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“Violenza, e scomparire in un pozzo di tempo. Il problema non è l’altezza. Quando torni giù cambia tutto. Quando colpisci, con il tuo peso.” [David Foster Wallace]

Per sempre lassù è uno dei racconti più riusciti di David Foster Wallace, una afosa giornata d’estate in un’onirica, malinconica, arida piscina ed un compleanno. Centro gravitazionale della storia un ragazzo, il festeggiato, che combatte con sé stesso per salire sul trampolino. E allora sale le scale che, come un portale, lo scaraventano lassù, in alto, davanti ad un destino che sta per compiersi. Per poi lasciarsi andare, giù, dall’azzurro del cielo all’azzurro dell’acqua.

È l’ottobre del 2000, dall’altra parte del globo fa ancora caldo, nel torrido tepore brasiliano Ricardo sta giocando in piscina, vuole toccare il cielo, se lo guarda fa parte di lui, eppure è lontano, inafferrabile. Come un destino prima che si compia. E allora giù, nel rettangolo azzurro, ma quel ragazzo sicuro di sé va troppo giù: “Quando torni giù cambia tutto. Quando colpisci, con il tuo peso.” Ed il suo peso va a sbattere contro il fondo della piscina: un urto fragoroso che gli causa la frattura della sesta vertebra. Da quel momento guarderà sempre il cielo, tendendone le braccia, il cielo inafferrabile che quasi lo costrinse a non poter più camminare. Ma il suo destino non era quello, Dio lo aveva già deciso.

“Penso che Dio abbia previsto una strada per ognuno di noi, ma questo non ci esime dallo scegliere, dal prendere le nostre responsabilità” dirà in seguito, alla fine di tutto. La sua strada non è stata chiara fin dall’inizio, non era un 18enne predestinato, bensì un talentuoso trequartista. Ma il Brasile è un enorme, fertile prato nel quale ogni giorno spuntano talentuosi trequartisti e Kakà non aveva fin da subito qualcosa in più degli altri, non è l’archetipo del calciatore ambizioso; eppure alla fine si tuffa nel lago di fango che è il mondo del calcio, uscendone pulito e profumato.

Sono le 22:27 e 71.668 spettatori sono riuniti all’estádio Morumbi di San Paolo, palcoscenico della finale del torneo Rio-San Paolo, che vede Botafogo e San Paolo contendersi la vittoria finale. Il punteggio è inchiodato sull’1 a 0 per gli ospiti, un 19enne con il 30 sulle spalle è appena entrato e riceve una sponda di testa da Luís Fabiano; con eleganza il 30 alza la gamba destra e tocca appena il pallone, volteggiando su sé stesso; la palla rimane lì, il difensore non capisce dove è finita, si volta cercandola con gli occhi, ma è troppo tardi: è già in fondo al sacco.

Nemmeno il tempo di rimettersi in campo che il #30 riceve di nuovo il pallone, è largo a sinistra, può puntare l’uomo, accelera per un attimo, poi torna sui suoi passi, si sposta la palla con leggerezza sul destro e batte a rete. Sono le 22:29 e uno tsunami ha appena colpito l’estadio Morumbi: due gol in due minuti, è il battesimo del numero 30, Ricardo Kakà, e niente sarà più come prima.

Genesi.

“Ho un rapporto disincantato con il lusso. Forse perché provengo da una famiglia borghese brasiliana, non ho grandi lacune da colmare. Penso che siano altre le ricchezze importanti della vita”.

Non è la storia di un ragazzo che partendo dalla povertà arriva in cima al mondo, né di un giovane che edulcorava i problemi familiari nel rettangolo verde, non c’è spazio per la ricchezza quando si parla di Kakà, è la storia di un ragazzino non diverso da altri, dotato di un talento immenso e di tutti i mezzi per esprimerlo, guidato da un destino che lo lancia come una palla di cannone verso l’Inferno.

