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“Questa è la Milano che m’ingoia, principessa della paranoia”. (Casino Royale – Ogni singolo giorno).

L’inizio del buio. Così s’intitola un libro di Walter Veltroni, uscito nel 2011, nel quale l’ex segretario del Partito Democratico rifletteva sugli ultimi trent’anni del nostro paese, travolto dal disincanto, dal ripiegamento individualista e da una spettacolarizzazione mediatica portata all’eccesso. Secondo la lettura che ne dà Veltroni, “l’inizio del buio” ha una data ben precisa: 10 giugno 1981, spartiacque tragico e straziante, testimone involontario di un punto di non ritorno.

Quel giorno, quasi negli stessi istanti, si verificano due eventi destinati a rimanere impressi per sempre nelle coscienze collettive della nazione. Uno riguarda la lacerante agonia del piccolo Alfredo Rampi, caduto accidentalmente in un pozzo nella campagna romana ed estratto senza vita dopo quasi tre giorni di tentativi, errori e baracconi; l’altro, meno noto, ma altrettanto inquietante, ha a che fare con gli ultimi colpi di coda delle Brigate Rosse e di un terrorismo fiaccato dalle divisioni e dalle conseguenze del sequestro Moro.

Roberto Peci ha 25 anni, lavora come antennista a San Benedetto del Tronto e ha una moglie incinta al quinto mese; è il fratello di Patrizio Peci, membro della colonna di Torino delle Brigate Rosse, il primo “pentito” nella storia dell’organizzazione terroristica. Come ritorsione nei confronti del fratello “infame”, l’incolpevole e incensurato Roberto viene rapito dalle BR, tenuto in ostaggio in un appartamento di Roma e giustiziato dopo 55 giorni; una prigionia che per durata e metodo ricorda proprio quella dell’onorevole Moro. Un’azione di rivalsa sui parenti, un’esecuzione in stile mafioso mai sperimentata prima dal terrorismo rosso e che ne segnerà l’inevitabile declino.

E pensare che, a differenza del fratello, la deriva ideologica e violenta non aveva mai attratto il giovane Roberto; la sua unica e indiscussa passione era la Sambenedettese. Tre giorni prima di essere rapito, l’ignaro Peci stava, come spesso in quegli anni, sugli spalti del vecchio stadio “Ballarin” a tifare per la squadra rossoblù. Era il 7 giugno 1981 e la Sambenedettese ospitava il Matera per la partita che valeva la promozione in serie B. Alle 17, orario d’inizio della partita, da una curva sud gremita e ribollente d’entusiasmo, si alzano quasi sette quintali di striscioline di carta; una coreografia imponente e festosa per una domenica che tutta la città si aspetta unica e memorabile.

All’improvviso, una fiammata si alza dalle gradinate, prende forma, s’ingrossa; il vento caldo che sale dall’Adriatico alimenta il fuoco e nel giro di pochi secondi la curva del “Ballarin” si trasforma in prigione soffocante e inespugnabile. Muoiono due giovani ragazze, Maria Teresa Napoleoni di 23 anni e Carla Bisirri, di 21; oltre cento i feriti, molti dei quali con ustioni gravi su tutto il corpo.

Sono impressionanti i video e le immagini di quella giornata, che anticipa di qualche anno un altro tragico rogo in uno stadio di calcio, quello inglese di Bradford nel maggio del 1985, poche settimane prima dell’Heysel. La partita si gioca, un surreale 0-0 basta alla Sambenedettese per conquistare la serie B nella domenica più triste della sua storia; alla guida di quella squadra c’è un autentico profeta delle promozioni come Nedo Sonetti, a difendere i pali un 21enne venuto dalla periferia di Milano, di nome Walter Zenga. E non poteva che essere lui, con il suo navigato stile polemico e irriverente, a riportare in vita almeno la memoria di quella giornata afosa di inizio giugno, a tessere il filo dei ricordi di una tragedia dimenticata troppo presto.

