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È consumata consuetudine nel periodo dell’anno in cui le coppe europee entrano nel vivo che si intensifichino gli interrogativi, spesso sinonimo di dubbi, sui risultati delle squadre italiane: se in Champions League c’è quanto meno una buona fiducia nella Juventus (buona fiducia, ma in una sola squadra, da anni) è l’Europa League a rimanere spesso criptica nel suo svolgersi. È risaputo il modo in cui le società italiane si approcciano a questa competizione: spesso con sufficienza o malcelato fastidio, preferendo riconquistare una posizione in campionato che garantisca un’altra partecipazione in Europa piuttosto che cercare di vincere in Europa League.

L’andata della sfida dei sedicesimi tra Napoli e Lipsia ne è un netto esempio: che il Napoli avrebbe messo in secondo piano il doppio confronto per concentrarsi sul campionato era lampante e probabilmente anche legittimo, ma rimane controproducente l’atteggiamento di Sarri che, inizialmente, dichiara apertamente di non avere i mezzi né le intenzioni per provare a proseguire il percorso (dando un evidente sentore di arrendevolezza), per poi ammettere di aver commesso un errore cercando di riprendere per i capelli una qualificazione che il Napoli, anche non a pieno organico, avrebbe potuto ottenere.

Persino lo stesso Ounas dopo la partita ha ammesso come ci siano difficoltà in queste occasioni per diversi giocatori azzurri dato lo scarso e mal gestito impiego in campo. Al di là di questa situazione contingente, va considerato semplicemente che negli ultimi 15 anni l’Italia è riuscita a portare soltanto cinque volte una squadra in semifinale (due di queste nello stesso anno) e nessuna in finale.

L’ultima semifinale giocata da una squadra italiana in EL, lo stesso anno la Fiorentina di Montella veniva eliminata dal Siviglia nell’altro confronto.

Questi ultimi anni di Europa League rappresentano dunque uno specchio dell’andamento del campionato italiano a livello continentale: se è giusto misurare un campionato in base al livello medio delle squadre presenti in esso – perché di solito tra le prime otto squadre di Champions League c’è almeno una rappresentate di ognuno dei cinque maggiori campionati europei – allora l’ex Coppa Uefa si trasforma in una cartina al tornasole che dimostra con crudezza il progressivo declino del calcio italiano.

Se si considera anche che le squadre medio-alte si sono rivelate molto preziose nel formare e lanciare giovani calciatori per la nazionale e se si analizza la situazione della nostra selezione, ecco che il cerchio si chiude e si arriva alla conclusione suddetta. Tuttavia, come sappiamo, il calcio italiano ha vissuto anni ben migliori ed anzi nel decennio ’90-’00 sono state ben 7 le vittorie in Coppa Uefa, equamente distribuite tra Juventus, Parma ed Inter (e nel 1989 a trionfare fu il Napoli). L’interrogativo nasce spontaneo: perché 15 anni fa le squadre italiane volevano e riuscivano a giocarsi meglio la seconda coppa europea?

Questa non è neanche l’ultima finale di Coppa Uefa tra squadre italiane, infatti nel ’97-’98 la finale sarà tra Inter e Lazio.

La motivazione economica è quella che salta immediatamente all’occhio: in Italia non ci sono più i soldi di una volta. Ma questo motivo, seppur validissimo, deve prestarsi a più letture e comunque non rimarrebbe l’unico che possiamo trovare: intanto un dato introduttivo è che, per l’annata 2017/18, degli 1,7 miliardi di euro (già netti) da distribuire alle partecipanti alle coppe europee, soltanto 400 milioni sono destinati alle squadre di Europa League. Il divario di ricavi tra Champions ed Europa League è quindi enorme e la domanda più semplice da farsi è: davvero non conviene giocare per vincere in Europa League?

Parlando di numeri: ad oggi conquistare l’Europa League vincendo tutte le partite disponibili frutterebbe un massimo di 15,71 milioni a cui va sommato il market pool (vendita dei diritti tv, una quota piuttosto variabile a seconda della società) ed a cui si vanno ad aggiungere i ricavi del botteghino e dello stadio (anche questo dato estremamente variabile tra le squadre). Un ricavo massimo per una squadra media di Europa League dunque toccherebbe un tetto fra i 30 e i 40 milioni circa. Nell’annata 2015/16, ad esempio, il Liverpool (vicecampione) è stata la squadra col profitto più alto arrivando ad ottenere un premio di circa 37 milioni, secondo il Tottenham con quasi la metà (20); il Siviglia campione, paradossalmente, ha portato a casa 13,8 milioni.

