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“El que quiera peces que se moje el culo”. (Proverbio spagnolo)

David Silva è talmente forte che ogni sua giocata sembra scontata, seppur mai banale, ogni colpo di genio dovuto e ogni assist un normale passaggio smarcante. Silva è uno di quei rari giocatori che, senza disturbare e quasi con distacco aristocratico, ci ha fatto inconsciamente innamorare di quel gioco che è, e rimane – nonostante l’esacerbazione tattica e fisica – esercizio di coordinazione, intelligenza e soprattutto tecnica.

Quando si analizza uno sportivo che galleggia a metà tra le definizioni di ‘campione’ e ‘ottimo giocatore’, è utile un approccio che non sia esclusivamente di stampo statistico-analitico. Prenderemo dunque in prestito il sunto alla base della pedagogia moderna – secondo cui l’educazione si muove sulle tre coordinate del ‘sapere’, ‘saper fare’, ‘saper essere e quindi saper divenire’ – per analizzare come la storia personale sui generis di Silva abbia poi influito sul calciatore adulto, campione o ottimo giocatore che sia; perché, per parlare di David Silva in modo vagamente esaustivo, ancor più di altri giocatori, è doveroso partire anzitutto dal suo percorso giovanile.

David Josua Jimanez Silva nasce l’8 gennaio del 1986 ad Arguineguín, nell’isola di Gran Canaria. Si tratta del tipico villaggio di pescatori la cui genuinità viene intaccata nel periodo estivo, quando vari bar e ristoranti stagionali, specializzati nella cucina del pescado, ne compromettono lo charme da approdo solitario lontano da ogni forma di frenesia e stress. I turisti più numerosi sono i norvegesi – ad Arguineguín si trovano una scuola, una chiesa e un centro medico in lingua norvegese – ma è di una turista giapponese che s’innamora il padre di David, Fernando Jiménez, poliziotto ed ex calciatore di buon livello.

Dall’insolito sodalizio jappo-iberico nascono tre bambini, una femmina e due maschi, tutti molto interessati dal calcio, facile da praticare per strada su un’isola dotata di pochissime infrastrutture pubbliche. Il più piccolo dei tre, in particolare, è particolarmente dotato: David, che fin da piccolo affina la sua tecnica calciando frutti poco maturi e correndo lungo i moli del porto, cresce nel culto del concittadino Juan Carlos Valerón, idolo dei tifosi del Las Palmas prima di diventare una leggenda del Deportivo La Coruña, e non sembra pensare ad altro che a giocare. Con buona pace di nonna Antonia, non entusiasta dell’abitudine del nipote di calciare i frutti tropicali per casa, o di applicarsi relativamente negli studi:

Ho iniziato io a creargli delle palle di stracci, in modo che non devastasse il corridoio di casa. Ma per anni ha continuato a preferire la frutta”.

Poco dopo il terzo compleanno arriva un pallone vero che, appena il suo corpo filiforme glielo permette, si tramuta in opportunità di giocare per strada con gli amici del quartiere, nonostante la ritrosia di mamma Eva. In Giappone l’istruzione viene prima di tutto – basta pensare alla carriera di Yuto Nagatomo, iniziata solo dopo una laurea in Economia -, fu quindi una fortuna che una pallonata colpì David rompendogli un braccio: il fatto che continuasse a giocare a calcio senza mostrare fastidio fu interpretato dalla madre come un segno, il suo terzogenito sarebbe dovuto diventare un calciatore.

Il porto di Arguineguin.

Destino che non è facile da compiersi, visto il contesto in cui cresce David: situate nell’oceano Atlantico, difronte alla costa dell’Africa, al deserto del Sahara e poco più a nord rispetto al Tropico del Cancro, le Canarie sono una realtà distante anni luce dalla madre patria Spagna, anche da un punto di vista sportivo e infrastrutturale. Non che in Spagna si vivesse un’età dell’oro: le Olimpiadi ospitate nel 1992, di fatto, hanno solo in parte favorito il rilancio economico e sportivo della nazione, andando ad influire positivamente soprattutto sul tessuto urbano di Barcellona.

Ma David non è il classico isolano che i cliché descrivono come pigro e svogliato: a 8 anni convince infatti i genitori a portarlo a giocare con il San Fernando, squadra della vicina Maspalomas, situata 25 chilometri più a est ma piuttosto scomoda da raggiungere in auto. Al San Fernando, prima di essere schierato come ala, Silva viene messo a fare il portiere; un’eresia, se si pensa che David da subito vuole giocare “nell’altra metà campo: va bene ovunque”, ovvero dove agiscono i suoi due idoli: il sopracitato Valerón, ma soprattutto il fratello Nando Jimenez Silva, da cui David giura di aver assorbito lo stile di gioco.

