11 min read

Passeggiando per le strade di Siviglia, all’ombra dei magnifici aranci nel barrio Santa Cruz o sorseggiando un bicchiere di tinto de verano seduto ad un tavolino di un bar in Calle Betis, sulle sponde del Guadalquivir, risulta difficile non notare uno strano simbolo che viene riproposto un po’ dappertutto, formato dalle sillabe NO e DO separate da una corda legata a forma di 8.

NO8DO – per intenderci – non è altro che lo stemma della città, una sorta di rebus che nasconde una storia molto interessante. Nel XIII secolo il re Alfonso X trovò riparo nel capoluogo andaluso dopo che una serie di pessime scelte finanziarie gli fecero perdere la corona in favore del figlio. Tra l’ex sovrano e la città si creò un legame talmente forte da diventare lo stemma della città stessa.

In spagnolo, infatti, la parola “nodo” si traduce in “madeja” e il simbolo della città si legge quindi “NO MADEJA DO”, espressione fonetica della frase “no me ha dejado” – in italiano “non mi ha abbandonato” – chiaro riferimento alla fedeltà che Siviglia mostrò nei confronti di Alfonso X.

Ma nonostante il gioco di parole funzioni – in maniera estremamente casuale – solo in italiano, si ha la netta sensazione che per forza di cose sia necessaria la presenza di un enorme nodo metaforico capace di tenere legata l’affascinante ridondanza della cultura sivigliana, dal flamenco di origini gitane agli edifici lasciati in eredità dagli arabi, dalla Semana Santa alla Feria de Abril, dalla storia che si respira a Plaza de España alle prelibatezze della gastronomia locale. In realtà questo enorme nodo esiste e risponde ad un termine ben preciso: fútbol.

Tutto in città sembra ruotare attorno al calcio e a differenza di altre città spagnole, nelle quali parte della popolazione tifa o simpatizza Barça o Real Madrid, nel capoluogo andaluso il senso di appartenenza è fortemente radicato: se sei di Siviglia, o tifi Sevilla o tifi Betis. Niente mezze misure, o bianco o nero. Anzi, o rosso o verde.

Alcuni frangenti del Gran Derbi possono ricordare da vicino Guernica di Pablo Picasso.

Quello di Siviglia è senza ombra di dubbio il derby più sentito di Spagna e uno dei più appassionanti di tutta Europa, ma per aver ben chiaro cosa significhi veramente il calcio a Siviglia è necessario un salto indietro nel tempo, provando a far luce sulla storia dei due club e scavando in profondità fino alle radici della loro rivalità.

Radici

La data della fondazione del Sevilla Fútbol Club, avvenuta il 25 gennaio 1890 grazie ad un gruppo di ragazzi figli di dottori inglesi, fa del club biancorosso il più antico di Spagna. All’epoca, però, gli spagnoli sono ancora ignari dell’esistenza di questo nuovo sport nato in Inghilterra e di conseguenza i ragazzi sono costretti a giocare tra di loro, senza poter organizzare vere e proprie partite. Quindici anni più tardi il governatore della città approva lo statuto e la società biancorossa viene finalmente registrata: il 14 ottobre 1905 nasce ufficialmente il Sevilla Fútbol Club.

«Cuentan las lenguas antiguas que el 14 de octubre nació una ilusión, su madre fue Sevilla y le prestó su nombre y para defenderlo le dio a una afición…»

Nel frattempo, proprio grazie agli inglesi, il calcio si diffonde per le strade di Siviglia e nel 1907 un gruppo di studenti della escuela politécnica inizia a disputare qualche partita amichevole. La squadra, coniando un nuovo termine ricavato dalla parafrasi dell’espressione inglese, decide di chiamarsi Sevilla Balompié (Balom=ball; pié=foot), cercando di distinguersi il più possibile da quegli inglesi altezzosi ed aristocratici del Sevilla FC.

Il primo scontro diretto del quale si hanno notizie certe tra la squadra del Barrio Nervión e quella del Barrio Héliopolis è un’amichevole che risale al 28 novembre 1909, al termine della quale il Balompié esce vincitore, mentre il primo derby ufficiale, valido per il campionato andaluso, finisce a reti inviolate. Nel dicembre 1914, a seguito di una fusione con una terza società, il Sevilla Balompié prenderà la denominazione attuale, Real Betis Balompié.

Alti e bassi dei betici

La supremazia che il Betis dimostra nei suoi primi anni di vita è destinata a non durare, in quanto a causa di gravi problemi finanziari ha inizio quello che fino ai giorni nostri sarà il leitmotiv balompedista, ossia una serie infinita di alti e bassi che vanno dalla vittoria della Liga durante la Feria de Abril del 1935 all’orlo del precipizio che nel 1946 li vede sprofondare in terza divisione.