“Come faccio a dimenticare… Non c’è giorno che passi senza un pensiero rivolto a quel giorno, a quelle povere ragazze. Una aveva la mia età. Ho quella foto, la tengo nel cassetto. La guardo spesso e non riesco a darmi pace. Semmai mi chiedo come mai nessuno parli di quella tragedia. È una vergogna.”

A modo suo, Zenga è tornato sull’episodio nel corso di un’intervista concessa alla Gazzetta dello Sport nel 2016, mentre a San Benedetto impazzava un dibattito intorno alla demolizione del vecchio stadio. Lui, naturalmente, non ha mai avuto dubbi: rimuovere l’impianto significherebbe anche perdere la memoria di quel che è stato, e con il suo consueto tono sfacciato e sincero ce lo ha voluto ricordare.

Del resto, se c’è una caratteristica che ha contraddistinto il portiere italiano più amato e odiato degli anni Ottanta e Novanta, quella è sempre stata la schiettezza, la volontà di andare oltre le righe, di rifuggire provocatoriamente dal conformismo dilagante. Una vita passata a dire e fare quel che gli altri non si aspettano, fregandosene dei giudizi benpensanti, con l’aria spavalda di chi, anche dalle rovinose cadute, sa comunque trarre vantaggio. Questo è stato, e in fondo continua a essere, Walter Zenga, sin da quando falsificò la data di nascita, spacciandosi per uno del ’59 anziché del ’60, perché a meno di dieci anni non si poteva giocare partite ufficiali.

Nato in fondo a Viale Ungheria, in quel pezzo di Milano tra Forlanini e Mecenate, fatto di officine, vecchie rogge, palazzi tirati su in sequenza a certificare l’espansione della città che si mangiava via via la campagna, Zenga iniziò a parare nella gloriosa Macallesi, la squadra espressione di quel quartiere vasto e solitario della periferia est; per i ragazzi del luogo, quello era il sogno, l’ambizione più grande, l’immaginario più vicino e concreto da realizzare.

Nel 1971, a undici anni, il suo talento precoce incrocia lo sguardo attento e riservato di Italo Galbiati, uno dei personaggi chiave del calcio milanese e italiano degli ultimi quarant’anni; proprio lui, che in seguito legherà il suo nome al Milan e alle epopee vincenti di Arrigo Sacchi e Fabio Capello, di cui sarà fedele e fidato vice, scopre quel bambino scapigliato mentre batte i campi dell’hinterland in qualità di dirigente del settore giovanile dell’Inter. Per il piccolo e già scaltro Walter, si spalancano le speranze dei pulcini nerazzurri.

Il suo è il cursus honorum classico del giovane campione in erba dell’epoca; resta tra i giovani dell’Inter fino al 1978, poi, al conseguimento della maggiore età, inizia la lotteria dei prestiti nelle serie minori. Finisce così a Salerno, in serie C1, come portiere di riserva, sotto la guida di Tom Rosati, un tipo eccentrico e passionale, che il presidente della squadra campana apostrofa tranquillamente in tv come uno “zoticone”; una definizione che forse, al sanguigno Rosati, piace persino e che non fa nulla per smentire, passando anche alla storia per il ceffone mollato a un suo giocatore qualche anno dopo, ai tempi del Pescara. In un certo senso, per baldanza e spericolatezza, una sorta di alter-ego di Zenga, l’anteprima ruspante e decisamente meno glamour di quel che il portiere di viale Ungheria riserverà al circo mediatico un decennio dopo.