Silva gioca per il San Fernando fino al 2000, anno in cui per lui spende il jolly il Valencia, fatto letteralmente a pezzi da David durante un match contro una selezione delle Canarie. Va sottolineato che in realtà Silva, d’accordo col padre di fede merengue, avrebbe optato per il Real Madrid, che lo aveva frettolosamente scartato perché fisicamente troppo gracile. E, in effetti, piccolo lo rimarrà: tuttora i 170 cm di altezza dichiarati appaiono eccessivi rispetto alla sua percezione comune.Il trasferimento a Valencia – scordatevi l’attuale città, profondamente cambiata negli ultimi 15 anni dai tratti di Santiago Calatrava – comporta un forte choc, soprattutto per uno che è abituato ai ritmi dilatati della vita isolana:

“All’inizio è stato difficile, ma pian piano mi sono fatto degli amici che tuttora frequento”.

Ad aiutarlo è l’esplosione calcistica: da subito è chiaro per tutti che David è un ingegnere del pallone. Non si limita a correre e passare la palla, ma produce gioco, grazie a un cervello selettivo che lavora più velocemente degli altri. È naturalmente tranquillo con la palla tra i piedi e non sbaglia mai una scelta – tecnica o tattica che sia -, tanto che fin da adolescente si sente ripetere da qualsiasi allenatore la stessa frase: “puedes jugar donde quieras, David”.

A 17 anni Silva è pronto per la seconda squadra, nonostante persistano alcuni dubbi di carattere fisico. Timori presto smentiti: il ragazzo ha un baricentro basso, che gli permette di assorbire senza troppa fatica i contatti, e quando è evidente che è sempre perpendicolare con la schiena al terreno – questo gli impedisce di sbilanciarsi troppo in avanti in fase di possesso, rimanendo sempre in controllo del proprio corpo – e non si stanca mai, è chiaro a tutti che il fisico non sarà un limite alla sua ascesa verso l’olimpo dei fuoriclasse.

Per farlo maturare, nella stagione 2004/05 viene ceduto all’Eibar, nei Paesi Baschi, dove esordisce come professionista giocando con continuità e contribuendo con 5 gol all’ascesa del club, che chiude quarto in classifica in Segunda Division. In quello stesso anno, benché sia una delle stelle della Nazionale Under-19 viene convocato per la prima volta in Under-21, attirando l’attenzione delle squadre minori della Liga. A spuntarla con un prestito gratuito è il Celta di Vigo. In pratica, passa da una città di confine a un’altra: dal confine francese a quello portoghese.

Col Celta David s’impone come titolare e conferma con continuità le qualità già messe in mostra; a fine anno i dirigenti del Valencia non possono che concedergli una chance in prima squadra. A 20 anni, dunque, il canarino prende in mano la valigetta con i codici – giocando 40 partite all’anno per le successive quattro stagioni – di uno dei migliori club del paese, col quale ha finito presto per identificarsi diventando idolo dei tifosi che lo avevano visto letteralmente crescere con quei colori addosso.

Da un punto di vista tattico c’è da sottolineare che non ha mai avuto una vera e propria posizione. Il soprannome – Merlino, personaggio centrale delle leggende arturiane – è esemplificativo del livello di estasi che genera il suo tocco mancino. Spesso vengono sottovalutati i suoi gol: tanti – 55 nelle nazionali spagnole, 75 con i club -, mai banali e sempre dedicati alla cugina Cynthia Vega Jimenez, figlia della sorella del padre, improvvisamente morta di cancro ad appena 5 anni.

Anche se il meglio lo dà sempre come assist-man.

L’ascesa valenciana non può che aprirgli presto le porte della nazionale maggiore, con la quale esordisce nell’inverno del 2006 in una partita amichevole a Cadice contro la Romania. Da allora il tassametro non si è mai fermato, arrivando fino alle 116 presenze attuali. Curiosamente, visto il ruolo e il suo stile di gioco, è il quarto miglior marcatore all-time delle Furie Rosse con 35 reti.

Nel 2010 Silva non fa in tempo a vincere da protagonista il Mondiale in Sudafrica che il suo club del cuore gli comunica di averlo ceduto al Manchester City per 33 milioni di euro. Con le valutazioni che girano attualmente, è come aver comprato delle azioni Apple alla vigilia dell’uscita del nuovo iMac nel 1998.