Gioie e disgrazie che segnano la storia del club e temprano l’amore dei tifosi verdiblancos, i quali negli anni ’40 sono costretti ad assistere impotenti allo strapotere del Sevilla, che nel 1946 vince la Liga grazie ad una linea offensiva straripante, soprannominata “stukas”, come i micidiali velivoli da guerra tedeschi che in quel periodo sferzavano sinistramente i cieli d’Europa.

Il Benito Villamarìn: la casa del Betis porta il nome del suo più famoso presidente.

Dal 1958, grazie alle cure del neo presidente Benito Villamarìn, il Betis evita il fallimento e nel giro di pochi anni riesce a tornare a galla, in prima divisione, anche se ben presto è costretto a staccare nuovamente un biglietto per una corsa sulle montagne russe, che porta i verderones dalla retrocessione del 1966 alla conquista della Copa del Rey del 1977. Un’altalena di emozioni che farebbe venire le vertigini a qualsiasi tifoso, ma non ai sivigliani di Héliopolis, i quali nelle difficoltà si sentono a loro agio come un salmone controcorrente; si esaltano e si fortificano, si temprano, lottano.

Caduta e rinascita sevillista

Dall’altra parte della città, invece, i sevillistas prediligono navigare in acque più tranquille, proprio come un tempo facevano le navi che dalle Americhe risalivano il Guadalquivir, ed è molto probabilmente per questa abitudine a tenere i pericoli a debita distanza che il terremoto di fine anni ’90 mette fortemente in discussione tutte le loro certezze.

In quegli anni, infatti, la situazione economica e strutturale della società è a dir poco disastrosa e i risultati sul campo ne sono lo specchio. Al Sanchez Pizjuan regna il caos: il Sevilla entra nel periodo più grigio della sua lunga storia e va incontro ad un’inevitabile retrocessione. Dopo due stagioni i rojiblancos centrano la promozione, illudendosi che quella che intravedono in lontananza possa essere la luce in fondo al tunnel, salvo sprofondare nuovamente l’anno seguente, permettendo a quelli del Betis di tornare a guardarli dall’alto verso il basso.

Ma quello che sembrava un impenetrabile muro di nebbia si rivela essere in realtà solamente un po’ di semplice foschia. Il neo presidente Roberto Alés prende in mano le redini della situazione e grazie a quello che egli stesso definisce un “metodo tedesco” i conti tornano a quadrare e la società è finalmente libera di porre le basi per un progetto a medio-lungo termine.

Monchi, ex estremo difensore del club nervionense, si toglie i guantoni e riveste la carica di direttore sportivo, iniziando a costruire una rosa competitiva seguendo la politica del “hombres y no nombres”, uomini e non nomi. Grazie ad una fitta e capillare rete di scouting, infatti, riesce a portare a Siviglia giocatori semi sconosciuti – Julio Baptista e Dani Alves, solo per citarne un paio – che rivenderà a prezzi elevatissimi, creando plusvalenze tali da risanare le casse del club. Il Sevilla FC è precipitato ed ha toccato il fondo, ma non si è dato per vinto ed è riuscito a rialzarsi, riuscendo addirittura a qualificarsi per la Coppa Uefa 2005/06.

Alcune delle plusvalenze nette registrate dal Sevilla grazie a Monchi (via goal.com)

Sul Sanchez Pizjuan è tornato a splendere il sole e l’anno del centenario è stupefacente: in coppa, dopo aver passato senza troppi patemi il proprio girone, il Sevilla elimina Lokomotiv Mosca, Lille, Zenit e Schalke 04, per poi alzare la coppa ad Eindhoven, dopo aver spazzato via il Middlesbrough con un perentorio 4-0. Non soddisfatti, i Rojiblancos umiliano 3-0 il Barcellona al Louis II di Montecarlo e si aggiudicano anche la Supercoppa Europea.

Ma il Sevilla è affamato e non ha la minima intenzione di accontentarsi. L’anno successivo, infatti, riesce nell’impresa di bissare il successo europeo e una settimana dopo aggiunge una Copa del Rey ad una bacheca che era rimasta chiusa a chiave da tanto, troppo tempo.

Attriti

Il primo vero e proprio screzio tra le due tifoserie avviene pochi anni dopo la nascita dei due club. Nel 1914 arriva in città un giovane calciatore dotato di un gran talento che sembra destinato al Sevilla FC. Al momento del tesseramento, però, accade l’impensabile. Il giocatore è fortissimo, ma secondo la maggior parte della dirigenza rojiblanca ha un “difetto”: è figlio di un operaio, particolarità inaccettabile per un gruppo di aristocratici.

