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Manuel Briñas ha 84 anni, porta degli occhiali da sole scuri, capelli e baffi sono bianchi da tempo. Cammina appoggiato a un bastone e lo si può sempre trovare al Vicente Calderón quando gioca l’Atlético Madrid. Alla fine di ogni partita attraversa in silenzio il tunnel che porta al parcheggio sotto la tribuna dove i giornalisti aspettano i giocatori, telecamere pronte e microfoni in mano. Il 6 febbraio 2016 sono lì come sempre, però questa volta aspettano lui. Briñas costeggia il campo percorrendo il solito tragitto, ma qualcuno lo sta cercando.

“Stavo andando a casa quando ho sentito una mano sulla spalla”, racconterà poi, la voce rotta dall’emozione. “Mi sono voltato ed era Fernando Torres. Mi ha sussurrato: ‘Questa è per te, mi hai fatto amare i nostri colori. Ti ringrazierò per il resto della mia vita’”. Alla fine della partita vinta contro l’Eibar per 3-1, i giocatori hanno ringraziato i tifosi per poi allontanarsi, Torres invece è andato a cercare Manuel Briñas, l’allenatore che lo ha scoperto. “Volevo essere sicuro che non se ne fosse andato. Per fortuna non è stato così”. Fernando ha abbracciato il vecchio amico, si è tolto la maglietta e gliel’ha consegnata.

“Nessuno sarebbe stato più fiero di averla. È la persona che ha reso possibile la mia presenza qui oggi, il mio gol numero 100 con questa maglia. Lui mi ha detto che ce l’avrei fatta”. Torres incontra il suo scopritore per la prima volta quando ha 10 anni e, accompagnato da suo padre e da suo fratello Isra, si presenta per un provino con altri 200 bambini sui campi del Parque de las Cruces, nel distretto di Carabanchel. Briñas stava ricostruendo il settore giovanile dei colchoneros dopo la gestione fallimentare di Jesús Gil.

Si giocano partite 11 contro 11 per venti minuti, alla fine Briñas indica Fernando e dice agli altri allenatori presenti: “Dategli 10, anzi, 10 e qualcosa in più”. Così Manuel ricorda quel momento: “Il ragazzo con la capigliatura bionda e le lentiggini era il migliore tra i quaranta bambini che vennero richiamati per il secondo provino”.

Il primo gol in prima squadra del biondino sarebbe arrivato nel 2001, in Segunda División, nel momento peggiore della storia dei colchoneros. Il suo gol numero 100 arriva quando Torres è vicino al trentaduesimo compleanno, in uno dei momenti più belli della storia dell’Atlético. Da venti partite l’attaccante è fermo a quota 99, quando finalmente, al novantesimo minuto della sfida contro l’Eibar, l’importante traguardo diventa realtà.

Il sollievo appartiene a tutto un popolo, che stava aspettando con pazienza il figlio prediletto. I tifosi colchoneros lo amano perché è uno di loro, perché dopo le vittorie di Euro 2008 e del Mondiale 2010 si è avvolto in una bandiera a righe biancorosse per farli sentire vincenti come lui. Li ha aiutati tirandoli fuori dal baratro della Segunda División quando era solo un ragazzino, poi li ha abbandonati per conquistare il mondo, ma sempre con le radici nel cuore, sognando di tornare.

Non aveva mai battuto i rivali del Real (squadra che ha rifiutato a 12 anni per rimanere all’Atléti) e nel suo ri-debutto contro i merengues nella Coppa del Re 2014/15, ci è riuscito. Otto giorni dopo, il primo gol al Bernabéu, poi trasformatosi in doppietta. Nel round di Coppa successivo, il gol al Barcellona 38 secondi dopo il fischio d’inizio, poi un assist per Mandžukić nella schiacciante vittoria per 4 a 0 contro il Real in Liga.

Rendimento all’altezza nei match importanti, ma spesso, per il beniamino di casa, Simeone ha trovato spazio solo in panchina. Torres non si è demoralizzato, non ha fatto storie, ha continuato a impegnarsi in allenamento e con l’Eibar è arrivato il traguardo inseguito a lungo. Vent’anni dopo l’incontro con Briñas, quindici dopo il suo primo gol per l’Atlético. Nonostante il numero di reti realizzate e alcune prestazioni da top-player, gli anni trascorsi al Chelsea sono stati difficili da digerire per chi si aspettava dal biondo attaccante un rendimento da extraterrestre come quello di Liverpool.

Ha scelto di allontanarsi il più possibile dalla vocina che gli ricordava i suoi fallimenti. Il posto migliore per farlo? Casa sua. A 30 anni, si è accontentato di un ruolo diverso da quello del protagonista. Torres è tornato dove ha cominciato per rigenerarsi, Simeone non lo ha mai considerato la star della squadra ma un giocatore utile, da impiegare al momento opportuno. Un modo di pensare razionale che non ha mai indispettito il figliol prodigo, contento di ritornare a giocare, e segnare, con la sua vecchia maglia, quella che nonno Eulalio gli insegnò ad amare quando era solo un bambino.

