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La continua evoluzione del gioco del calcio e il perfezionamento fisico dei giocatori, sospinto da nuove tecnologie, nuovi campi di applicazione e specializzazione di figure professionali legate a singoli aspetti del gioco, stanno inesorabilmente portando il calcio verso un orizzonte di ultra-modernismo dove i giocatori sono sempre più chiamati a un’universalità di compiti e ruoli – sia con la palla che senza – e ad un’omogeneizzazione del prototipo del calciatore, specialmente da un punto di vista delle qualità fisiche.

Le crescenti velocità e intensità richieste, in altre parole, stanno mettendo seriamente a rischio una specie che fino a pochi anni fa poteva contare su interpreti di straordinaria classe e su una narrativa tipica del ruolo: il regista puro. Pirlo, Xavi, Xabi Alonso sono i tre nomi d’eccellenza che hanno egemonizzato gli ultimi 15 anni di calcio, ma alle spalle di questi giganti si è mosso un intero sottobosco di giocatori-specialisti del ruolo più centripeto del gioco. David Pizarro, in arte Pek, rappresenta la summa di questo piccolo mondo sommerso: un’eccezione che, proprio per la sua natura effimera, oggi appare tanto lontana quanto affascinante.

Calamita impazzita

Per una volta è auspicabile partire dalla fine, ovvero dal presente, considerando che Pizarro ha appena rinnovato per un anno – e per l’ultima volta – con il club della sua infanzia, l’Universidad de Chile di Santiago, prolungando così il crepuscolo della sua carriera fino alla soglia dei 40 anni. Ma oltre all’aspetto anagrafico ciò che colpisce è il suo stile di gioco, tuttora immutato e fondamentale, anche in un campionato periferico e povero di sovrastrutture come quello cileno. Il Pek, insomma, a 39 anni e dall’altra parte del mondo continua ad ergersi ad elemento insostituibile, o meglio ineludibile, negli sviluppi del gioco di un intero collettivo.

Ed eccoci qua. Dove eravamo rimasti? Sensazione di dejà-vu…

Se spolverassimo la gif sopra da un evidente calo di ritmo e da una altrettanto evidente distanza siderale fra reparti, l’immagine che rimarrebbe sarebbe esattamente la stessa del Pizarro che abbiamo imparato a conoscere sui campi della Serie A. Le stesse movenze nel corto, la stessa straordinaria confidenza con la palla al piede, lo stesso lancio di collo piede destro a tagliare lo schieramento avversario favorendo la profondità dell’esterno. E soprattutto gli stessi avversari che, provando ad avvicinarsi al Pek per soffocare il suo gioco con il pressing individuale, iniziano a roteare per il campo come api stordite intorno ad un alveare.

Pizarro non verrà mai ricordato per un gol splendido o fondamentale, probabilmente neanche per un assist risolutivo o particolarmente geniale nei suoi risvolti estetici; al contrario il ricordo del cileno è legato ad un insieme di immagini in movimento che tratteggiano con nitidezza un intero stile di gioco: una forma di magnetismo, una strana forza centripeta, inevitabile e polarizzante, fino alle estreme conseguenze. Il collettivo, qualunque esso fosse, ha sempre girato intorno al Pek, assecondandone i ritmi sincopati, le piccole follie in dribbling, le intuizioni in ampiezza, i tempi di gioco anarchici e la personalità straripante.

I movimenti di Pizarro col pallone sono sicuramente ispirati ai motivi dei mosaici dell’Alhambra.

Esiste però una figura chiave nel coronamento della sua carriera, l’allenatore che ribaltando gli schemi pre-ordinati riesce a intravedere oltre, spingendosi verso una dimensione futuribile e diversa, coraggiosa. Questo ruolo un po’ da talent scout e un po’ da formatore tout-court è ricoperto da un perfezionista del gioco come Luciano Spalletti. È a lui, in altri termini, che si deve l’intuizione che cambierà per sempre la carriera del Pek, plasmandolo fino alla forma che tutti oggi conosciamo.

Pizarro, infatti, è l’ennesimo colpo low cost dell’Udinese di Pozzo: arriva nel 2001 in Italia con l’identikit del trequartista brevilineo sudamericano capace di giocate inverosimili in spazi congestionati, una mezzapunta che porta in dote caratteristiche tipicamente sudamericane come l’altissima qualità nei passaggi e nel controllo di palla, generando superiorità nell’ultimo terzo di campo: quello che in Sudamerica viene etichettato come enganche. Un trequartista oltremodo associativo, capace di cucire ogni azione che si sviluppa dalla linea di metà campo in su.