Nonostante l’intesa con Rosati, l’esperienza di Salerno è traumatica e devastante; Zenga esordisce alla quarta giornata in casa contro il Campobasso e prende quattro gol senza appello. Torna in panchina, macerato da chissà quali pensieri e riemerge all’undicesima nel derby di Pagani, parando un rigore che vale la vittoria per i granata e conquistando il posto da titolare anche la domenica successiva contro il Pisa. Per Zenga, l’occasione si trasforma in incubo; due errori grossolani in poco più di dieci minuti che spianano la strada ai toscani e lui, solo e smarrito, che esce dal campo in lacrime incapace di reggere la pressione. Il pubblico cerca di difenderlo, lo acclama, ce l’ha con Rosati e non certo con questo incolpevole giovane portiere catapultato in una situazione di tensione ingestibile; il tecnico viene esonerato a fine gara e il suo giovane gioiello torna a fare la riserva fino alla fine del campionato. Zenga in lacrime ai tempi della Salernitana (stagione ’78-’79)

Al termine della stagione, scende di categoria e va al Savona in C2, poi l’occasione di San Benedetto del Tronto, con la promozione segnata dal dolore e una discreta annata in serie B che gli vale il ritorno a Milano. All’Inter, nella stagione 1982-83, diventa il secondo di Ivano Bordon, uno che secondo, in nazionale, lo è stato per una vita, ma almeno è tornato dalla Spagna col titolo di campione del mondo. Zenga lo supererà, nel cuore degli interisti e negli almanacchi degli azzurri, ma cadrà sul più bello, senza pareggiarne l’impresa.

È Rino Marchesi a lanciarlo in Coppa Italia, ma è con Gigi Radice dalla stagione successiva che diventa titolare, icona e simbolo della Milano nerazzurra. Dopo Radice, Castagner e infine Trapattoni; nell’estate 1987, dopo quattro stagioni ad alti livelli ma nessun successo, sembra sul punto di andarsene. Dissidi economici, mettono in giro le malelingue, questioni tecniche dicono altri; forse, a dire il vero, sembra non credere nella gestione Pellegrini, così diversi per estrazione, concezione, anche ambizioni.

Nella ‘Milano da bere’ degli anni Ottanta, Zenga incarna il prototipo dell’atleta come star moderna, mediatico sotto tutti i punti di vista, persino troppo. Conduce un programma su Odeon TV insieme alla moglie Roberta Termali e a Fabio Fazio e polemizza con Berlusconi che vieta ai giocatori del Milan di parteciparvi. Forza Italia, si chiama la trasmissione; anticipatore di tendenze, quello sì, lo è sempre stato. Già, Berlusconi; se sulla sponda rossonera è il presidente ad assumere su di sé la funzione di icona pop della squadra, dall’altra parte Zenga risponde colpo su colpo, comunicatore sfrenato e irresistibile, spesso inappagato, come un Don Chisciotte respinto dall’ipocrisia imperante.

Zenga è l’Inter, in quegli anni. Anima, orgoglio, frustrazione, trionfi. Lo scudetto dell’89, quello dei record, passa alla storia per l’apporto dei tedeschi Brehme e Matthäus, ma pochi ricordano i soli 19 gol subiti; ci vorrà l’ultimo Milan di Capello per vedere di meglio. È il suo momento d’oro; oltre al campionato, il triennio 1989-1991 gli riserva per tre volte consecutive il premio di miglior portiere dell’anno al mondo e la prima Coppa Uefa, in finale contro la Roma.

Ha in mano il suo destino, il ragazzo ribelle di viale Ungheria; forte, deciso, sfrontato, circondato dall’affetto dei tifosi e dalle attenzioni di tante, troppe donne. Sembra una favola davvero destinata a non finire mai; non te lo riesci a immaginare che invecchia, che sbaglia, che arranca, giovane per sempre come cantava un pezzo cult di quegli anni turbolenti e scintillanti.

