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Quando una squadra gioca bene si tende ad inquadrare dei singoli che risaltano maggiormente, beneficiari di una congiuntura positiva al punto che alcuni elementi sulla carta non brillanti riescono ad esprimersi al meglio. Allo stesso modo, quando ci sono più ombre che luci, anche i giocatori più dotati cadono in una spirale negativa che li porta a rendere al di sotto delle loro qualità. Da questo punto di vista è emblematica la stagione che sta vivendo il Milan, vera sorpresa in negativo di questo campionato. Dopo anni di magra l’ambiente rossonero è uscito dalla campagna acquisti estiva rivitalizzato, forte di spese onerose e di giocatori di indubbio valore.

Il campionato, però, ha restituito l’immagine di una squadra molto indietro da un punto di vista tattico, incapace di sviluppare principi di gioco validi e condizionata dal rendimento dei nuovi acquisti, quasi tutti impalpabili se non dannosi sul rettangolo verde. Quando le premesse sono così promettenti e i risultati così scadenti spesso le cause sono molteplici ma il sacrificato è colui di cui tutti possono fare a meno: l’allenatore. Con l’esonero di Montella il Milan non ha impresso una virata sensazionale alla sua stagione ma in qualche modo ha cercato di rivitalizzare un ambiente ormai svuotato e sul quale probabilmente il tecnico campano non aveva più alcun tipo di ascendente.

Alla guida dei rossoneri è arrivato Gennaro Gattuso, aka l’unica soluzione possibile se cacci l’allenatore a un mese dal Natale. L’ex tecnico del Pisa non è certo il profilo al quale viene chiesto di trasformare una squadra con evidenti limiti tattici nell’Olanda del ‘74, più che altro sarebbe importante se riuscisse a lavorare sull’approccio mentale dei singoli al punto da restituirgli una parvenza di brillantezza in campo.

Insomma, per quanto chi scrive non sia un grande fan di questa espressione, Gattuso sta tentando di “normalizzare” una polveriera pronta a esplodere e gettare al vento l’ingente somma investita in estate. Chi sembra aver trovato i più immediati giovamenti dall’avvicendamento in panchina è però un giocatore che al Milan arrivò più di tre anni fa. Infatti se a portare il pianoforte non è mai stato un professionista, Giacomo “Jack” Bonaventura sta dimostrando che, se messo nelle condizioni di farlo, quando bisogna suonare ha pochi eguali in Italia.

Bonaventura

Un calciatore di provincia

Quando Bonaventura firma con il Milan i sentimenti dei tifosi sono contrastanti. Da un lato c’è quella bella sensazione di aver soffiato un giocatore all’Inter, dall’altro permane una certa amarezza nel ricordare che un tempo le due milanesi battagliavano per ben altri profili. Di sicuro lo sbarco di Bonaventura nel grande calcio non è stato un caso. Nato a San Severino Marche con la passione per il pallone, non ci mette troppo a capire che per emergere deve allontanarsi da casa. Cerca di farsi notare in realtà giovanili della provincia marchigiana e a sedici anni arriva la chiamata dell’Atalanta. A Zingonia entra in uno dei più fruttiferi settori giovanili d’Europa e nel giro di un anno già esordisce in prima squadra. Un percorso lineare ma lontano dall’essere ammantato di quell’aura mistica che delinea la strada dei predestinati.

Prima di affermarsi nelle rotazioni bergamasche ci sono due prestiti in Serie C, al Pergocrema e al Padova, non esattamente esperienze esaltanti. Nel 2010 torna definitivamente a Bergamo dove diventa parte integrante della promozione prima e della permanenza in Serie A poi. La sua collocazione in campo rimane un mistero; gioca mezzala, interno, esterno, trequartista, mezza punta. Sembra essere il giocatore di sistema ideale al quale, però, non puoi affidare una consistente mole di gioco. Nell’estate 2014, dopo un paio di stagioni convincenti all’Atalanta, passa al Milan in una nevrastenica ultima giornata di mercato.

Il solito lancio di moneta di Galliani che, in condizioni critiche, delle volte pesca un gioiello e delle altre un bidone. Bonaventura non sembra essere né l’uno né l’altro. Un rispettabile giocatore di sistema in grado di implementare i meccanismi di una squadra ma non di elevare la qualità del gioco. Teoria interessante, ma molto sbagliata; in una stagione in cui Inzaghi non trova mai la quadra, diventa uno dei pochi motivi per i quali i tifosi del Milan accorrono a San Siro.

