10 min read

Nel 2003 è uscito il film scritto, diretto e prodotto da Sofia Coppola, con protagonisti Bill Murray e Scarlett Johansson, Lost in Translation. Il film ruota attorno al particolare rapporto che si crea in una Tokyo elegante e al contempo iper-moderna e incomprensibile, tra l’attore in declino Bob Harris e la neolaureata Charlotte, che trova terreno fertile nel fatto che entrambi si sentano spersi, spaesati e insicuri in un contesto – si potrebbe pensare al Giappone, ma in realtà il disagio deriva dalle loro scelte di vita – in cui non si riconoscono come se stessi.

Analogamente ai protagonisti del film minimale della Coppola, Julian Weigl sta vivendo un periodo fatto più di incertezze e tormenti, che soltanto 18 mesi fa non sarebbe stato possibile immaginare. Insomma, qualcosa è andato perso nello sviluppo di questo talento – non per i problemi linguistici e culturali di cui sopra, perché Weigl non ha mai giocato fuori dai confini tedeschi – che pare essersi arenato o quantomeno involuto; anche perché addurre a motivazione soltanto i problemi fisici accusati in tempi recenti sarebbe operazione riduttiva.

In questo periodo storico ci s’interroga più che in passato sul peso che il contesto calcistico abbia sui successi di un calciatore. Nel caso di Weigl, simile per stile di gioco e personalità a Toni Kroos, si pensava poco. Perché è uno di quei calciatori che ruba l’occhio per la facilità di vedere e generare calcio fin da piccoli, tanto che non ti sorprendi per niente quando lo vedi emergere, senza fatica apparente, sui massimi palcoscenici del professionismo. Eppure, qualcosa di quella naturalezza si è persa. Qualche parola chiave è sfuggita alla traduzione.

Da alcuni anni, dopo la fondamentale ricostruzione del sistema calcio tedesco post-2000, e per merito dell’ascesa del Bayern Monaco e della ventata di freschezza della scuola di Dortmund, i riflettori del calcio europeo sono tornati a puntare forte sui prodotti Made in Germany che – dopo i sofferti anni ’90 – avevano perso schiere di corteggiatori. E se il rifiorire della scuola teutonica ha giovato ai giovani delle selezioni nazionali, in campo prima e per più tempo rispetto ai coetanei europei, lo stesso non si può dire per l’hype del campionato: non a caso, sul mercato asiatico la Bundesliga ha minor seguito rispetto a una Serie A in cronica crisi identitaria.

Julian Weigl, fresco di rinnovo fino al 2021 col Borussia, sembra far parte di quel trend che porta alcuni giocatori tedeschi a far precocemente gridare al campione – mi viene in mente Stefan Kießling del Leverkusen, investito di una valanga di aspettative e paragoni importanti agli esordi – ma che vedono la loro crescita interrompersi, il più delle volte perdendosi in maniera definitiva in tempi relativamente brevi. Eppure non sembrava il caso di Weigl, che continua a giocare con continuità nella Nazionale campione del mondo.

Non è un caso che solo recentemente Löw abbia deciso di puntare sul recupero di Gündogan e l’esperienza di Stindl, piuttosto che sul suo talento non completamente espresso: è infatti uno di quei giocatori il cui rendimento è direttamente proporzionale alla filosofia di gioco proposta e alla qualità dei movimenti sul campo – invece ci si aspettava che incidesse maggiormente sulla sua squadra, almeno col tempo -, o semplicemente molto legato ai princìpi di gioco più che al singolo modulo tattico: il 4-3-3 con cui si schiera la Mannschaft, che viene imposto pure nelle selezioni minori, si adatta al suo stile di gioco grazie a quei princìpi-base del gioco di posizione che la Germania porta avanti da anni. Insomma, a 22 anni Weigl è atteso dal primo turning-point in carriera, ma non è detto che una svolta avvenga nella sua Dortmund.

