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Nicklas Bendtner è uno di quei giocatori su cui si potrebbe aprire una parentesi infinita: fallito, deludente, oltremodo arrogante, portatore sano di un ego ipertrofico, a tratti la parodia di un personaggio da crime-movie hollywoodiano scritto fin troppo sopra le righe. Ma Nicklas Bendtner è molto altro: attaccante atipico che vive di un culto di nicchia, centravanti dai colpi isolati e imprevedibili, strano oggetto non identificato che alla soglia dei 30 anni non ha ancora trovato un posto nel mondo, ma che forse – per la prima volta in carriera – è riuscito ad anteporre il concetto di equilibrio a tutto il resto.

Per arrivare a quella che si può ascrivere come maturazione Bendtner ha dovuto assaggiare ogni livello conosciuto del fallimento sportivo durante l’ultimo quinquennio, sperperando un potenziale tecnico che fin dagli esordi aveva fatto gridare al nuovo fenomeno scandinavo dal calcio autoreferenziale e sfrontato, un potenziale erede di Ibrahimovic, per un mix di fisicità, tecnica e personalità difficilmente reperibile a certe latitudini.

Ma come in ogni parabola da figliol prodigo che si rispetti, il ritorno a casa, dopo tormenti e difficoltà, segna un nuovo inizio: quello di una vita normale, finalmente consapevole. Bendtner non è tornato a casa, ma in una città che ci somiglia molto per ragioni geografiche, climatiche, linguistiche e culturali: a Trondheim il centravanti danese ha stupito tutti per facilità d’adattamento e serenità, in campo come fuori.

“È bello essere Bendtner in Norvegia?” – “È bello essere Bendtner ovunque.” (Risposta ad ESPN dopo l’esordio col Rosenborg).

Come avrebbe cantato Lindo Ferretti: Tranquillità assoluta.

Scomparso dai radar delle coscienze calcistiche continentali come una di quelle meteore di cui si conserva un ricordo legato a singoli episodi eclatanti, bizzarrie e una personalità al limite dell’auto-caricatura, il centravanti di Copenaghen sta pazientemente ricomponendo i cocci di un potenziale incenerito come rami di ulivo arsi in un falò sui campi di mezza Europa. Il giocatore che in un tempo non troppo lontano aveva tutte le carte in regola per assurgere al ruolo di next-big thing per i tifosi dei Gunners, appare oggi come uno di quei bad boy che ha vissuto una vita ben più logorante dei 30 anni testimoniati dalla carta d’identità: un cammino discendente, lastricato di senso di colpa, menefreghismo e sbruffoneria in egual misura.

Ma se “la risposta danese a Ibra” ha vissuto sulla propria pelle il contrappasso di un carattere ribelle, il dark side e le responsabilità che derivano dalla sommatoria di talento e carisma in eccesso, la situazione pare arrivata ad una svolta proprio nel momento in cui si erano perse le tracce del suo calcio così personale e imprevedibile. Un processo avvenuto all’ombra degli spettacolari fiordi che cingono una città, Trondheim, che porta un nome che nel corso dei secoli è cambiato numerose volte, adattandosi abilmente alle esigenze per garantire protezione e sicurezza ai propri abitanti di religione cristiana, che vivevano con la paranoia di subire attacchi dalle popolazioni pagane che controllavano le regioni circostanti.

Allo stesso modo si può affermare che, in una città così diversa ed estrema, Bendtner non ha incontrato troppe difficoltà nel rimettersi in gioco e – soprattutto – nell’essere accettato per il giocatore e l’uomo che è, trovando un humus fertile per una rinascita tecnica e per l’accettazione della sua personalità fuori dall’ordinario.

“È vero che nello spogliatoio usiamo soprannomi come Re, Signore e altri titoli diversi fra noi. Il titolo di ‘Lord’, come lo chiamavano all’Arsenal, era già in uso quando arrivò Bendtner, inoltre eravamo tutti d’accordo sul fatto che ‘Lord’ era insufficiente per uno con il curriculum di Nicklas: l’abbiamo soprannominato Cesare, Imperatore”. 

Sono le parole di Pal Andre Helland, ala destra del Rosenborg, che, forse più di ogni altro aneddoto, spiegano perfettamente lo sbarco di una figura come Bendtner all’interno di uno scenario semi-dopolavoristico come l’Eliteserien. L’elezione unanime al grado di Caesar, l’imperatore romano la cui figura era sacralizzata e assimilata in tutto e per tutto a quella degli dei, è l’architrave emotiva su cui ricostruire un potenziale fuori scala per la Norvegia.

“Cesare è un gran titolo. Ne sono molto soddisfatto.” (N. Bendtner)

La secca risposta di Bendtner al suo nuovo status sociale è la classica uscita da guascone che non si riesce a capire fino in fondo quanto sia ironica o quanto seria. Un crinale su cui il centravanti danese ha alimentato buona parte della sua fama da spaccone costantemente alla ricerca di materiale commestibile per ingrassare il suo ego straripante. L’ambientamento, però, non è solo un processo di autocompiacimento e titoli in prima pagina ma è benzina per la rinascita agonistica di un ex giocatore che aveva perso ogni motivazione sul fronte calcistico.

Come dichiarato da lui stesso, era sul punto di mollare definitivamente la carriera agonistica dopo la disastrosa parentesi con il Nottingham Forest: una stagione in Championship, 17 presenze, 2 gol complessivi, un misterioso infortunio alla caviglia, prestazioni spettrali e il contratto risolto a Marzo. Sembra l’istantanea di un relitto arrugginito che arranca stancamente fra i bassifondi delle leghe minori europee.