Jack esplora tutti i ruoli dal centrocampo all’attacco risparmiandosi soltanto i due vertici (9 e 5 per intenderci). In un Milan in cui, tra i primi cinque giocatori per numero di passaggi a partita quattro sono difensori, il suo impatto sulla qualità e la quantità della produzione offensiva rossonera è assai notevole. Solo Menez gioca più passaggi chiave per partita, tra i centrocampisti con la sua mole di passaggi soltanto De Jong e Van Ginkel sono più precisi (giocatori con ben altri compiti).

Bonaventura è il miglior assist-man dopo Abate, lo scorer più prolifico dopo Menez. Non esiste una versione del Milan che può fare a meno del ragazzo marchigiano. In quella stagione salterà appena quattro partite e gli unici ad avere un minutaggio più alto saranno Menez e De Jong. I numeri parlano di un giocatore in rampa di lancio, decisivo per le sorti della propria squadra come pochi altri. L’altra faccia della medaglia però rivela la pochezza tecnica del Milan che chiude soltanto decimo e prova da affidare a Mihajlović il compito di tornare nelle posizioni di vertice. Picche.

Nonostante il settimo posto finale Bonaventura continua la sua crescita, specialmente da un punto di vista tattico in cui sembra trovare una comfort zone dalla quale poter realmente sviluppare tutte le qualità del suo gioco. Nel rivedibile 4-2-3-1 di Mihajlović trova collocazione nella linea dei trequartisti, molto spesso a sinistra, che per un destro vuol dire poter giocare tanti 1vs1, avere tante libertà centripete e andare spesso alla conclusione. Bonaventura diventa il cuore pulsante dell’attacco milanista, la freccia più affilata e più eclettica a disposizione del tecnico serbo.

Bonaventura

Questa riesce difficile alla metà degli attaccanti in Serie A.

Terzo per minuti giocati, primo per tiri a partita, terzo per passaggi, 8 assist (settimo in Serie A), 6 gol, 2,1 passaggi chiave (sesto in Serie A), si afferma come uno dei centrocampisti offensivi più completi del campionato, portatore di una duttilità prima ancora che tattica legata al bagaglio tecnico a disposizione. Bonaventura è il partner ideale per giocare palla a terra, per attaccare lo spazio, per rifinire il gioco, lo spettro di soluzione a sua disposizione è ampissimo e probabilmente quel Milan gli va anche stretto.

Il burrascoso esonero di Mihajlović (e conseguente breve interregno di Brocchi) spinge la dirigenza a scegliere Montella per riaprire un ciclo vincente. Non andrà come Berlusconi prima e Li Yonghong poi avrebbero voluto; il Milan esce solo apparentemente dalla spirale negativa e l’importante campagna acquisti diretta dal duo Mirabelli-Fassone per ora ha avuto il solo merito di riportare il club milanese ad un livello di abbonati degno del suo nome.

In tutto ciò Bonaventura è costretto a fare i conti con una serie di infortuni che non lo rendono mai davvero parte del progetto tattico di Montella. Il tecnico campano lo vede più come un tappabuchi in grado di ricoprire più ruoli rispetto all’upgrade qualitativo e sistemico che in realtà è. Arriviamo così al presente; Gattuso in panchina, una stagione che rischia di essere già perduta e un Bonaventura che sembra aver ritrovato quella centralità periferica in grado di esaltarne le qualità. È un ossimoro certo, ma questa è la sua dimensione; un giocatore che, nonostante le parole di Berlusconi, non può fungere da cervello onnipresente della manovra ma riesce ad influenzare quest’ultima in tutte quelle zone di campo in cui è necessario creare superiorità.

Bonaventura

Controllo in un fazzoletto, ritorno in equilibrio e cioccolatino che nemmeno il Kalinic di quest’anno può sprecare.

Piccoli per sempre

Il gioco di Bonaventura è molto lontano dal minimalismo italiano tipico di chi non si chiami Baggio o similari. Vederlo in campo è una perfetta sintesi del calcio globale, nel quale la giocata più semplice rischia di estinguersi a favore di una comprensione delle proprie qualità e di ciò che sta intorno al fine di generare superiorità numerica o posizionale. Ovviamente uno stile quasi barocco richiede delle skills particolarmente evolute e in questo senso il giudizio su Bonaventura tende a scindersi.