Rising star

La carriera del gioiellino di Bad Aibling inizia nel 2001, quando supera in scioltezza un provino con l’SV Ostermünchen, piccolo club il cui campo di allenamento dista appena 9 chilometri dalla cittadina bavarese. Nove anni dopo viene inaspettatamente scippato dal Monaco 1860 ai cugini più prestigiosi del Bayern; dopo una carriera a livello giovanile di assoluto splendore, è conseguenza naturale l’esordio nei professionisti e, poi, la continuità sul rettangolo di gioco, soprattutto perché la squadra nel 2013/14 militava in 2.Bundesliga, e non era propriamente densa di grandi nomi: l’iconico Gábor Király, di fatto, era l’unico giocatore a vantare uno spessore vagamente internazionale.Entra talmente bene nello scacchiere tattico di coach Vollmann da diventare titolare quasi subito, e ancor prima idolo dei tifosi, che intuiscono di avere la possibilità di ammirare da vicino un giocatore speciale. Un sondaggio online, infatti, lo incorona come capitano per la stagione 2014/15. Sfortuna vuole che Julian finisca presto al centro di uno strano caso: un gruppo di tifosi aveva inviato una mail alla società con allegato un video in cui Weigl, visibilmente alticcio, sbeffeggiava con pittoresche imitazioni allenatore e compagni più anziani. La goliardata gli precluse la fascia di capitano e gli appiccicò addosso, per qualche tempo, l’immeritata fama di bad boy.

Vicissitudini extra-calcistiche a parte, le 24 apparizioni di assoluto livello del regista del 1860 ben presto lo rendono oggetto di interesse per i top club di Bundesliga in cerca di ordine, tecnica e visione di gioco in mezzo al campo. Ad accaparrarselo, per un prezzo che molti definirono “scandaloso”, è il Borussia Dortmund. Va detto che i problemi finanziari dei Sechzig di Monaco giustificano solo in parte il prezzo di vendita di 3 milioni di euro. In tal senso, pare che nell’affaire-Weigl siano finite dieci giovani promesse che hanno intrapreso il viaggio inverso, e con le quali il 1860 ha sostanzialmente rifondato un settore giovanile in declino.

In verità su Weigl c’era stato già un forte pressing da parte del City che, però, rispetto a Tüchel e al Borussia non aveva la possibilità di offrirgli una sistemazione vantaggiosa sia da un punto di vista geografico – Weigl è senza esperienza e non vorrebbe espatriare – che d’impiego; e i 2.246 minuti che gioca nella prima stagione, spalmati su 30 partite di campionato, sembravano dimostrare la lungimiranza della sua scelta. Creando, al contempo, un hype spropositato, tanto che pure in Italia alcuni siti specializzati fecero a gara per scrivere del suo talento, anche se, di fatto, non aveva ancora pienamente conquistato lo status di titolare né in coppa né in campionato.

Ecco, di questi passaggi a tagliare le linee effettuati con estrema tranquillità e pulizia, ce ne sono circa 5 a partita.

Quando poi il Borussia, nell’estate 2016, decide di privarsi sia di Mkhitaryan che di Gündoğan, entrambi partiti alla volta di Manchester, è chiaro come l’intenzione del club sia quella di consegnare le chiavi del gioco del BVB nelle mani del ragazzino: tutto è apparecchiato per la definitiva consacrazione. Effettivamente, le prime 20 partite giocate tra Bundes e Champions League si trasformano in un meraviglioso spot delle sue qualità, dove si toglie pure lo sfizio di segnare: un tiro telecomandato, con elegante dribbling annesso, contro lo Sporting Lisbona, bagna il suo esordio nella massima competizione continentale.

Mica male come esordio, no?

Dark star

“Julian Weigl diventerà una stella del calcio europeo”. (Toni Kroos)

Col tempo le prestazioni iniziano a calare, e dare la colpa ai frequenti infortuni sarebbe eccessivo: sotto alcuni aspetti Weigl è un regista che sembra sbucato direttamente dagli anni ’70, che necessita di movimenti perfetti di trequartisti ed esterni, affinché il suo gioco abbia uno sfogo immediato, altrimenti risulta prevedibile, o comunque non abbastanza rapido nella giocata come necessario nel calcio moderno. Eppure Weigl sembrava aver adattato il suo stile di gioco vintage a un calcio intenso e dinamico come quello tedesco, proprio come aveva fatto il suo modello di riferimento Toni Kroos.

Weigl attualmente, più che il nuovo Kroos, sembra destinato a diventare una versione in tono minore di Sergio Busquets – non è un caso che il catalano sia, assieme a Bender, Kroos e all’idolo Bastian Schweinsteiger colui che Julian indica come suo modello -, con cui condivide l’estrema intelligenza nel posizionamento sia in fase di costruzione che di non possesso, e un’accuratissima precisione nei passaggi, dimostrando più volte che è in grado di verticalizzare in maniera diretta e precisa con laser-pass a illuminare i corridoi di gioco.

