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Di Federico Rana

Primatista di reti con la maglia del Tottenham in Premier League (101). Primatista di reti con la maglia del Tottenham in Champions League (8). Secondo miglior marcatore in Premier League dalla stagione 2013-14, anno in cui, tornato dal prestito al Leicester, si è preso il posto da titolare in maglia Spurs.

I numeri parlano per lui: Harry Kane ha stabilmente raggiunto livelli da top player. 31, 28, 35 gol, la costanza di rendimento degli ultimi tre anni gli è valsa elogi – e attenzioni – da tutto il mondo. Statistiche realmente importanti, che sembrano destinate a venire ritoccate ulteriormente nel corso di questa stagione, in cui l’attaccante inglese ha già raggiunto quota 32 gol in 33 partite (23 in 26 caps in Premier, 3 in 2 caps in FA Cup, 6 in 5 caps in Champions League).

In questo momento Harry Kane è semplicemente una macchina efferata, micidiale. Lo hanno capito in Inghilterra; lo ha capito il Borussia Dortmund, a cui ha segnato 3 gol in due partite nella fase a gironi di Champions; lo ha capito il Real Madrid, con Florentino Perez pronto a fare follie per portarlo alla corte di Zidane. Niente da fare, il Tottenham – club in ascesa, dalle finanze copiose e dal bilancio sano – ha messo il veto, ed era preventivabile. Almeno per quest’anno, Kane non si muove. Anche perché vuole migliorare il bottino di 29 reti della scorsa Premier League, in cui ha firmato il nuovo record di gol per il club della zona nord di Londra.

Un incipit e un cammino che faranno storcere il naso ai tifosi juventini. Perché a fronte di tutti questi dati, un interrogativo sorge spontaneo, ed è lo stesso che, forse, si starà facendo anche Massimiliano Allegri: come si ferma in questo momento Harry Kane?

Di solito, quando ci si affaccia ad uno scontro con un nemico, si cerca anzitutto di conoscerne i limiti, di analizzare i punti deboli, come da lezione di Sun-Tzu e del suo intramontabile manuale. Ecco, probabilmente si andrebbe a vuoto: Harry Kane, attualmente, non dà l’impressione di avere punti deboli. Una macchina da gol ai limiti della perfezione. Da quando è giunto in maglia Spurs, ha segnato in ogni modo che gli è stato possibile, facendo registrare numeri monstre: 31 gol di sinistro, 53 di destro, 19 di testa. Un fondamentale, quest’ultimo, con cui ha già saputo fare male ai bianconeri quest’estate.

Sfila alle spalle dei centrali, distratti, con un contromovimento e schiaccia con una tranquillità zen.

Era il 5 agosto, ed una Juventus ancora in fase embrionale subiva una sconfitta a tratti immeritata, ma comunque dura da digerire: 2-0 secco, qualche occasione creata (con i pali di Kean e Cuadrado) ma nel complesso una notevole difficoltà ad uscire dal guscio contro una squadra esplosiva, dinamica, aggressiva in ogni situazione di gioco trascinata da una fase di pressing alto tra le più intense d’Europa. In particolare, a preoccupare il popolo bianconero era una linea difensiva ancora priva di certezze granitiche: orfano di Bonucci, Allegri ha mantenuto una difesa a 4 con Lichtsteiner e Alex Sandro sulle fasce, Chiellini e Rugani al centro. Ma come spesso capita, ciò che accade ad Agosto rimane ad Agosto, un po’ come succede per gli weekend di follia a Las Vegas.

Con l’inizio del campionato nella formazione bianconera cambia qualcosa, soprattutto dietro. Sulla destra si assiste alla progressiva ascesa di De Sciglio, capace di tornare ai livelli del Milan a firma Allegri. Nella coppia di centrali, Rugani ha perso (facilmente) il posto nelle rotazioni a favore prima di Barzagli e infine di Benatia; il marocchino, in ascesa verticale rispetto al rendimento di inizio stagione, potrebbe prendersi l’onore e l’onere di marcare Kane come primo riferimento, o almeno provarci. Anche se nel tempo abbiamo imparato come, in questo tipo di appuntamenti, chi vada in prima battuta sul pericolo pubblico principale è Giorgio Chiellini, grazie alle sue indiscutibili qualità old-school in fase di marcatura.

Ma alla fine concentrarsi troppo sul ‘chi’, come se si trattasse di un duello western, potrebbe essere l’ultimo dei suoi problemi. Perché Harry Kane spesso risulta difficilmente limitabile grazie alle sue qualità universali. Mai come in questo periodo si presenta all’appuntamento clou dell’anno in uno stato di forma invidiabile. Anzi, il migliore possibile, come ha tenuto lui stesso a precisare pochi mesi fa in un’intervista a FourFourTwo, rivelandosi perfino un buon profeta di sé.

A Torino, però, credono fortemente nel valore del proprio collettivo e del lavoro tattico di gruppo. E le parole di Pochettino alla vigilia lo confermano: “La Juventus è ai livelli di Barcellona e Real Madrid. Un top club, che fa parte di un élite a cui noi aspiriamo ma rispetto a cui, ora come ora, siamo un gradino sotto”. Un’affermazione condivisibile e razionale, visto che il Tottenham è sì bello da vedere, irresistibile in alcuni tratti di partita, ma non ha mostrato, almeno finora, una maturità e un livello di continuità all’interno dei 90 minuti tale da arricchire la propria bacheca di trofei: l’ultimo, infatti, risale alla stagione 1991/92, una Supercoppa d’Inghilterra. A livello nazionale vanta 2 Premier League e 8 FA Cup, tutte datate tra gli anni ’50 e gli anni ’90. In Europa gli Spurs non hanno mai fatto la voce grossa: solo due coppe UEFA (stagioni 1971/72, 1983/84) ne nobilitano uno scarno palmarès.

