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Dopo un lungo tira e molla, riguardante più l’opportunità di inserire anche Dzeko nella trattativa che per la reale volontà di entrambe le parti di chiudere l’affare, Emerson Palmieri si è trasferito a Londra, alla corte di Antonio Conte. La povertà di alternative praticamente in qualunque zona del campo ha addirittura costretto l’ex tecnico juventino a far debuttare un classe 2000, nel match contro l’Huddersfield del 12 dicembre. Non esattamente la situazione più usuale per la squadra detentrice del titolo del campionato più seguito al mondo. In queste condizioni, assicurarsi un giocatore dall’indubbia qualità, ancora giovane, praticamente perfetto per l’abito tattico del Chelsea ad una cifra sostanzialmente contenuta (20 milioni + 9 potenziali di bonus) è un’operazione di mercato inappuntabile.

In questo particolare momento storico sul mercato calcistico, infatti, si sta assistendo ad una bolla esponenziale del listino prezzi e davvero in pochi si sarebbero potuti immaginare cifre del genere prima dell’infortunio ai legamenti subito nella scorsa stagione dall’esterno brasiliano. L’unico che forse avrebbe dovuto avere un dubbio sulla bontà dell’operazione è il giocatore stesso. Nelle gerarchie di Di Francesco, Palmieri era indubbiamente finito lontano anni luce da Kolarov ma allo Stanford Bridge, ad oggi, esiste un unico padrone della fascia sinistra, di cui difficilmente Conte farà a meno finché sarà plenipotenziario delle scelte tattiche al Chelsea. A Londra, Marcos Alonso sta gettando basi importanti per candidarsi come uno dei migliori esterni sinistri del pianeta.

Marcos Alonso, terzo del suo nome

Marcos Alonso Mendoza, questo il suo nome completo, nasce il 28 dicembre 1990 a Madrid e diventa l’ennesimo calciatore professionista della famiglia, terzo del suo nome. La famiglia Alonso, infatti, sembra essere una di quelle geneticamente destinate al gioco del pallone. Marcos Alonso Peña, padre del nostro, si è costruito una carriera di alto livello nella Liga spagnola negli anni ’70, chiudendo con 302 presenze e 46 reti all’attivo in totale e giocando nei 10 anni di prime della sua carriera all’Atlético Madrid e al Barcellona.

Una carriera importante ma nemmeno paragonabile a quella del capostipite calcistico della famiglia. Il nonno del Marcos Alonso dei nostri tempi, Marcos Alonso Imaz, conosciuto come Marquitos, è stato parte integrante fondamentale del Real Madrid dei primi Galacticos che ha dominato l’Europa negli anni ’50 vincendo cinque Coppe dei Campioni consecutive. Se le stelle della squadra erano Puskas, Di Stéfano e Gento, la difesa era controllata da Santamaria, Santisteban e, appunto, Marquitos. Il gol del momentaneo 3 a 3 nella finale del 1955-56, la prima di quel ciclo assurdo e irripetibile di vittorie, è quello che lo ha consacrato tra le leggende del club madrileno.

Un gol confuso e fortunoso, proprio come quelli che ci immaginiamo fatti da un difensore che si trova per caso nel posto giusto al momento giusto. Un gol che ti fa passare alla storia, soprattutto se nelle tue altre 157 presenze nel club più prestigioso del mondo segni una sola altra rete.

Un fardello non indifferente da portare per un ragazzo che nasce e si forma calcisticamente nella cantera dei Blancos, entrando nelle giovanili del Real Madrid alla tenera età di otto anni e rimanendoci fino al compimento dei 20 anni quando, dopo due stagioni e 39 presenze di buon livello nel Real Madrid Castilla, riesce a debuttare con la maglia che si è sempre sentito addosso come una seconda pelle. Il suo debutto avviene nella Liga spagnola da subentrato, contro il Racing Santander, squadra in cui debuttarono suo padre e suo nonno, come a voler chiudere un cerchio iniziato più di 50 anni prima per quella che rimane come l’unica apparizione nel Real Madrid.

Una comparsa fugace, quasi obbligata dal fato, che rimane il punto più alto della sua carriera per gli anni immediatamente successivi. Il contratto di Marcos scade quell’anno con il Real e i madrileni non sono interessati a quello che sembra poter essere solo un onesto mestierante. Finisce in Inghilterra, firmando un triennale con il Bolton Wanderers. Un cambiamento non da poco per un ragazzino di 19 anni con aspettative e sogni ben diversi per la sua carriera. Marcos si trova costretto ad iniziare dal basso, non solo in riferimento al blasone della squadra nella sua prima vera esperienza da professionista, ma anche nelle gerarchie interne.

