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Se la classifica della Roma recita attualmente un 5° posto – al netto del recupero con la Samp – e un generale appannamento dei risultati nel mese antecedente la sosta, allo stesso tempo esiste un giocatore che ha silenziosamente conquistato attenzioni ed elogi con la stessa determinazione di un salmone che risale i torrenti. Alisson Becker è oggi una delle certezze assolute, forse la più sorprendente, della Roma di Di Francesco, oltre che un uomo mercato al centro di rumors e valutazioni ultra-milionarie. Una condizione esistenziale ribaltata come un guanto, che soltanto un anno fa avrebbe assunto i contorni dell’utopia.

È il 16 agosto 2016 e la Roma, con Spalletti in panchina, si gioca l’accesso ai gironi di Champions League contro il Porto. Al Dragão parte titolare tra i pali il neo-acquisto Alisson, ennesima intuizione a firma Sabatini. È una partita strana, che viene controllata piuttosto agilmente dai giallorossi, che vanno in vantaggio ma poi, dopo l’espulsione di Vermaelen e un errore di Emerson Palmieri, subiscono l’1-1 su rigore da André Silva. Il debutto di Alisson passa così inosservato, fagocitato dalla sindrome da prestazione romanista in vista del ritorno all’Olimpico, nonostante le buone sensazioni riguardo la sua presenza tra i pali. A Roma, poi, lo scenario si ribalta: Szczesny parte titolare e non lascerà più il suo posto, nonostante il clamoroso 0-3 del Porto comprometta già una stagione ancora da iniziare.

Questa la sintesi estrema della stagione da rookie di Alisson Becker in Serie A, appena sbarcato dal Brasile con un curriculum che recitava quattro campionati vinti e l’hype da miglior prospetto verdeoro nel suo ruolo, il brasiliano scompare dalle formazioni e dalle rotazioni di Spalletti, rimanendo intrappolato in un oblìo perpetuo. Oggi, con Di Francesco alla guida della squadra, la sua condizione non potrebbe essere più distante da quella vissuta fino a pochi mesi fa. Alisson si è preso la porta giallorossa attraverso applicazione e personalità, ma non solo: guida le classifiche sui portieri più efficienti e influenti sul gioco di una squadra. In altre parole, è esploso espandendo il suo cosmo fino a una dimensione altra, che lo ha portato a rivelarsi come uno dei migliori portieri in Europa in rapporto ad età, qualità e rendimento, e titolare nel Brasile nonostante la concorrenza di Ederson.

Distributore

La qualità più caratteristica di Alisson è senza dubbio l’abilità con i piedi. Una vera e propria arma, che consente al portiere e, di riflesso, a Di Francesco di sfruttare le sue innate doti tecniche per aumentare le possibilità di gioco della squadra. Alisson, infatti, oltre a rappresentare un approdo sicuro per tutti i passaggi all’indietro in situazioni rischiose, si è elevato al ruolo di primo vero distributore di gioco della Roma, facendo registrare numeri che nessuno in Serie A riesce ad avvicinare.

E per numeri s’intende anche questo piccolo capolavoro espressionista. Che per le statistiche finirà come un semplice passaggio riuscito verso Kolarov, ma per i tifosi romanisti equivale a un folle mix di principio d’infarto e pura estasi.

In altre parole, seguendo quell’evoluzione sempre più necessaria nel calcio odierno del portiere in vero sweeper-keeper, il brasiliano sta ulteriormente alzando l’asticella del ruolo: regalando numeri, coinvolgimento nel gioco e qualità di base difficilmente ipotizzabili soltanto pochi anni fa.

Oltre all’impressionante dato generale della distribuzione della palla, che ne testimonia un coinvolgimento assiduo quanto necessario all’interno del contesto di costruzione della Roma, Alisson è anche il primo portiere in Italia per numero di passaggi all’interno dei 90 minuti: 27,9, e il primo per passaggi riusciti: 23,3. Un dato fondamentale nel tracciare l’identikit di un portiere che ormai è mutato in una forma ibrida: un calciatore di movimento con i guanti; al secondo posto di questa classifica, infatti, c’è Handanovic con 19,1 passaggi riusciti a partita. Un distacco monstre.

Le capacità del Goleiro Gato, bizzarro soprannome affibbiatogli in Brasile, sono quindi architrave e non più orpello della fase di costruzione della manovra della Roma: alcune situazioni di gioco implementate da Di Francesco prevedono l’uscita palla dalle linee di pressione avversaria con il gioco lungo di Alisson per ricercare la superiorità numerica, oppure, in situazioni di schermatura alta portata individualmente uomo a uomo – come nella partita persa contro l’Atalanta – Alisson va in automatico a cercare Kolarov, molto spesso vincente nei duelli aerei con i rispettivi avversari sfruttando il mismatch fisico di base.