Da piccolo, anche se la squadra non vinceva lui andava in giro con l’uniforme dei suoi beniamini senza curarsi degli altri, che in maggioranza tifavano per il Real. Aveva capito subito che la sofferenza derivante dalle sconfitte non indebolisce, ma rende più forti.

 

Sotto i riflettori

Quando passa dall’Atlético Madrid al Liverpool nell’estate del 2007, Fernando Torres è conosciuto con il soprannome di El Niño, per i tratti del viso e per essere diventato a 17 anni il più giovane giocatore ad esordire con i Colchoneros e, a 19 anni, il capitano più giovane nella storia del club.

A 23 anni il centravanti spagnolo arriva in Inghilterra e inizia ad assomigliare a un altro El Niño, il ciclone che ogni cinque anni porta inondazioni e siccità e può modificare la circolazione atmosferica dell’intero pianeta. Proprio come il ciclone, Torres abbatte ogni resistenza degli avversari travolgendoli nel suo cammino, e il mondo si accorge di lui. Sfortunatamente, sconvolgerà il pianeta soltanto una volta, senza riuscire a tornare ai picchi che avevano caratterizzato la sua consacrazione.

Verrebbe da pensare che stiamo parlando più di una meteora che di un ciclone inarrestabile, però Torres è il terzo miglior marcatore nella storia della Spagna, ha vinto un Mondiale e due Europei segnando in entrambe le finali, ha vinto una FA Cup, una Champions e un’Europa League facendo gol ancora una volta nell’ultimo match della competizione.

La vera colpa del Niño? La stagione 2007-08, dove ha fissato l’asticella delle sue prestazioni così in alto da non riuscire mai più a raggiungerla. 33 gol in 46 partite, in un’annata in cui i Reds non riescono a vincere nulla, ma regalano al mondo uno degli attaccanti più impressionanti della storia recente. La collezione di prodezze inizia con il gol al Chelsea ad agosto: un’hesitation che lascia sul posto il disorientato Ben Haim e il tocco sul secondo palo fuori dalla portata di Cech. L’angelo biondo continuerà ad essere bellissimo per i tifosi della Kop e inquietante per i difensori che dovranno provare a fermarlo. La carezza beffarda del tocco-sotto, lo slalom palla al piede, l’attacco alla profondità in campo aperto, la fucilata da fuori area, il taglio in area in anticipo sul marcatore, la girata al volo che castiga l’Inter di Mancini: il repertorio delle sue conclusioni sembra infinito.

Se nel Merseyside non arrivano titoli, in Nazionale la situazione è diversa. Euro 2008 è il palcoscenico ideale per il miglior centravanti del mondo, che non si lascia sfuggire l’occasione. Fernando ha già partecipato a un Mondiale segnando tre gol, sa cosa lo aspetta e si fa trovare pronto, formando insieme a David Villa un tandem veloce, complementare ed imprevedibile.

Contro la Svezia di Ibrahimović segna con un’estirada volante, ma il capolavoro vero arriva in finale. Scatta sul filo del fuorigioco sul lancio di Fabregas, tocca la sfera quel tanto che basta per farla scorrere davanti a Lahm mentre lo aggira dall’altro lato, poi il secondo tocco, un morbido pallonetto ad anticipare Lehmann in uscita disperata. Salta il portiere con facilità, come se galleggiasse in aria, già pronto ad esultare con i compagni. L’Europeo è conquistato, insieme al meritato terzo posto nella classifica del Pallone d’Oro di quell’anno, dietro solo ai ‘mostri’ Ronaldo e Messi.

Nella seconda stagione ad Anfield le medie non sono più le stesse, insostenibili, dell’annata precedente. Un infortunio muscolare alla coscia rallenta il rendimento dello spagnolo, che riesce comunque a mettere insieme 17 reti, che diventeranno 22 nella stagione seguente. Nel 2010 il Mondiale in Sudafrica è deludente, Fernando non è al top della forma per colpa di un infortunio, perde il posto da titolare in semifinale e finale: non riesce a incidere anche se sono proprio le Furie Rosse a vincere la competizione.

Una volta tornato in Inghilterra, Torres è convinto di poter tornare a essere il miglior numero 9 del mondo, ma l’ambiente non gli dà le garanzie di cui ha bisogno e nel gennaio 2011 passa al Chelsea per 58,5 milioni di euro.