E l’Inferno vuol dire Diavolo, vuol dire Milan, vuol dire Serie A, vuol dire Champions League. È l’estate del 2003 e un extraterrestre sbarca in Italia, passando inosservato, tutti gli occhi erano rivolti allo stadio Louis II, dove Shevchenko decideva la Supercoppa Europea. Ma ci vorrà ben poco per rendersi conto che in rossonero c’è un nuovo 22; è il primo settembre, il Milan è ad Ancona e Kakà con un epifanico sombrero spacca il centrocampo, poi esita per un attimo, guardandosi intorno, infine brucia il marcatore con la prima delle sue emblematiche accelerazioni: è l’azione dello 0 a 1.

L’esordio.

Ancona ed Empoli distano 300 chilometri, sono passati appena 96 giorni ed il Milan è ospite dei toscani, è un Milan stanco e distratto, con la testa già alla coppa Intercontinentale della settimana successiva. È la tipica partita che, fievole come il fuoco di una candela, finisce per spegnersi in un anonimo 0 a 0. Ma la fiammata arriva, inaspettata, e non è opera di Seedorf, di Rivaldo, di Rui Costa, è Kakà che palla al piede lascia partire un lampo assordante che si silenzia all’incrocio dei pali. Il 22 era in Italia da meno di quattro mesi, ma aveva già scalato le gerarchie e a fine stagione avrà più gol e presenze dei tre sopracitati.

Tra Ancona ed Empoli c’è forse la prestazione che più si configura come proemio dell’antologico binomio Kakà-Milan, il proscenio non può che essere il derby, e Kakà è quasi a sorpresa lanciato nella mischia da Ancelotti. Non è tanto il gol del 2 a 0 del numero 22, un colpo di testa su cross di Gattuso, quanto l’impressione che genera nell’arco dei 90 minuti, sembra ci siano due categorie di differenza quando Kakà punta Cannavaro abbagliandolo con un’improvvisa accelerazione, il centrale nerazzurro non può fare altro che stenderlo e tornare a testa bassa verso la sua porta con un cartellino giallo in più e l’impressione di aver appena toccato un extraterrestre.

Kakà punta Cannavaro a palla scoperta, se la allunga ed accelera. In un attimo Cannavaro si ritrova in ritardo e non può fare altro che mettere giù il numero 22. Eloquente il viso scoraggiato del centrale napoletano ma, in fondo, era l’unico modo per arginare Kakà.

“Non c’è Inferno. Non c’è Paradiso. Eppure, sta appena sorgendo in lui l’idea che qualsiasi cosa è possibile. Adesso vuole tutto.” [Chuck Palahniuk]

Si prenderà tutto Ricardo Iseczon Dos Santos Leite, coadiuvato da un ventaglio di soluzioni letale, nessun difensore italiano è in grado di arginarlo, trovarselo davanti è come cercare di fermare una valanga con un cucchiaino da caffè, non c’è scampo. Affrontarlo significava essere bruciati in velocità, aspettarlo significava lasciargli lo spazio per concludere a rete.

Nella prima stagione in Europa vince il campionato italiano, in quella successiva trascina il diavolo alla finale di Champions, parabola che si conclude con un tonfo imprevisto ed inspiegabile. Se non fosse stato per la maledizione metafisica di Istanbul, per quei 45 minuti di cui nessuno tuttora riesce a dare una spiegazione terrena, Kakà sarebbe arrivato, a 23 anni, sul tetto di Europa. La dannata Istanbul vanifica una cavalcata a tratti fantascientifica: a due passi dal cielo Kakà ed il Milan si fermano, cadendo vertiginosamente a terra. Accettare il fallimento è un’attitudine da vincenti, e quel Milan era vincente.

Due anni dopo si ripete, e se possibile è ancora più decisivo; Sheva non c’è più ma prima di andare profetizzava: “Il Milan ha già un giocatore che può raccogliere la mia eredità: è Kakà”. Senza Sheva e Rui Costa fa tutto Kakà, dai quattro gol all’Anderlecht alla paranormale accelerazione nei supplementari contro il Celtic, fino alla sontuosa doppietta all’Old Trafford ed alla rete a San Siro sotto una scrosciante pioggia primaverile. Il Milan è di nuovo in finale, di nuovo contro il Liverpool: vendetta.