La visione di Spalletti è la stessa che Mazzone e Ancelotti applicheranno al più grande interprete del ruolo con queste caratteristiche, Andrea Pirlo; come accaduto al Maestro bresciano, Pizarro arretra il suo raggio d’influenza di 30 metri, diventando un regista puro in un centrocampo a 5 cucitogli su misura grazie alle qualità complementari di Pinzi e Jorgensen e a giocatori di gamba e aggressivi nell’attacco alla profondità come Jankulovski e Iaquinta.

Un’azione quasi rugbystica di quell’Udinese di Spalletti. Pizarro è l’elemento architettonico su cui poggia tutta la struttura: regala superiorità numerica con una facilità disarmante, allunga e accorcia i tempi della giocata, si propone in appoggio e trova l’ampiezza senza nemmeno alzare la testa.

In questo periodo in cui l’Udinese arriverà a giocarsi i preliminari di Champions League, Pizarro eleva il suo ruolo a quello di creatore di gioco e situazioni, regista irresistibile, portatore sano di un calcio autoreferenziale. Uno stile di gioco che ruba l’occhio per la sfrontatezza con cui vengono proposte le giocate palla al piede e per la capacità tecnica di base che spesso sfocia in esercizio stilistico quasi manierista, ricco di arabeschi degni di una moschea e movenze sincopate da torero. Pizarro non è soltanto un distributore di gioco o un eccellente passatore, ma uno di quei rari interpreti capaci di plasmare i tempi di gioco e gli spazi a seconda delle proprie scelte.

È un copione che rimarrà immutato negli anni a venire: cambieranno le squadre, gli allenatori, i club e le città di appartenenza, ma la purezza del suo calcio rimarrà intatta insieme al suo stile di gioco unico, riconoscibile a una prima occhiata in mezzo a migliaia di giocatori.

Magneto

Spalletti come talent-scout e Spalletti come manager che con una visione di ampio respiro riesce a lanciare sui grandi palcoscenici un fenomeno indie, relegato a una piazza sui generis come Udine. È l’approdo a Roma che fa di Pizarro un giocatore invidiato, perfino iconico; uno di quegli elementi che vengono immediatamente associati ad un intero stile di gioco collettivo che richiama alla mente i concetti di qualità, possesso palla, palleggio. Il Pek è il magnete al centro di una galassia in movimento: colui che non prova mai paura a giocare la palla, né a compiere scelte rischiose privilegiando il fraseggio e la risoluzione attraverso tecnica e pensiero rispetto all’immediatezza o alla fisicità. È il cileno che scandisce identità e princìpi di gioco di una squadra, mai viceversa.

La Roma di Spalletti si basa su questo assioma e produce uno dei modelli più originali e moderni degli anni zero europei: il 4-2-3-1 con Totti falso nueve, capace di assorbire con qualità ineguagliabile un set di compiti e movimenti universali, è una piccola avanguardia che ha in Pizarro la sua pietra miliare, l’innesco di un intero meccanismo, sofisticato e preciso come le lancette di un Longines.

Il singolo momento clou del Pek a Roma: il rabbioso gol del 2-1 contro il Real Madrid, poi decisivo per il passaggio ai quarti di finale.

“Se eri in difficoltà, gli cedevi il pallone: era l’ancora di salvezza.” (Daniele De Rossi)

Dal 2006 fino al 2011 la carriera del Pek è un manifesto al calcio delle idee: un gioco proattivo che cerca di imporre una visione inseguendo il risultato attraverso qualità e prestazione, fedele al motto zemaniano “il risultato è casuale, la prestazione no”.

A volte suscitava l’impressione che fosse la palla a correre insieme a lui, e non viceversa. Un rapporto splendido e morboso.

Perfino la sua fisionomia contribuisce al renderlo un regista iconico: 168 centimetri per 65 chili compressi in un fisico compatto, brevilineo oltremisura, a metà fra un personaggio dei romanzi d’avventura di Jonathan Swift e un abitante di uno dei tanti mondi fantasy di Tolkien. Il Pek, però, sfoggia un suo super-potere: allentare o accelerare la pressione avversaria e il ritmo dell’azione, giocando una sorta di partita personale contro il concetto di pressing e giocabilità in spazi ridotti.