Quella della ricerca dell’ampiezza verso un terzino da parte del portiere per uscire da un blocco, è una situazione ormai comune a molte squadre: la differenza sta nell’efficacia con cui viene messa in atto. E Alisson, come un novello Peter Parker, sveste i panni impacciati del numero 1 per travestirsi con naturalezza in un regista dal calcio pulito e preciso.

Qui un rinvio di 70 metri a sfruttare l’abilità aerea di Dzeko per uscire dalle marcature a uomo predisposte da Gasperini. Un colpo da biliardo, che permette di guadagnare campo e disordinare lo schieramento avversario.

Qui la stessa situazione ma con il ricorso, chiamato da Di Francesco, all’ampiezza verso Kolarov, vero regista occulto della Roma. Il lancio, dosato alla perfezione con l’interno, è telecomandato sul sinistro del serbo.

Insomma, l’evoluzione e la crescita repentine del brasiliano sono anche il riflesso di un movimento europeo più grande, che parte da Neuer e si consolida negli ultimi anni con interpreti altamente specializzati come Reina, Ter Stegen, Ederson. Le qualità in impostazione di Alisson, però, non rendono completa giustizia a un portiere completo che fa della qualità di calcio e della tecnica di base la sua cifra stilistica e insieme la sua eccellenza ma che, al tempo stesso, ha stupito per la quantità e la qualità degli interventi tra i pali.

Gatto di ghiaccio

Come spesso capita in un ruolo così diverso e distintivo come quello del portiere, esiste un esatto momento in cui una partita sublima in epifania delle qualità e dell’intero potenziale di un interprete. Il leggendario esordio del 18enne Buffon a Parma contro il Milan, Toldo a Wembley e contro l’Olanda, per citare due casi tra i più celebri e ricordati. La manifestazione plastica del talento di Alisson arriva all’Olimpico in una notte complicata, un anno dopo l’illusione dell’esordio col Porto, quando la Roma si gioca subito importanti chance di passaggio del turno nel girone di Champions contro un cliente scomodissimo come l’Atlético Madrid di Simeone.

La Roma parte discretamente mantenendo il possesso, ma col passare dei minuti diventa evidente il dominio degli spazi e dell’aggressività imposti dai Colchoneros che alzano il livello d’intensità della partita verso picchi irraggiungibili per i giallorossi. Sembra di assistere a una lenta, progressiva ma inesorabile deriva di un’imbarcazione da pesca al cospetto di una marea che monta senza sosta. È in questo delicato contesto tattico e soprattutto psicologico che Alisson prende il comando, esondando nella miglior prestazione in carriera proprio nel momento più importante.

Una su tutte: la ‘chiusura a croce’ su Vietto. Perfetta per velocità di avvicinamento e tempo di calata. Una parata mutuata dal futsal, ormai allenata e diffusa quasi ovunque, e in cui Alisson da buon brasiliano eccelle, sfruttando tutti i suoi 193 centimetri come se fosse uno spazzaneve lanciato a tavoletta.

Un ulteriore esempio contro la Fiorentina. Chiesa piazza un destro difficilissimo da parare: secco e con un leggero rimbalzo, Alisson riesce a parare grazie a una grande elasticità, un’ottima spinta e al posizionamento corretto; poi si rialza e chiude a croce su Veretout, nonostante una mezza scivolata, a una velocità da cartoon. Monstruo.

Anche la tecnica della croce iberica si iscrive a pieno titolo nel bagaglio di skills del portiere ultra-moderno, universale, capace di elaborare in maniera meccanica, quasi robotica, la miglior soluzione in rapporto alla specifica situazione di gioco con cui Alisson deve confrontarsi. È una qualità acquisita con il lavoro e l’allenamento delle situazioni, portata a un livello di continuità senza precedenti in quest’annata.

Inseguito già in questo gennaio da alcuni big spender europei come il Liverpool e il PSG, Alisson ha visto la sua valutazione sfiorare quota 50 milioni seguendo le orme del compagno di Seleçao Ederson – pagato dai Citizens 41 milioni di euro su espressa richiesta di Guardiola -, che soltanto quattro mesi fa appariva come un oggetto volante irraggiungibile dal piccolo pianeta Becker.

Nel video il meglio dell’Alisson versione 2017/18 montato in tre minuti. Un altro aspetto che ruba l’occhio è la sua reattività felina con una struttura fisica simil-Robocop.

Con il suo fare distaccato, lo sguardo glaciale, le parole costantemente misurate, i continui richiami alla fede e un tono di voce quasi sommesso, il 25enne del Rio Grande si è ormai prepotentemente ritagliato un ruolo di celebrità dai connotati umani che – se pare calzargli alla perfezione per il suo aspetto così fotogenico, più da attore hollywoodiano che da calciatore – dovrà ancora dimostrare di valere nel tempo, per poter così contribuire all’ennesima evoluzione del ruolo più enigmatico e complesso del calcio.