso nello studiatissimo e ben più evoluto gioco attuale. Eppure Djalminha ha fatto appena in tempo a lasciare un ricordo nitido di sé, proprio grazie al fatto di essere un creativo puro in un’epoca di passaggio, quella tra la fine dei ’90 e l’inizio degli anni zero, mentre il calcio si espandeva vertiginosamente a fenomeno globale, mediatico: filmato in ogni situazione di gioco da più telecamere e angolazioni, infarcito di replay, sigle e spot ad uso e consumo del medium televisivo. Rimane così intatto – ancora oggi – il suo fascino, quello dell’eccezione.

Un giocatore che, all’apice della carriera, era visto quasi come un supersub da utilizzare se il piano gara avesse trovato complicanze o se si fosse rivelato errato. All’interno di un collettivo compatto, intenso e spinto da una tensione verticale come quel Deportivo reso celebre dal 4-2-3-1 di Irureta e da ribaltamenti di campo fulminei sfruttando la conduzione del gioco sulle fasce e la capacità nobile di Valerón nel dettare pause di gioco e creazione degli spazi da attaccare, Djalminha era l’elemento instabile, la materia altamente infiammabile che poteva incendiare il campo, sempre se in giornata o – a un livello più profondo – se in pace con se stesso.

Irureta, l’unico allenatore che è riuscito a gestire e canalizzare il talento di Djalminha, ha comunque dovuto fare i conti con la natura del brasiliano: testata durante un allenamento. Perché gli era stato fischiato un rigore contro in partitella.

C’è da aggiungere, però, che al Riazor – nonostante i numerosi colpi di testa e i sussurri mai confermati su una tendenza ad alzare il gomito fino a tarda notte -, lo amano tutti incondizionatamente, tanto da essere ribattezzato con alcuni appellativi piuttosto eloquenti: Genio, El Mago, O Dios. Sono i tre soprannomi più quotati fra i tifosi galiziani, che lo rendono una figura a sé: un organismo esterno alla squadra, un marziano sbarcato da un pianeta lontanissimo, colorato e affascinante.

La sua capacità di controllare la palla in spazi inesistenti, di riscrivere le regole del controllo orientato con primo dribbling annesso, di materializzare laser-pass spesso illeggibili per i compagni e probabilmente anche per sé e l’insistenza nel cercare di spostare avanti i limiti di ciò che il concetto di dribbling può comprendere, lo hanno elevato a selvaggia creatura mossa da un istinto di meraviglia, portatore sano di un calcio autoreferenziale spinto fino al parossismo. Djalminha è un’opera barocca, ricca di zelo manierista, che si muove all’interno di un contesto controllato senza avere una minima corrispondenza con le sovrastrutture che irregimentano il calcio europeo.

Anomalia: in un Flamengo-Santos di futsal, dove Djlaminha continua tuttora a giocare con il 10 sulle spalle, perde completamente la testa perché viene assegnato un tiro libero al Santos sull’8-7. In due minuti e mezzo nessuno riesce a calmarlo né a parlarci, nonostante il contesto da partita dopolavoristica. È come se esistessero Djalminha e insieme un suo doppelgänger che, a intervalli più o meno regolari, si materializza causando uno sdoppiamento della personalità degno della penna di Chuck Palahniuk.

Tre cose che testimoniano l’unicità di Djalminha

Chiudere un triangolo al limite dell’area, facendolo in rabona con annesso tunnel al centrale in uscita e mandando in porta il compagno: ✓.

In Brasile il cucchiaio su rigore è conosciuto con il nome di cavadinha. E Djalminha è noto come ‘O Mestre da cavadinha’, il maestro di questa particolare arte. E se non bastasse è l’unico giocatore al mondo ad aver segnato con la ‘cavadinha’ in tre stadi leggendari: contro il Milan a San Siro, contro l’Arsenal a Highbury e contro il Real Madrid al Bernabéu. Livello di follia ed epicità?

Parafrasando Newton: ad ogni grande creazione di Djalminha corrisponde una reazione uguale e contraria. Contro il Celta Vigo condensa in un minuto tutto il basso e il trash del suo repertorio. Mostovoi lo sfiora in corsa sulla schiena, allargando impercettibilmente il gomito: Djalma vola giù come trafitto da una raffica di mitra, Mostovoi ride e allarga le braccia verso l’arbitro come a dire: “Vedi, dai, è matto”; il brasiliano si avvicina e lascia andare uno schiaffetto non-sense e inutile al #10 del Celta, reagendo poi come se fosse stato colpito a sua volta. Infine, incassato il rosso, stringe la mano all’arbitro e si congratula prima di lasciare il campo tra gli improperi di compagni e avversari. Puro dadaismo.

In definitiva, si può decidere di rifiutare Djalminha, pensare che rimanga un freak o uno sbruffone da garbage time; oppure abbracciarlo nelle sue variegate sfaccettature e comprendere fino in fondo la sua natura di splendido incompiuto, di stravagante anomalia prestata al calcio.