Per alcuni il suo istinto dribblomane è qualcosa di dannoso che raramente aiuta la squadra, per altri invece le sue abilità nell’1vs1 sono qualcosa che in Serie A quasi nessuno può permettersi. Difficile dare una risposta definitiva. Durante la sua carriera Jack non è mai sceso sotto i 50 dribbling tentati a stagione, lo scorso anno è arrivato addirittura a tentarne 4,8 a partita (meno dei soli F. Anderson e Deulofeu). Il suo è un calcio diretto, senza dubbio, ma tutto dipende da quanto questa sua naturale predisposizione a saltare l’uomo si manifesti come realmente utile alla squadra.

Al netto delle valutazioni personali, Bonaventura rimane il benchmark per quella lunga schiera di centrocampisti che fanno della duttilità il loro marchio di fabbrica. Il ragazzo di San Severino Marche infatti non è limitato alla dimensione unica di abile maestro nel dribbling. La sua storia racconta di un giocatore capace di influenzare il gioco dei propri compagni anche lontano dalla palla. Dei 33 gol segnati da Bonaventura in Serie A, ben 25 sono scaturiti all’interno dell’area di rigore, a testimonianza di una tendenza marcata nell’attaccare gli spazi, nell’aggredire le seconde palle e più in generale nel capire come essere utile alla squadra in zona gol.

Bonaventura

Il gol del vantaggio contro il Bologna è un’interpretazione perfetta della seconda palla.

Bonaventura

E nella stessa partita picchia il secondo con questo inserimento…

Più che un grimaldello per scardinare la linea avversaria è un spillo che manda in crash il sistema difensivo avversario, un’arma silenziosa in grado di attivarsi per scombussolare lo status quo. I tempi di inserimento, come detto, sono ottimi, ma anche la sua comprensione dello spazio è notevole al punto da risultare spesso una fonte di gioco occulta per la sua squadra. In questa stagione è quarto per passaggi chiave a partita, secondo dopo Biglia per pass accuracy tra i non difensori (87%), con Gattuso in panchina definire il suo ruolo diventa un esercizio del tutto inutile dal momento che la sua tendenza a “galleggiare” tra le linee lo porta a svariare su tutto il fronte offensivo, con particolare predilezione per il centro-sinistra da dove può implementare al meglio le sue numerose soluzioni.

Questa rimane la più grande qualità di Bonaventura: la sensazione di vederlo sempre in controllo, l’idea che possa costruire situazioni pericolose dal nulla, la capacità di abbinare una palese sensibilità di calcio con un acume tattico troppo spesso sottovalutatogli.

Bonaventura

Chiaramente se la cava anche in conduzione.

Gli manca praticamente tutta la parte difensiva del discorso; in fase di non possesso non ha mai brillato particolarmente da quando è arrivato al Milan. In un sistema competitivo come il calcio attuale essere un giocatore carente in fase di non possesso preclude buona parte delle chance di carriera e questo è uno dei motivi per i quali nessuna squadra ha mai avuto la reale volontà di portarlo via ai rossoneri. Gli altri motivi sono principalmente di natura ambientale.

I numerosi allenatori succedutisi a Milanello hanno creato sempre nuove architetture tattiche, palesando quasi sempre un senso di rottura verso il passato (chissà quanto pilotato dai vertici di Via Aldo Rossi). Il risultato è stato quello di non riuscire a capire realmente quanto certi giocatori possono valere in contesti tattici strutturati e con una certa durata nel tempo. Il motivo per cui ha saltato non uno, ma due cicli di nazionale, risiede proprio nella difficoltà di Conte e Ventura nel trovare dei compiti adatti a Bonaventura all’interno di sistemi a lui sconosciuti e molto più strutturati di quelli visti negli ultimi quattro anni al Milan.

In Italia il termine “prospetto” viene usato in maniera fin troppo estensiva ma comunque lo si voglia intendere il tempo delle promesse per Jack è ormai passato da un pezzo. Ad agosto compirà 29 anni e la sua dimensione è ancora un’incognita che sembra legata a doppio filo con il futuro del Milan; se i rossoneri riusciranno a trovare una quadra nel breve-medio periodo allora potremmo finalmente apprezzare il reale valore di un giocatore che, nei famosi discorsi da bar, non si riesce ancora ad inquadrare. Se, però, per una volta riuscissimo ad andare oltre il bar ci accorgeremmo che forse uno dei migliori talenti italiani della sua generazione non è riuscito a raggiungere i livelli prospettati e, senza mettere in mezzo gli stranieri o le squadre B, sarebbe interessante capirne il perché.