Manca solo una ciliegina da posare; il mondiale di Italia ’90 è a portata di mano, nulla cospira contro la nazionale padrona di casa. E invece, qualcosa s’inceppa; Zenga non subisce gol fino alla semifinale, poi calcola male un’uscita sul cross morbido di Olarticoechea. La storia è nota: lui e Riccardo Ferri quasi si ostacolano, la chioma di Caniggia sfiora la palla quel poco che basta per mandarlo fuori tempo e vederlo imprecare, un po’ consapevole e un po’ arrogante, con l’aria di chi sa cosa lo aspetta. Ha lo sguardo di chi si prepara a parare i tiri più complicati, quelli della stampa, della critica, di quella metà del paese che non lo ha mai sopportato e non vede l’ora di dargli addosso.

Prova a difendersi, ma il suo destino in nazionale è segnato. Con l’addio di Vicini e l’arrivo di Sacchi, la bocciatura è ormai solo una formalità; il ‘milanista’ di Fusignano non lo ama, non lo vede come terminale difensivo di un calcio che cambia e gli preferisce Pagliuca, che poi ne prenderà il posto anche all’Inter. Ai giornalisti che gli chiedono un commento, lui risponde a muso duro, ironico e tagliente, come sempre; abbassa il finestrino dell’auto, alza il volume dell’autoradio e canticchia la hit pop del momento, “Hanno ucciso l’uomo ragno”.

Geniale, anarchico, tracotante; fedele a sé stesso prima ancora che al personaggio che si è cucito addosso. E poi, quel controverso 1994: a febbraio, la ‘papera’ contro la Lazio che costa l’esonero al mite Bagnoli, l’uomo della Bovisa, un altro figlio della Milano operaia divorata dalla nebbia e dalla modernità. E ancora, il fantasma di Pagliuca sulla sua strada; il 17 aprile del 1994, a Marassi contro la Sampdoria, sempre più inquieto, sbaglia partita, colleziona un paio di errori che affossano un’Inter sull’orlo della retrocessione e di una crisi di nervi. L’incubo di Salerno riaffiora, la voglia di mollare tutto ritorna; persino tra i tifosi nerazzurri c’è chi non lo difende più, vorrebbe mettergli le mani addosso, gli urla di levarsi per sempre la maglia che ha difeso e onorato per tutta una vita.

Non può finire così. C’è qualcosa di eterno nella storia dell’Inter, di letterario; è quel sentimento di bonarietà e generosità che ben distingue la raffinata borghesia meneghina, quella della ‘Milano col cuore in mano’, che in fondo non ti castiga, non ti uccide, ti dona sempre un’altra possibilità purché tu sia abile a coglierla. È un segnale, un modo d’essere; nulla è mai perduto fino in fondo, nemmeno nei momenti più bui. Questo ha permesso ai tifosi interisti di sperimentare un modo di concepire il calcio che può apparire stucchevole, è vero, ma che li ha sempre salvati dall’abbandono, dal cinismo albergante altrove.

E allora, ecco la sua rivincita, il suo ultimo atto d’eroismo. Nemmeno un mese dopo, l’11 maggio, si presenta la possibilità per i nerazzurri di salvare una stagione fallimentare; a San Siro scende il Salisburgo per la finale di ritorno di Coppa Uefa. Zenga carica su di sé trionfi e cadute, vittorie e delusioni di una carriera e para l’imparabile; da ogni anello del Meazza è un tripudio di acclamazioni e atti d’amore, di quelli che durano per sempre. “Un Walter Zenga, c’è solo un Walter Zenga”. Quanto basta per andarsene via col sorriso beffardo di chi ne sa sempre una più del diavolo, bisogna solo saper aspettare.

Lascia la maglia nerazzurra dopo dodici stagioni; va a Genova, sponda blucerchiata, quasi a voler conquistare quei cuori che battevano per il ‘nemico’ Pagliuca, ma dopo due annate difficili non rientra nei piani societari e lo accompagnano alla porta. Allora Padova, poi a chiudere la carriera negli Stati Uniti, con il New England Revolution, anticipando l’esodo oltreconfine di tanti altri campioni italiani che ne seguiranno la strada di lì a poco.