Basti pensare che nelle prime due stagioni colleziona in totale 16 presenze tra Premier League e coppe nazionali, una miseria sconvolgente se rapportate all’impatto che ha ora sullo stesso campionato. Il turning point della sua carriera arriva con un fallimento di squadra. Al termine della stagione 2011/12, infatti, il Bolton retrocede e si assiste ad una ristrutturazione dell’organico. Marco Alonso si ritrova catapultato nell’undici titolare senza aver mai avuto la vera possibilità di mettersi in mostra in quello che in America viene definito contract year, ovvero l’ultimo prima della scadenza dell’accordo.

Le 26 presenze in Championship, condite da 4 reti, spingerebbero per un rinnovo ma Alonso finisce sul taccuino della Fiorentina. Il resto, per noi in Italia, è storia conosciuta. L’arrivo in sordina, desaparecido per 6 mesi, il prestito al Sunderland, la volontà della società inglese di riscattarlo e il diniego della Viola e del giocatore, l’ascesa improvvisa con Montella prima e Paulo Sousa poi, l’incasso record di quasi 25 milioni di due estati fa. Si torna a vociferare di dubbi sul suo vero potenziale, ci si chiede se riuscirà ad imporsi in una squadra che vuole lottare per il titolo nel campionato con i ritmi più alti d’Europa. La risposta?

La miglior versione di me stesso

Quello che approda a Londra è un giocatore maturo e consapevole, non solo dei propri mezzi, ma anche dei margini di crescita quasi inesplorati fino a quel momento della carriera. Il primo e più evidente: la capacità di entrare nel tabellino dei marcatori con costanza, quella che fa fare un ulteriore gradino nella scala della considerazione internazionale di un giocatore che non dovrebbe determinare in prima persona gli esiti di un risultato. Dopo i 5 gol totali in 85 presenze con la maglia della Fiorentina, Marcos Alonso è a quota 13 in 70 apparizioni totali nel Chelsea, di cui 7 solo nella stagione attuale che lo proiettano verso la doppia cifra.

Dopo aver solo fatto intravedere le doti balistiche su calcio piazzato in Italia (ricordate la perla contro il Milan?) in Inghilterra ci ha preso gusto e ha iniziato a regalare traiettorie magiche con più costanza, come quella offerta poco sopra contro il Bournemouth. Il resto della sua produzione è arrivato con gol sporchi all’interno dell’area di rigore che ricordano molto il gol del nonno in quella famosa finale di coppa di 50 anni fa. Reti che sono sintomo della grande puntualità con cui Marcos Alonso arriva a riempire l’area di rigore, spesso creando quell’opzione in più sul lato debole che ha fatto recentemente la fortuna di numerosi esterni di professione sotto la guida di Antonio Conte.

Sembra un gol casuale, che nasce però dall’essere al posto giusto nel momento giusto. Occupa il terzo di area sul secondo palo non andando ad intaccare le spaziature create dai compagni, con la nonchalance sufficiente per non farsi notare, tanto che si accorgono di lui solo dopo lo scarico di Hazard. Too late.

Il tempismo con cui attacca il cross tagliando tra centrale e terzino è sintomo della consapevolezza raggiunta dall’ex Viola. La traiettoria che passa tra le gambe del portiere è solo il giusto premio per l’extra-sforzo regalato ai tifosi dello Stanford Bridge per arrivare su quel pallone quasi perso.

Il compito richiesto da Conte agli esterni del suo centrocampo è molto semplice: garantire costantemente ampiezza alla manovra, calpestando con costanza la linea laterale per allargare le maglie difensive avversarie in fase offensiva e per garantire un ulteriore appoggio all’uscita palla dalla difesa, principalmente affidata alla gestione dei 3 difensori e dei mediani. L’unico motivo per cui possono sganciarsi dalla linea dell’out è quello di andare a dare manforte in area di rigore, cosa che sembra riuscirgli piuttosto bene.

Piuttosto chiaro, no?

Alla semplicità dei compiti che gli vengono richiesti dal suo allenatore si aggiungono anche la linearità e la pulizia tecnica mostrate in ogni occasione. Nonostante sia al 100% mancino è raro vederlo davvero in difficoltà nella gestione del corpo e del pallone. La sua scelta ricade sempre sull’opzione più efficace e vantaggiosa per la squadra, che spesso risulta essere anche la più semplice e immediata.

Tutto Marcos Alonso in una sola inutile GIF: posizione ampissima, aggancio, scarico, movimento verticale con la consapevolezza che non verrà mai premiato ma utile per garantire un’opzione a Kanté.

Una semplicità che non deve essere letta come una mancanza di coraggio, bensì come conoscenza del contesto di squadra in cui è calato e consapevolezza dei mezzi tecnici e atletici di cui dispone. Mezzi che è consapevole di avere e che non esita a mostrare in caso di estrema necessità. In un sistema codificato come quello del Chelsea di Conte, però, solo pochi individui possono concedersi il lusso di rompere lo spartito.

