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Il ritorno di Walter Mazzarri in Serie A è diventato ufficiale: il tecnico livornese ha preso il posto di Sinisa Mihajlovic sulla panchina del Torino, dopo l’addio burrascoso all’Italia – complice l’esonero dalla guida tecnica dell’Inter – e un’inedita esperienza fatta di alti e bassi alla guida del Watford. Ma oltre l’aspetto tattico, oltre il calcio reattivo, coerente e molto spesso efficace a cui Mazzarri ci ha abituato in passato con stagioni di alto livello in rapporto al materiale tecnico a disposizione, c’è un elemento che rischia seriamente di mandare in cortocircuito un intero sistema che già non se la passa benissimo: il rapporto senza precedenti che s’instaurerà tra Walter Mazzarri e il VAR. Due universi paralleli che dovranno giocoforza incrociarsi, generando così reazioni e situazioni dai risvolti ancora sconosciuti.

Scenario 1: Fuori fuoco

Se pensiamo al campionato come a una serie strutturata in puntate settimanali, quello tra Mazzarri e il VAR potrebbe diventare uno spin-off racchiuso all’interno della serie stessa, un racconto parallelo che vive di una narrativa a sé stante. Un rapporto che potenzialmente presenta tutti gli ingredienti per scardinare le regole narrative a cui ormai siamo abituati per trasportarci in un mondo parallelo, un altrove a metà fra commedia dell’assurdo e situazionismo.

Lo scenario #1, infatti, è quello che vede il neo allenatore del Torino invocare l’ausilio del VAR per la prima volta in trent’anni di carriera e, davanti ad un episodio reale per quanto poco credibile, come un gol regolare annullato a Niang per un lieve tocco con il braccio al 93° del derby di ritorno, la chiamata del video assistant parte: l’arbitro Doveri – nuovamente designato per il match dopo le polemiche di Coppa – si avvicina allo schermo correndo fra le escandescenze del tifo granata e il frenetico gesticolare di Mazzarri, ben oltre la linea dell’area tecnica. La scena incriminata che viene proiettata è perfetta, se si esclude un piccolo particolare: Niang è fuori fuoco, rendendo così l’azione non giudicabile. È il primo caso di “VAR fantasma” della storia. Espressione che viene coniata con successo da un sovraeccitato Maurizio Pistocchi via Twitter, entrando nei trend topic italiani subito sotto il balzello da 0,01 euro per i sacchetti in carta deciso dal governo Di Maio.

Come nel capolavoro di Woody Allen, Harry a pezzi, dove non riusciamo mai davvero a distinguere un Robin Williams costantemente fuori fuoco – geniale metafora del nervosismo e della sterilità creativa dell’autore – così il primo intervento del VAR con Mazzarri in panchina si risolve in un nulla di fatto, in una sorta di seduta psicanalitica da consumare in diretta tv ai microfoni di Premium Sport, mentre Arrigo Sacchi rimarca l’importanza di una visione del calcio internazionale e propositiva davanti all’incredulità di WM, che, masticando amaro, inizia progressivamente a sfocarsi durante il collegamento post-partita fino a diventare un soggetto indistinguibile.

Scenario 2: Potrebbe andare peggio…

Al 65° di Torino-Fiorentina, quasi uno spareggio diretto per l’ultimo posto che vale i preliminari di Europa League con le due squadre divise da un solo punto, dopo il vantaggio viola con una sberla di Chiesa da 35 metri e il pareggio di testa di De Silvestri da piazzato laterale, Belotti aggancia uno spiovente di Ljajic, fumoso ma avvelenatissimo ex, e frana a terra sull’intervento in ritardo di Tomovic, rientrato dal prestito al Chievo in seguito all’emergenza terzino destro che ha messo fuori causa per infortunio sia Laurini che Gaspar. Nenad non legge bene il taglio nello spazio alle sue spalle e scivola in ritardo sul Gallo, toccando prima il piede e poi la palla, che schizza fuori. È materiale per il VAR, in mezzo all’incredulità della tifoseria viola ripiombata in un incubo a occhi aperti che pensava di aver esorcizzato.

È una di quelle giornate di aprile dove il sole primaverile rende la temperatura piacevole spaccando un cielo che è simile a una tavolozza blu. Dalle Alpi, però, sbuca improvvisa una coltre di nuvole compatta, gonfia d’acqua, una di quelle precipitazioni torrenziali – fulminee e spietate come una forte scarica di elettricità – che, sospinta dal vento, si avvicina a velocità innaturale verso l’Olimpico di Torino. Sembra una scena da film post-apocalittico a firma M. Night Shyamalan, uno di quelli dove gli eventi accadono con una brutalità e una rapidità tale che la sospensione dell’incredulità rimane l’unica reazione umanamente possibile.

Nel tempo accelerato che intercorre a cavallo tra il 65′ e il 66′ di gioco, nel momento esatto in cui l’arbitro Guida mima il rettangolo con il fischietto in bocca, le nuvole scaricano una quantità di acqua pari a quella del Mekong in piena. Sono momenti concitati e folli: Cairo in tribuna esercita il riscatto di Niang, Valdifiori ripassa le regole del gioco, Ljajic scompare in un wormhole generato dal suo 66esimo tentativo di tunnel ai danni di Biraghi, mentre Mazzarri – asciugandosi gli occhiali appannati dall’umidità – attende fiducioso gli sviluppi del VAR.