Vincere contro questo Tottenham si può. Anzi, rimane l’obiettivo primario per gli uomini di Allegri. E dopo averne elencato i pregi di Kane, proviamo anche a mostrare qualche difetto, qualche passaggio a vuoto, qualche situazione che ha particolarmente sofferto.

La media di un gol a partita (ogni 88’) per quanto eccellente, rimane un dato che un po’ tradisce. Perché vi sono stati (inevitabilmente) alcuni avversari capaci di annullare Kane nel corso di questa stagione: sono state 15 le partite in cui l’attaccante non ha trovato il gol. Di queste, il Tottenham ne ha vinte 7, pareggiate 5 e perse solamente 3. A testimonianza di come la banda di Pochettino non sia Kane-dipendente, ma anzi, abbia imparato col tempo ad affidarsi alla raffinata vena associativa di Eriksen e a sfruttare i colpi di un altro uomo-chiave della fase offensiva come Dele Alli. Ma, leggendo tra le righe, denota anche come il #10 degli Spurs sia un attaccante oltremodo moderno, capace di far girare la squadra anche senza segnare. Gli unici 2 assist messi a referto forse tradiscono quanto efficacemente il centravanti sappia muoversi e sacrificarsi in funzione della squadra, elevandone il livello di gioco complessivo.

È singolare vedere come le tre sconfitte del Tottenham con Kane a secco siano arrivate in tre veri big match. Si tratta infatti delle sfide contro Chelsea, Manchester City e Arsenal, ovvero partite contro due delle quattro squadre che al momento precedono gli Spurs in classifica, e contro i cugini con cui condividono il quinto posto. Vero che contro i Gunners si è rifatto proprio nell’ultima giornata di campionato, realizzando il gol decisivo in un derby caldissimo.

Tra queste sconfitte, quelle contro Arsenal e Chelsea sono arrivate nella sfida contro una linea difensiva schierata a 3. In particolare, Kane è stato preso in consegna rispettivamente da Koscielny e da Azpilicueta. Vale a dire uno dei centrali più agili del campionato, ed un terzino reinventato da Conte in un ruolo inedito per l’occasione. Un copione risultato indigesto al centravanti inglese, trovatosi in difficoltà nel fronteggiare due giocatori sicuramente non in grado di mantenere un duello prettamente fisico, ma capaci di arginare le conduzioni palla al piede del numero 10. Contro i Citizens, una linea a 4 è riuscita ad assorbire il moto perpetuo di Kane. In questo caso, però, il merito non è da riconoscere soltanto alle capacità della coppia di centrali, quanto all’incredibile lavoro di filtro di Fernandinho, vero equilibratore tattico della squadra di Guardiola.

Qui due casi in cui il dinamismo senza sosta di Kane si adatta alle capacità dei compagni – Son ed Eriksen – che vengono premiati per il loro attacco allo spazio generato dal centravanti.

Sembrerebbe quindi che Kane soffra uno scenario tattico in cui il giocatore che lo marca ne riesca almeno a (con)tenere il passo, soprattutto se coadiuvato da un lavoro collettivo in fase di non possesso per congestionare le linee di passaggio e i rifornimenti per innescare il suo micidiale attacco alla profondità. Una difesa in cui l’uomo che prende in consegna il leader della Scarpa d’Oro gli possa cedere anche qualche centimetro in altezza, ma che non gli lasci lo spazio alle spalle per lo scatto, a volte letale. Perché, analizzandolo a un livello macro, Kane fa proprio del mix tra fisicità e velocità la chiave della sua efficacia: uno stile di gioco che, più di altri, necessita di spazi da attaccare, sia frontalmente che lateralmente. Una situazione di gioco che una difesa posizionale, testata con successo in campionato da Allegri, potrebbe almeno limitare.

In ordine di tempo, l’ultima partita senza segnare risale a due turni fa in Premier League: l’avversario è il Manchester United, altra squadra che precede in classifica gli uomini di Pochettino. Contro i Red Devils, con una difesa centrale composta da Smalling e Jones, Kane ha concluso per 6 volte verso la porta avversaria, e in solo la metà di queste ha centrato la porta. Un numero eloquente è quello relativo ai dribbling: solo in 2 dei 6 casi di 1 contro 1 tentati l’attaccante è riuscito a saltare l’uomo. Merito anche di Nemanja Matic, collante tra i reparti, spesso fondamentale in fase di copertura preventiva. Contro la squadra di Mou alla fine sono serviti un gol di Eriksen e un’autorete di Jones per vincere uno scontro d’alta classifica.

Lo stato di forma con cui Kane si affaccia alla sfida dell’Allianz Stadium è oggettivamente straripante: 5 gol nelle ultime 5 partite, nelle quali il Tottenham ha ottenuto 11 punti. Tra poche ore sapremo come Allegri deciderà di affrontare questo rebus. Intanto, guardando i suoi numeri e la sua condizione psico-fisica, continuiamo a chiederci: si può fermare Harry Kane?