“Il cielo è blu e radioso in ogni direzione. Il sole è assoluto, e in fiamme e sta proprio qui davanti. Siamo sopra le nuvole, e questo è uno splendido giorno per sempre.” [Chuck Palahniuk]

È il 2 dicembre 2007, e Kakà alza al cielo il Pallone d’oro: a 25 anni ha toccato il cielo. Una manciata di mesi prima vinceva ad Atene la sua prima, e ultima, Champions League; paradossalmente la finale è forse la partita dove incide meno, procurandosi la punizione dalla quale scaturisce il primo gol e servendo ad Inzaghi l’assist per il raddoppio.

Si conclude in cima al mondo l’asfissiante volata di Ricardo, demiurgo dell’ultima gioia in Europa dei rossoneri; e proprio quando tocca il punto più alto inizia a cadere, come se improvvisamente fosse tutto vuoto attorno. Kakà non c’è più, le sue accelerazioni non ci sono più, come se il magico effetto del bagno nello Stige fosse improvvisamente svanito. Raggiunge l’etere, lo strato più luminoso dell’atmosfera, per poi lentamente tornare fra la nebbia e le tenebre: alcuni nascono umani, altri ci mettono una vita a diventarlo.

La firma di Kakà sulla Champions League, dall’accelerazione ai supplementari contro il Celtic alla doppietta all’Old Trafford, passando per il gol che di fatto stacca il biglietto per Atene: il sinistro a fil di palo sotto la scrosciante pioggia di San Siro. Dominante.

Ricardo diventa umano a Madrid, picco, almeno sulla carta, della sua palindroma carriera. In realtà il Kakà merengue, nonostante la candida casacca che forse gli si addiceva più di quella del Diavolo, è un fuoco di paglia, una promessa non mantenuta. Arriva a Madrid assieme a CR7 e Benzema, ed è il più opaco dei tre; non bastano 37 gol in maglia merengue, Kakà è un’ombra di se stesso, l’altissima aspettativa dei tifosi non viene ripagata, e Ricardo inizia la sua parabola discendente, a 28 anni le pile iniziano a scaricarsi; come scriveva Stefano Piri: “La sfacciata fortuna di Kakà è una medaglia a due facce, è la ragione del suo destino ma anche della sua caduta precoce. Kakà non è come noi, è sovrumano. La sua grandezza è stata senza limiti ma anche senza riposo, come un meraviglioso giardino senza ombra.”.

“Non puoi uccidere il tempo con il cuore.” [David Foster Wallace]

C’è ancora il tempo per tornare a casa un’ultima volta, per provare a mettere in salvo la barca rossonera, ormai in pieno naufragio. Ma niente è come prima, e Kakà lo sa bene, il suo sole è già tramontato ma c’è ancora qualche debole luce che riesce a malapena ad illuminare San Siro. Fa in tempo, con la fascia da capitano al braccio, a trovare il centesimo gol con la maglia rossonera: una vittoria di Pirro che comunque rende più dolci i suoi ultimi giorni in rossonero.

Poi si spegne tutto, buio pesto. Qualche partita a San Paolo ed un ruolo da ambasciatore del calcio inglese ad Orlando sono solo dei piccoli cuscinetti per attutire la fragorosa caduta del mito di Kakà.

“Devagar se vai ao longe” – rallenta se vuoi andare lontano – uno dei più famosi detti brasiliani, antitesi dell’essere Kakà, una carriera fulminea e dai contorni epici, un salto altissimo seguito da una fragorosa caduta. Ma poco importa, il ricordo è tutto, e Ricky a Milano non sarà mai dimenticato. Come scriveva Laurence Olivier: “Ricordare è come buttarsi in una piscina, ma al contrario: il corpo che esce dall’acqua, prima con i piedi, e ritorna sul trampolino”. Per sempre lassù.