L’acqua però ha già raggiunto il livello delle caviglie, gli spogliatoi sono a serio rischio allagamento e l’arbitro, di concerto con le notizie in arrivo dalla prefettura, ufficializza la sospensione della partita nel momento esatto della decisione via VAR. L’acquazzone è talmente potente e violento che manda in corto-circuito l’intero sistema elettrico dello stadio, compromettendo i software deputati alle registrazioni del VAR, la cui sala video viene evacuata d’emergenza tra scintille e fumo, mentre la marea monta senza sosta rendendo così inutilizzabile ogni forma di tecnologia applicata al calcio, rimandando gli ultimi 24 minuti della partita a metà maggio. Il tecnico livornese dichiarerà nel post-partita: “Stava andando tutto bene: stavamo dominando a livello di prestazione l’avversario, eravamo 1-1, era nettissimo il rigore su Belotti. Ai ragazzi non posso dire assolutamente nulla. Poi, è cominciato a piovere…”.

Scenario 3: The Truman Show

Successivamente ai due accadimenti di cui sopra, il neo-presidente della FIGC, Giancarlo Abete, convoca d’urgenza Paolo Beldì. Il noto regista-autore televisivo di Quelli che… è stato designato per un ruolo ad hoc: quello di demiurgo e creatore di un mondo parallelo dove ogni decisione presa con l’ausilio del VAR sia in funzione delle richieste del tecnico livornese, ormai disperato, disilluso e sull’orlo di una crisi di nervi dopo i due celebri episodi del fuori fuoco nel derby e del corto-circuito contro la Fiorentina.

Per evitare ulteriori problematiche e dopo-partita infiniti in diretta tv si delibera una soluzione posticcia, in perfetto stile Truman Show. Ogni volta che il VAR interviene per accertare una decisione a favore o contro il Torino di Mazzarri, Beldì aziona la grande leva nella sala comando del VAR, e un mondo incantevole e pre-ordinato inizia a prendere forma davanti agli occhi di WM: Ljajic gioca di prima ogni pallone in favore dei compagni, Niang si sobbarca ripiegamenti difensivi di 40 metri con diagonali annesse, De Silvestri dribbla e crossa con eleganza, Rincon palleggia nello stretto con la stessa naturalezza di Dani Ceballos. E soprattutto ogni decisione arbitrale non danneggia i granata. È un mondo perfetto, dove il calcio di Mazzarri prende forma in maniera idealtipica lasciando una sensazione quasi asettica di perfezione e candore.

Ma proprio all’ultima giornata di campionato, il 15 maggio, durante il 44° giorno di show, qualcosa va storto. Mazzarri ha già intuito qualcosa, perché in oltre 30 anni di carriera mai gli era capitato di non poter usare alibi e condizionamenti esterni per sostenere le proprie tesi riguardo il rendimento della sua squadra. È in questo contesto che alla 38esima di campionato contro l’Inter di Spalletti, succede l’imponderabile. Dopo un mese e mezzo di share altissimo, di nuove trasmissioni speciali sul digitale terrestre dedicate alla prima forma di campionato-reality e di sponsorizzazioni milionarie trasmesse durante le interruzioni per il VAR, il mister nota qualcosa di strano e sinistro. Mentre è in cerca della terza e ultima sostituzione da giocarsi all’81° per segnare il gol che varrebbe vittoria e matematica qualificazione in EL, Mazzarri si accorge che il suo fidatissimo orologio – divenuto un vero oggetto cult negli anni – ha le lancette bloccate.

La costruzione di un gigantesco set sopra l’Olimpico di Torino, a sua volta costruito sopra un cimitero indiano, genera un’interruzione spazio-tempo nella quale anche tutte le comparse si bloccano improvvisamente lasciando l’incredulo Walter davanti alla sua personale epifania. Mazzarri non perde tempo: attraversa il campo, corre verso gli spogliatoi, sale le scale interne fino alla tribuna dove l’aspetta la grande sala VAR con Paolo Beldì pronto all’ultimo appello paternalista.

Nell’intenso dialogo fra i due WM stenta a credere alla storia degli ultimi 44 giorni, ma poi scorge la classifica reale, proiettata su un grande monitor a lato della sala di controllo: il Torino naviga placidamente all’ottavo posto e non ha alcuna possibilità di giocarsi l’accesso all’Europa all’ultima giornata. WM, preso dallo sconforto, si accascia e scoppia in lacrime, poi però realizza e decide di ribellarsi a quel sistema che lo aveva dolcemente protetto e illuso: esce dal set – e dal campionato – in maniera definitiva, dichiarando a favore di telecamera con perfetta pronuncia e accento british:“In case i don’t see ya, good afternoon, good evening and good night”.

È un finale amaro ma perfetto: quello che incenerisce milioni di sponsorizzazioni e, insieme, il valore residuo e la spendibilità dell’intero campionato decretando così la fine della Serie A per come la conosciamo, in seguito acquistata e incorporata, a partire dalla stagione 2020/21, dalla neonata China Huawei Hyper-League; a sua volta controllata da un’impenetrabile s.p.a., proprietà di una cordata che fa riferimento ad un enigmatico Mister Li.