Oltremodo convinto e sicuro dei suoi mezzi tecnici di base, Pizarro ha plasmato in maniera personale – e forse come nessun altro regista negli ultimi 15 anni – i tempi di gioco con la palla al piede: ci ha abituato a pause infinite, soliloqui nel cono centrale del campo per manciate di secondi mentre gli avversari congestionavano le linee di passaggio, portando un pressing individuale sul cileno.

Come un lillipuziano baciato da un talento speciale, il Pek negli anni ha dovuto adattarsi ad un ambiente ostile, diventato troppo estremo per il suo fisico. Si è costantemente adattato, cristallizzando il suo stile di gioco e prendendosi ancora più responsabilità all’interno di un collettivo. Come nel momento del suo arrivo a sorpresa a Firenze. Nell’estate del 2012, dopo una totale rifondazione dirigenziale e tecnica, Pradè si ricorda del vecchio Pek e, su avallo di Montella, lo fa firmare sfruttando il suo regime da svincolato dopo sei mesi interlocutori al Manchester City, in un calcio che resta la nemesi delle sue caratteristiche.

E Pizarro in poche settimane diventa la Fiorentina. Il collettivo viola di Montella, una delle innovazioni tattiche più affascinanti degli ultimi anni, è al 100% espressione del suo calcio, coadiuvato da un altro giocatore fondamentale ma più universale come Borja Valero.

Qui sopra il suo best of a Firenze: 3 minuti di sterzate e cambi di direzione nello stretto che vi provocheranno il distaccamento delle retine.

I duetti fra il Pek e uno straordinario palleggiatore come Borja diventano fin da subito materiale per highlights, compilation e gif, dove il minimo comune denominatore resta la capacità di disorientare gli avversari in spazi inesistenti e improvvisamente “dare respiro” al gioco con lanci da quarterback perfettamente calibrati sulla corsa o sui piedi dei compagni.

Che il sistema di gioco fosse un 3-5-2 o un 4-3-3, nessun reale cambiamento avveniva nei princìpi base del tecnico napoletano: la Fiorentina, impostata sul Pek come vertice basso di centrocampo, necessitava di un palleggio basso finalizzato a mantenere il possesso per trovare poi lo spazio per lo scarico dal giropalla difensivo al mediano, e risalire il campo palleggiando in ampiezza mantenendo la palla tra i piedi. In queste situazioni di gioco Pizarro si muoveva nel suo habitat naturale, sfruttando la sua innata capacità di trovare la posizione giusta per ricevere palla, orientando il corpo in maniera corretta.

Ogni rosa ha le sue spine. Il lato oscuro del Pek è quello che a intervalli regolari lo porta a strafare, a fidarsi fin troppo del suo controllo palla. Contro il Milan del fischiatissimo ex Montolivo, il gol che sblocca la partita nasce da un prolungato tango a ridosso dell’area di rigore, contrastato dall’ex viola che va a segnare con facilità. Un dramma shakespeariano.

Il Pek, insomma, in un percorso ondivago da Udine a Roma fino alla splendida età matura di Firenze, ha sempre ricoperto un ruolo pivotale all’interno di squadre che hanno mostrato proposte di gioco coraggiose, piccole ma significative avanguardie che hanno a loro volta influenzato altre realtà successive. Collettivi che spesso si sono adattati al suo stile di gioco, crescendo insieme alle prestazioni e alle intuizioni del cileno.

Uno che, a volte, si è preso rischi inutili ed eccessivi assecondando la sua personalità senza compromessi, le sue qualità e quel modo estremamente barocco di intendere il gioco. Pizarro è stato portatore sano di un calcio dal fascino estremo, dai risvolti totalizzanti, ma che ha costantemente anteposto la qualità a ogni scorciatoia, pagandone forse il prezzo in termini di notorietà.

In un’epoca in cui il tema dominante è stato l’infinita rivalità tra Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, due attaccanti le cui imprese in termini di statistiche sembrano non avere limiti, Pizarro si è inserito a modo suo e in misura minore in quel sancta sanctorum che accoglie figure sacerdotali come Xavi, Pirlo, Xabi Alonso: giocatori meno evidenti e decisivi dei due cannibali di Barça e Real, ma altrettanto cruciali. Forse i veri influencer dell’evoluzione dell’ultimo decennio del calcio europeo.