L’hype che circondava Weigl derivava dunque dalla sua capacità di leggere e semplificare il gioco, e, per venticinque partite, è realmente sembrato il miglior catalizzatore di gioco in Europa in rapporto all’età: che si trattasse di abbassarsi per impostare il gioco con una salida lavolpiana o creare superiorità posizionale in fase di possesso con passaggi taglia-linee, sorprendeva sempre per il suo decision-making costantemente lucido, in grado di creare da ogni situazione una via di fuga sicura per i compagni sotto pressione generando superiorità al di là della pressione avversaria. La poca continuità in campo e il cambiamento di filosofia avvenuto in casa-Dortmund, tuttavia, ha privato il suo calcio di quell’efficienza di cui sopra, rendendolo poco più che un buon volante.

Dare sfogo al gioco✓ Superare il pressing✓ Verticalizzare subito per sfruttare la superiorità numerica acquisita✓

Anche in fase difensiva, dove la sua intelligenza si rivelava altrettanto utile che in costruzione, è calato: la sua altezza e agilità (186 cm per 71 kg), che gli consentivano d’intercettare i passaggi senza troppa fatica e di spendere falli tattici appena accennati, si sono rivelate un limite contro alcune squadre dal ritmo intenso e dalla tensione di gioco verticale: i cartellini sono fioccati (undici in una stagione e mezza, contro uno nelle prime due stagioni), e spesso ha coperto in maniera inefficiente lo spazio alle sue spalle, permettendo inserimenti ai centrocampisti avversari.

Weigl, dall’essere equivalente calcistico di un linebacker “sideline-to-sideline” del football americano più che un giocatore box-to-box da calcio moderno – sviluppando la sua influenza di gioco lateralmente e diagonalmente – è diventato un giocatore fin troppo lineare. Bisogna anche sottolineare come il gioco stia diventando sempre più fisico e verticale, con centrocampisti che spesso si vedono costretti a coprire enormi porzioni di campo, quindi l’idea di un registra arretrato “di tocco” che corre poco (ma bene) suona oggi quasi inusuale, se non supportato e “protetto” da princìpi di gioco strutturati come quelli a firma Tüchel. Per il momento, i lavori sono ancora in corso.

Work in progress

I registi devono essere più mobili e atletici di qualche anno fa per sopravvivere nel lungo periodo, e Weigl questo lo ha capito immediatamente, ma recentemente non lo ha messo in mostra: se forzato ad uscire, è ancora troppo irruento e spesso fuori tempo negli interventi e, in fase di costruzione, se schermato a dovere fatica a muoversi tra le linee avversarie per fornire uno scarico fondamentale per generare superiorità posizionale e dare fluidità al gioco.

Sui passaggi, tuttavia, nessun problema (96% di completati su un totale di 101 nell’ultima partita da titolare in Bundes).

In quest’ottica, la stagione 2017/18 ci dirà se Julian riuscirà davvero a compiere l’ultimo step necessario per diventare un giocatore di alto livello, anche al di fuori del malinconico contesto del Borussia di Bosz, nel quale Weigl gode di poca fiducia sia per una questione tecnica – il tecnico predilige un gioco più diretto per il quale il talento Mahmoud Dahoud è più adatto – che appunto fisica: Weigl, dopo aver saltato la preparazione per un brutto infortunio, pare tutt’altro che brillante. Come in ogni film della Coppola che si rispetti, insomma, la parabola di Weigl a Dortmund fa presagire tutto, tranne che un completo happy ending.

Il finale di Lost in Translation, con i due protagonisti che si abbracciano e si scambiano qualche parola (incomprensibile), mostra la natura empatica del rapporto tra i due, che non scivola nel rapporto fisico e si sublima in un’affettuosa e introspettiva riscoperta di sé grazie al contributo dell’altro. Si può pensare che l’avventura col BVB possa finire così: con una separazione, asciutta e non consolatoria, che non risolve la situazione ma dà all’intera vicenda i connotati di una semplice (e felice?) parentesi, aprendo le porte a future consapevolezze.

Perché Weigl ha già dimostrato troppe qualità per finire nella schiera dei dimenticati di lusso, e questo lo sanno i dirigenti di molte squadre europee. L’auspicio è che possa, in un contesto nuovo e adatto al suo stile di gioco, trovare l’habitat e la fiducia necessari per tornare a illuminare il campo con il suo approccio minimale, stando alla larga da infortuni, e soprattutto rigenerando il suo calcio così nobile.