Il tesseramento salta, creando non pochi dissapori interni, tant’è che un gruppo di dirigenti decide di abbandonare il Sevilla FC e di dar vita ad una nuova società calcistica, battezzandola Betis Fútbol Club, in onore del nome che il Guadalquivir portava all’epoca dei Romani. In breve tempo la nuova squadra si avvicina al Sevilla Balompiè, finché nel dicembre 1914 i due club, accomunati dall’odio nei confronti del Sevilla, decidono di fondersi, dando vita al Real Betis Balompiè che conosciamo oggi.

Una delle tante dicerie al confine tra leggenda e realtà che aleggiano attorno alle radici di questa rivalità narra che un dirigente del Betis, ex del Sevilla, si presentò presso gli uffici della sua vecchia società, consegnando una bacinella di ceramica bianca con una sottile linea rossa sul bordo, all’interno della quale lasciò un messaggio: «Vi lasciamo in dono questa bacinella, in modo che possiate raccogliere tutte le lacrime che verserete da qui in avanti, non per le vostre sconfitte, bensì per i nostri successi». Sembra nascere da questo aneddoto uno degli appellativi con il quale vengono tuttora definiti i tifosi del Sevilla: palanganas, bacinelle.

Il secondo evento che alimenta le fiamme della rivalità tra le due tifoserie è datato 1945, anno in cui il Betis, decimato dalla crisi economica e dalla guerra civile, si vede costretto a cedere agli acerrimi rivali uno dei suoi giocatori più esperti, il centrale difensivo ed idolo dei tifosi Francisco Antunez.

Il popolo betico insorge, minacciando caos e disordini al celebre grido che diventa ben presto il loro motto: «¡viva er Betis manque pierda!», che parafrasato – anche se non propriamente alla lettera – suona più o meno come un “preferiamo sprofondare negli inferi piuttosto di vedere un balompedista con la camiseta rojiblanca”. Tutto inutile: l’anno seguente il Sevilla vincerà la Liga, anche grazie alle ottime prestazioni di Antunez.

El Gran Derbi

Tornando a tempi più recenti, risulta facile elencare alcuni tra i derby più accesi che si ricordino. Due su tutti sono quello del 2002/03 e quello in coppa del 2006/07: durante il primo una guardia giurata viene aggredita con una stampella da un tifoso del Betis, mentre il secondo viene ricordato per una folta pioggia di oggetti lanciati in campo dagli spalti del Benito Villamarin, tra i quali una bottiglia da due litri che prende in pieno e ferisce vistosamente Juande Ramos, allenatore del Sevilla.

Gli ultimi anni sono sicuramente tra i più dolci per i Biris – gli Ultras del Sevilla – e tra i più amari per i Balompedistas, che sono stati costretti ad assistere ad una nuova epopea europea degli odiati cugini biancorossi, che per tre stagioni consecutive hanno vinto la neonata Europa League, festeggiando nella fontana di Puerta de Jerez un traguardo mai raggiunto da nessuna squadra al mondo, passando dagli abissi al tetto d’Europa in meno di sei anni.

Eppure, durante la settimana del derby sembra che tutto ciò che è successo nell’ultimo secolo valga meno di zero e che l’unica cosa che veramente conti sia vincere quella singola partita, come se fosse una questione di vita o di morte. Quando si affrontano Sevilla e Betis, in campo scendono ventidue giocatori affamati che corrono per 90 minuti ed entrano su ogni pallone con una cattiveria agonistica ben oltre la media, più simile a quella tipica dei derby sudamericani che europei. A differenza delle classiche partite spagnole, inoltre, il tifo sugli spalti è assordante, mentre il gioco in campo trasuda garra, con raffiche di cartellini gialli e, spesso, rossi.

Un breve condensato di tipici scambi di cortesie da derby andaluso.

La forma con la quale le due squadre si presentano al primo derby di questa stagione, però, è notevolmente diversa. Dopo un avvio ben al di sopra delle aspettative, il Betis ha raccolto solo 5 punti nelle ultime 8 partite, precipitando al quattordicesimo posto in classifica. Il Sevilla, invece, è sempre rimasto costantemente al quinto posto, marcando a uomo la zona Champions, anche se il forzato cambio d’allenatore – Montella al posto di Berizzo – potrebbe mutare gli equilibri all’interno dello spogliatoio biancorosso.

Stasera, quando il Sanchez Pizjuan indosserà il suo vestito di gala, come puntualmente accade da decenni, tutto questo non avrà la benché minima importanza. Il percorso intrapreso finora dalle due squadre si smaterializzerà e nessuno si ricorderà delle otto lunghezze che separano le due squadre in campionato.

Passato e presente.

Il carisma di Joaquín contro la rapidità di Jesus Navas; le idee filo-iberiche di Montella contro l’intensità e la verticalità di Quique Setién; Sevilla contro Betis, ancora una volta. Un’infinità di emozioni legate dallo stesso nodo che, da secoli, riesce nell’impresa di tenere unita tutta la magia che si respira per le strade della capitale andalusa.