Anche in questo senso si può leggere la scarsa produzione per i compagni a livello di numeri in zona offensiva: 3 assist totali in stagione, solamente 3.5 passaggi nella trequarti avversaria per partita, una inezia in confronto ai 10 di Azpilicueta e agli 8 di Rüdiger (dati Wyscout) che di professione fanno i marcatori nella difesa a 3 contiana. Un sistema che lima i difetti ma che forse castra la creatività di un giocatore in grado di sfoderare anche giocate del genere.

Magari non riparerà questo, però è un bel vedere.

In fase difensiva Marcos Alonso mostra i segni che il passaggio in Serie A, definita da lui stesso un «master della difesa», lascia su qualsiasi giocatore che, cresciuto calcisticamente in una cultura totalmente differente dalla nostra, riesce ad affermarsi anche nel nostro paese. Come si può notare anche dalla heatmap presente poco sopra, la posizione di Marcos Alonso nella propria metà campo non differisce da quella assunta in proiezione offensiva. Lo spagnolo viene utilizzato come vero e proprio quinto elemento della linea difensiva. La struttura dinoccolata (188 centimetri per 81 chili), una buona esplosività e l’ottimo tempismo di cui è in possesso lo rendono un’ottimo elemento sulle palle alte (più di 4 duelli aerei difensivi vinti per partita, circa il 50% di quelli in cui si trova coinvolto).

Le capacità difensive che più risaltano all’occhio osservandolo giocare sono, però, un senso della posizione straordinario, che gli consente di leggere in anticipo le intenzioni dell’avversario ponendosi sulla linea di passaggio poi prescelta, e una grandissima attenzione nell’uno contro uno, anche in caso di accoppiamento difensivo sfavorevole contro esterni più rapidi sul breve. Alonso è il secondo giocatore tra i titolari dei Blues per numero di intercetti (5.14, dietro Azpilicueta) e il terzo per azioni difensive tout court riuscite (8.71, meno solo dell’onnipresente Azpilicueta e di Christensen) nell’arco di 90 minuti.

Nella prima delle due situazioni tiene il baricentro basso, non abbocca alle finte di Sané e attende il raddoppio di Fabregas per accorciare e recuperare la sfera. Nella seconda clip legge lo scarico di Valencia in tempo, comprende le intenzioni di Herrera e si fa trovare al posto giusto nel momento giusto. Bonus: il passaggio immediato con cui pesca il compagno tra le linee per provare a colpire in semi-transizione.

Attualmente Wyscout stima il valore di Marcos Alonso intorno ai 30 milioni di euro, una cifra rispettabile ma che, forse, non tiene conto delle spese fuori regime degli ultimi anni. Cosa gli manca, concettualmente, per inserirlo a pieno titolo nel discorso dei migliori laterali del pianeta?

Forse manca la controprova a livello pratico di quello che in teoria appare abbastanza scontato. Viste le ottime capacità difensive e l’umiltà di adattarsi ad un ruolo da giocatore “di sistema”, nonostante potrebbe essere qualcosa in più, è opinione di chi scrive che un suo eventuale adattamento in una linea difensiva a 4 non sarebbe così traumatico. Mentre al Chelsea la posizione degli esterni di centrocampo è pressoché speculare, alla Fiorentina Alonso è esploso in un sistema più “misto”, elastico, in cui l’esterno destro era un giocatore più offensivo (come Joaquin) e a cui determinati compiti erano evitati, in uno schieramento difensivo definito come a “3 e mezzo”.

Non è utopia allora immaginarsi Alonso come perfettamente in grado di adattarsi in uno schieramento a 4 puro. Allo stesso modo, il #3 sembra essere in grado di assumersi alcune delle responsabilità a livello creativo che al Chelsea gli sono private dalla posizione molto interna dei due trequartisti, giocatori tecnici e dall’estro immenso che necessitano di compagni in grado di garantirgli più opzioni possibili.

Appare paradossale che l’abito tattico che gli sta permettendo di affermarsi come uno dei migliori esterni mancini del pianeta stia diventando anche un limite: nonostante le ottime prestazioni offerte nell’ultimo anno e mezzo, infatti, il figlio d’arte non ha ancora fatto registrare la sua prima presenza in nazionale, vedendosi preceduto nelle gerarchie da Jordi Alba e Alberto Moreno, abituati a giocare a 4 anche nei club di appartenenza, e da Nacho, centrale di definizione ma adattabile a terzino bloccato in certi contesti.

Interpellato in ottobre sull’argomento, si è detto convinto di poter dare tanto alla selezione spagnola ma anche di essere concentrato prima di tutto sulla stagione al Chelsea, ben più complicata di quella trionfale terminata con la vittoria del suo primo titolo in assoluto. Nonostante in Spagna la sua perdurante assenza dalle liste dei convocati stia facendo molto discutere, Marcos Alonso vive alla sua maniera una carriera partita con appiccicata l’etichetta di figlio e nipote d’arte da cui ormai si è liberato, continuando a contraddistinguersi per quell’innata eleganza operaia che è allo stesso tempo sua croce e sua delizia.