“È stato molto difficile lasciare Valencia, dove avevo casa, famiglia e amici. Ma non era la prima volta che lasciavo tutto per il calcio, e sentivo di doverlo fare. Oggi sono qui e credo che le cose siano andate bene”.

Il trasferimento in Inghilterra si rivela un’esperienza più dura della precedente, non fosse che si vede triplicato l’ingaggio, anche perché la famiglia questa volta non può seguirlo: nella precedente esperienza, infatti, lo aveva raggiunto nella Comunitat Valenciana; il padre, addirittura, era diventato responsabile della sicurezza del Mestalla, nonostante David insistesse perché smettesse di lavorare.

Il trasferimento in Inghilterra segna dunque il rientro della famiglia nelle amate Canarie. Circa la metà dei campi da calcio dell’isola sono stati recentemente finanziati proprio da David e sono gestiti direttamente dal padre, diventato assessore allo sport, che non perde occasione per raccontare di quando – giocando come semiprofessionista per il Santa Agueda – permetteva al figlio di unirsi alle partitelle, godendosi la sorpresa dei compagni sul fatto che “In 10 minuti di partita David correva il doppio di quanto abbiano visto fare a me in 90 minuti”.Va detto che sarebbe miope non riconoscere il valore, nella crescita umana di Silva, delle due donne di casa: la madre Eva e la sorella maggiore Natalia. In particolare, la seconda viene consultata per qualsiasi interrogativo di carattere economico, ed è lei che, nei periodi di maggiore difficoltà, si trasferisce a casa del fratello per agire da supporto morale. Perché senza la famiglia Silva non sarebbe arrivato a vincere due Europei, un Mondiale, quattro coppe nazionali e due campionati a 32 anni. Sempre da indiscusso protagonista e in squadre dall’ottimo potenziale economico, ma storicamente non così vincenti.

“I primi anni di David nel calcio professionistico sono stati duri. Ha cercato di essere forte per noi, ma si capiva quando stava male. Abbiamo cercato sempre di stargli vicino” ha detto nonna Antonia – “è buffo perché quando torna sull’isola dorme sempre a casa mia, mentre potrebbe comprarsi mezza isola”.

La famiglia fa così tanto muro attorno a David che si conosce a malapena il nome di sua moglie, Melanie, incontrata proprio ad Arguineguin all’età di otto anni, e che ha resistito pure al periodo di separazione forzata quando lei studiava a Madrid. È notizia di poche settimane fa che il loro figlio, nato prematuro, abbia lottato con la morte mettendo a dura prova l’equilibrio professionale ed emotivo di David, supportato da vicino dal City e da Pep Guardiola.

A differenza di altri giocatori della Premier non vedremo mai Silva schivare i fotografi fuori da un night, o invischiato nei numerosi scandali a luci rosse che coinvolgono periodicamente i giocatori del campionato inglese: preferisce uscire in pieno giorno, con gli amici spagnoli che, a turno, vengono a trovarlo. Senza contare che ha i soldi per comprarsi qualsiasi casa esistente sul mercato, ma preferisce vivere in una villetta di 125 metri quadri. Mostrando pure uno spirito di adattamento notevole, considerato il contesto in cui si è formato: “È felice a Manchester, anche se la pioggia lo deprimeva. Viene dalle isole Canarie, lì è sempre soleggiato”, ha dichiarato il compagno Fernandinho con cui ha stretto un forte rapporto di amicizia.

La sua compostezza sulla palla, così come la sua visione, la precisione nei passaggi, la capacità di leggere il gioco, controllare il ritmo e capire gli spazi lo rendono probabilmente il miglior giocatore al mondo nella sua posizione. Ma dietro al giocatore, in sostanza, c’è anche un uomo maturo e compiuto che deve molto all’educazione ricevuta.

Nonostante la sua struttura fisica, David Silva si è adattato alle esigenze di un gioco ad altissimo livello d’intensità. Grazie al talento e alla famiglia ha invece superato quelle difficoltà ambientali e personali a cui non sono immuni neanche alcuni campioni. In definitiva David ha dimostrato che, con la giusta mentalità, ogni avversità o pregiudizio possono essere ribaltati.

“Solitamente le qualità che servono qui sono la forza fisica, l’altezza, la velocità. David non eccelle in nulla di questo, ma li domina tutti. Un ‘nano’ li sta distruggendo tutti quanti”. (Pep Guardiola).