Riappare come Postino nella trasmissione di Maria De Filippi, senza che la cosa gli suoni come un malinconico tramonto, poi a Milano per allenare i dilettanti del Brera, perché in fondo il richiamo ancestrale della sua città non lo lascerà mai davvero. Ma è solo un pretesto, un trampolino, una prova per un progetto più complesso, ambizioso, perfettamente ritagliato su di lui: quello di giramondo del pallone, uno ‘zingaro’ della panchina lontano dai nostri riflettori, forse, ma non dalle polemiche e dagli eccessi: Bucarest e Belgrado le due tappe fondamentali, con rispettive vittorie, ma anche tensioni incrociate per via di una moglie romena (la terza della sua vita) che non ama i serbi e rischia di inguaiarlo.

Poi, esperienze tra gli sceicchi arabi, dove riesce perfino ad allenare ben quattro club diversi del campionato degli Emirati Arabi Uniti; a pensarci bene, solo lui poteva riuscirci. Prova anche con la Premier League, nel 2016; arriva a Wolverhampton in agosto e dichiara “L’Inter è la mia vita”; a ottobre, dopo quattordici giornate, sedici punti e nuove incomprensioni, viene esonerato.

Ma in tutto questo girovagare, c’è sempre un ritorno, un tentativo di mettere radici, alla ricerca di un ruolo da profeta in patria che ancora gli sembra precluso; ci ha provato più volte anche prestando il commento alle telecronache della Rai, spesso sul confine tra compostezza e goliardia, ma poi è al richiamo del campo che non riesce a resistere. Catania, Palermo, Sampdoria; qualche soddisfazione e, ancora una volta, tante pressioni, polemiche, litigi con la stampa e i presidenti.

Come quando battibecca in diretta con il giornalista Enrico Varriale che, sornione, lo aveva pugnalato rivangando l’episodio sportivo che Zenga non ha mai digerito e che gli italiani non gli hanno mai perdonato, proprio l’uscita ‘a vuoto’ su Caniggia ai mondiali del ’90; e lui, con la stessa aria di chi ha imparato a difendersi in strada, tra i viali e i casermoni della Milano proletaria, che spara nel mucchio, aizzando minacce velate.

“Si domandi perché l’hanno messa lì”, e ancora “Sto tremando dalla paura, Varriale. Che paura che mi fa Varriale”, con quel modo di fare di chi, comunicatore per indole e necessità, sembra quasi non distinguere informazione e intrattenimento; o forse sì, e proprio per quello ci gioca e ci sguazza, mentre gli altri se la prendono e deplorano, stigmatizzano e condannano.

O come quando risponde piccato a Ferrero, presidente della Samp, che non aveva dimenticato la brutta sconfitta 0-4 nei preliminari di Europa League contro il Vojvodina, il club del maestro Boskov; Ferrero lo punzecchia, a un anno di distanza, complimentandosi velenosamente per le sue doti di commentatore televisivo rispetto a quelle di allenatore e lui replica sullo stesso terreno: “Come al solito si conferma per quello che è… Dovrebbe tornare al suo lavoro, il cinema”.

Così era e così è rimasto; antipatico, ma autentico, sfacciato eppure genuino. E insofferente, in quel ruolo di voce tecnica della nazionale per la Rai che ha saputo ritagliarsi; e senza Italia ai Mondiali, c’era da aspettarsi il suo ennesimo ritorno in panchina, che arriva due settimane dopo l’eliminazione degli Azzurri.

Riparte da Crotone, nel dicembre del 2017; un’altra tappa al sud, un’altra sfida complicata, ma c’è da credere che, ancora una volta, per chi ha perso l’innocenza dentro uno stadio che bruciava e inghiottiva giovani vite, non ci sarà niente d’impossibile e traumatico. E se quel cerchio che si chiama Inter non dovesse chiudersi, pazienza; tornerà a girovagare, senza rancori, oltre le righe. Con quel pizzico di follia di chi si sente e si sentirà per tutta la vita forever young.