L’anno scorso, invece, lo United campione ha incassato 44 milioni – di cui addirittura 29 di market pool –, al secondo posto lo Schalke04 con 17 milioni. Ammesso che questo premio venga interamente messo a disposizione della società, quanto valgono oggi sul mercato internazionale 35 milioni? Pochissimo per una società già forte sul mercato e poco per una società minore delle suddette Liverpool o United, quindi sostanzialmente per il 90% delle partecipanti. Da questi dati si può notare facilmente una discrepanza: progredire in Europa League non conviene molto, parteciparvi un po’ di più.

Avanzare in EL, dunque, conviene maggiormente a società già molto solide che saranno coperte da significativi ricavi dai diritti tv, o con grosse proprietà alle spalle; un paradosso se si considera che ben otto squadre scendono dalla Champions League e risultano quasi sempre tra le favorite di diritto. In questo senso si possono spiegare le solitarie vittorie di Zenit e Shakhtar Donetsk tra il 2007 e il 2009: società già forti sul mercato e impegnate in un campionato non eccessivamente competitivo.

Per giocarsela in una competizione come l’Europa League è necessaria una rosa folta e per averne una bisogna investire, ma le squadre italiane non investono più come una volta soprattutto per due motivi: l’introduzione del FFP attualmente ha portato gli investitori esteri ed italiani a concentrarsi in prima istanza sulla quadratura dei bilanci, ed in seconda analisi perché non c’è stato un reale progetto di crescita negli anni vincenti. Presidenti come Lotito e De Laurentiis, ad oggi, sono costretti ad essere amministratori delle loro società prima che tifosi, situazioni opposte da quelle di presidenti come Tanzi, Cragnotti o Moratti; visceralmente più vicini alle questioni strettamente calcistiche e slegati da rigidità normative.

Un altro motivo delle difficoltà in Europa League è stata la poca lungimiranza negli anni in cui i titoli e i trofei arrivavano con continuità; ad esempio: le numerosissime vittorie negli ultimi anni delle squadre spagnole poggiano la loro base su progetti che hanno previsto – o prevederanno – la costruzione di uno stadio ed il continuo rafforzamento delle selezioni giovanili attraverso le quali molti club spagnoli formano e promuovono giocatori. È paradossale invece pensare che un club come il Napoli, ad oggi, non possa contare anche su giocatori provenienti dalla Primavera, dovendosi sbracciare a fine mercato per acquisti improvvisati e spesso falliti, il più delle volte per questioni legate ai diritti d’immagine.

Allo stesso modo non avere in Italia stadi di proprietà comporta minore entrate da ogni punto di vista: diritti TV, market pool, incassi al botteghino, merchandising e quant’altro, rendendo ancora più bassi gli eventuali premi di EL. La situazione si aggrava se si considera che giocare il giovedì sera è un limite oggettivo e che il campionato italiano sia livello tattico che mentale richiede una rosa lunga, e che la stessa Serie A, infine, resta in buona parte celebre per essere un campionato dalle proposte conservative, votato per lo più al pragmatismo tattico, quando in Europa – mediamente – i migliori risultati si raggiungono con una visione di calcio più proattivo o basata su ritmi intensi.

A proposito di intensità: la grande ed inaspettata prestazione dell’Atalanta quest’anno.

Il problema del calcio italiano dunque non è vincere o competere necessariamente per l’Europa League ma sono i problemi già presenti all’interno del sistema, endemici e non in regressione, che portano a non poter disputare fino in fondo la competizione. E sotto questo aspetto, per i prossimi anni probabilmente la situazione rimarrà immutata.

Le squadre italiane potranno tornare a competere davvero in EL quando avranno sviluppato asset futuribili, forieri di maggiori introiti e di un conseguente aumento del fatturato nel medio periodo, e soprattutto se i presidenti dei club fossero più legati ad una visione organica, ai valori del gioco e al prestigio societario derivanti da un’assidua permanenza sul palcoscenico internazionale, piuttosto che essere costretti ad un’affannosa corsa per far quadrare i bilanci al centesimo.