“Altri sei mesi di questa stagione mi sarebbero sembrati tre anni, se avessi deciso di rimanere. Tutto è iniziato quando se ne è andato Xabi Alonso, poi seguito da Mascherano, Crouch e Arbeloa. Pensavo sarebbero arrivati dei rinforzi: non è stato così, anzi dopo l’addio di Benitez le cose hanno preso una brutta piega. Ci ho pensato a lungo, purtroppo il Liverpool non è più all’altezza della sua storia, adesso è arrivata questa opportunità e sono felice di coglierla. Sono onesto e ho la coscienza a posto, non so se posso dire lo stesso degli altri, il calcio è un business e non ci sono amici”. A 26 anni, Torres è determinato a vincere, non si pone limiti e saluta i Reds senza rimpianti. Non ha idea di quello che sta per succedere.

 

Nightmare in Chelsea

Quando Fernando arriva al Chelsea, Londra inizia ad assomigliare in modo inquietante al set di Space Jam, quando ai giocatori più forti della NBA viene rubato il talento. Nelle prime 18 partite Torres segna la miseria di un gol, entra in una crisi che sembra irreversibile. Dove prima riusciva a galleggiare con leggerezza, ora incespica. I palloni che prima sembravano telecomandati, adesso si perdono in curva. Cerca di rendersi utile alla squadra in più modi e situazioni di gioco, ma gli errori sottoporta sono imbarazzanti.

Non è più lui, la pressione lo strangola, gli manca l’aria, il volto allegro e feroce dei tempi di Liverpool si trasforma in una maschera stralunata. Si guarda intorno: il talento dei tempi d’oro sembra scomparso, proprio quando servirebbe come mai prima. Appare sfiduciato, non gli riescono nemmeno le cose più semplici, il ginocchio operato due volte nel 2010 sembra impedirgli di tenere i ritmi e l’intensità della Premier League.

Certo, all’inizio si pensa che possa essere solo un problema di ambientamento, e nella seconda stagione con i Blues Torres sembra pronto a far ricredere chi lo critica, chi dice che non vale i soldi che è stato pagato. L’incubo però si ripete, a settembre sbaglia un gol contro lo United in un modo impensabile, inimmaginabile per un campione come lui.

Tra ottobre e gennaio non segna mai, i meme e i video su YouTube con i suoi errori si moltiplicano, le critiche tirano in ballo anche il suo carattere, sarebbe troppo timido e sensibile fuori dal campo per essere una forza inarrestabile sul prato verde. Più che uno psicologo, però, servirebbe uno stregone per rianimarlo. Le prova tutte, ma continua a sbagliare e a fissare gli occhi al cielo, impotente, prigioniero delle aspettative, quelle degli altri e soprattutto le sue.

La seconda stagione termina con 11 gol in 49 partite. Torres non è più lui, si consola solo parzialmente con il gol nella semifinale di Champions contro il Barcellona e con la vittoria della Coppa dalle grandi orecchie sollevata insieme ai compagni. Il finale di stagione gli dà finalmente qualche motivo per essere felice, gioca come riserva però vince ancora l’Europeo con la Nazionale: segna una doppietta all’Irlanda e in finale arriva il terzo sigillo, un piatto destro che trafigge Buffon e mette in cassaforte la vittoria della Roja.

La stagione successiva, finalmente, si rivede qualcosa del ‘vecchio’ Torres. I gol sono 23 in 64 partite. Forse non sarà mai più considerato il più forte del pianeta nel suo ruolo, intanto però torna a far paura a chi lo deve affrontare, ed è già qualcosa. Sulla panchina del Chelsea ora c’è una vecchia conoscenza, Rafa Benitez. Torres sente la fiducia del connazionale e la ripaga con prestazioni incoraggianti e con il gol in finale di Europa League contro il Benfica.

Torres è appena tornato a buoni livelli ma deve salutare ancora Benitez, sulla panchina dei Blues infatti ritorna Mourinho. Trascorre un’altra stagione senza picchi importanti, e quando abbandona Londra l’estate successiva per andare al Milan, Fernando è unanimemente considerato un attaccante ‘normale’ e ‘normalizzato’, non più il ciclone di qualche anno prima. Il triste Mondiale del 2014, in cui è partito titolare e ha segnato solo quando la Spagna era già matematicamente eliminata, ha confermato questa realtà.

Torres non si scoraggia, dal punto di vista realizzativo l’ultima stagione con i Blues ha portato comunque in dote 11 gol. In rossonero, però, le cose non vanno per il meglio, anzi, riesce a segnare soltanto un misero gol – per quanto bello – all’Empoli, prima di abbandonare Milano e decidere di tornare a casa. La carriera di Fernando, vista adesso, sembra un cerchio che sta per trovare la sua naturale, inevitabile chiusura. Un eterno ritorno con i colori bianco e rosso come riferimento. Oggi è ancora all’Atlético: ha raggiunto quota 122 gol e insegue la vittoria del primo trofeo con la sua maglia preferita, come sognava quando era soltanto un giovanissimo Niño.