Dieci mesi dopo è capocannoniere del campionato con 19 gol in 29 presenze, oltre a 3 gol in 6 presenze in Europa League, 4 assist e un secondo posto nella classifica di giocatore dell’anno in Scandinavia. Alla stregua di un personaggio tormentato di Game of Thrones: al di là della barriera, dopo un’infinita e dolorosa espiazione dei propri peccati, scettro e corona sono finalmente tornati nelle mani più attese.

Il gol del decisivo 1-2 contro il Molde è il gol dell’anno in Eliteserien. La trivela di Bendtner, che finisce con naturalezza sotto l’incrocio più lontano, in Norvegia è stata paragonata a un’opera d’arte espressionista di Edvard Munch.

«Non ci saranno più scene d’interni con persone che leggono e donne che lavorano a maglia. Si dipingeranno esseri viventi, che hanno respirato, sentito, sofferto, fallito e amato.» (E. Munch)

Come se non bastasse il dominio quasi imbarazzante che esercita su un campionato di basso livello come quello norvegese assecondando le sue pulsioni tecniche autoreferenziali e la sua urgenza di stringere un rapporto morboso con la palla, Bendtner si eleva pure a capogruppo: sul sito ufficiale del Rosenborg si può vedere una seduta di allenamento diretta da lui, con esercitazioni personalmente studiate e organizzate per i compagni di squadra. Felice come un bambino a cui hanno appena regalato un nuovo, luccicante videogame, il danese dirige, dispensa consigli, scherza e sorride come un consumato performer davanti alle telecamere.

Ma Bendtner rimane anzitutto un giocatore dallo stile di gioco definito e inusuale: un attaccante centrale spesso egoista, capace di errori banali, a volte tragicomici, con le peculiari caratteristiche di saper attaccare la profondità con i tempi giusti e tagliare in anticipo in area sfilando davanti ai difensori come pochi altri, ma soprattutto di sfoderare dal nulla colpi di genio istintivi, isolati, fuori contesto, che abbagliano il campo e si prendono la scena.

Errori tragicomici: forse il più celebre e condizionante del suo ultimo periodo londinese. Sembra un gigante fatto di marshmallow che viene a contatto per la prima volta con un pallone.

Un fenomeno cult che deve parte della sua fama agonistica a strane invenzioni basate su abilità tecniche di base di primo livello, in forte contrasto con il suo fisico ingombrante, allungato e minaccioso: 1,94 per 89 chili. Fin dai tempi dell’Arsenal, infatti, non è stato raro vedere tricks sofisticati materializzarsi in situazioni di gioco complesse, insieme a gol che rimangono un puro esercizio di fisicità e volontà di potenza. Come se necessitasse di uno spartito caotico attorno per dare sfogo alle sue intuizioni sospese a metà fra genio, forza fisica e avanspettacolo.

Contro l’Ajax in Europa League velocizza la transizione offensiva con uno scorpione assurdo, quasi forzato, che favorisce la corsa nello spazio del compagno. Insieme all’ovazione di uno stupefatto Lerkendal Stadion.

L’Europa League, con la sua aura da competizione continentale, è il palcoscenico che più lo esalta: qui un assist di tacco spalle alla porta, dopo una danza sulle suole, che manda in gol Hedenstad. Una creazione bendtneriana al 100%.

Capace di comprarsi a 21 anni la macchina-icona di James Bond, una Aston Martin DB da 270.000 sterline, che forse sognava di guidare nel cuore della notte a fari spenti indossando uno smoking, e di sfasciarla nel giro di un mese mentre guidava verso il centro di allenamento dell’Arsenal in un incidente dalle cause non del tutto chiarite e di sopravvivere allo schianto dichiarando “Un intervento divino mi ha salvato. Non so chi o cosa, ma sono sicuro che qualcuno mi ha assistito”; capace poi di essere arrestato insieme al compagno di squadra Lee Cattermole, durante il periodo al Sunderland, per aver danneggiato una fila di macchine parcheggiate a poche decine di metri dallo stadio del Newcastle senza alcuna ragione plausibile; capace anche di sfondare una porta allarmata del lussuoso complesso residenziale dove abitava perché troppo voglioso di una sauna in compagnia dopo una vittoria sul Southampton, di negare tutto e infine di chiedere scusa pubblicamente con un post su Instagram.

E capace, infine, di farsi denunciare da un tassista di Copenaghen perché, la sera in cui l’Arsenal usciva dalla Champions pareggiando col Bayern Monaco, visibilmente ubriaco e fuori controllo e in compagnia di due amici, ha deciso di schiaffeggiare taxi e tassista sganciandosi la cintura dei pantaloni, rimanendo nudo e apostrofando il tassista con i seguenti epiteti “voglio fotterti, piccolo grasso maiale” , come riporta il Guardian.

L’ascesa di Bendtner somiglia a quella di un problematico ragazzo di strada, troppo convinto di sé e troppo poco smaliziato per non finire per essere vittima del suo stesso personaggio. Condannato a convivere con regole, sovrastrutture e giudizi morali, Bendtner ha commesso tutti gli errori che un giovane ribelle senza controllo di sé può commettere, aggiungendo in calce dichiarazioni e goliardate idiote degne di un party da spring-break americano.

Durante la passerella per lo scudetto della Juventus, sembra uno di quei grandi attori in declino e fuori dalle scene da anni: visibilmente sovrappeso, con una camminata lenta e ciondolante, non si mancare il siparietto con le hostess scatenando le risate dei compagni.

Il suo profilo Instagram rimane tuttora il Valhalla dell’ego di un calciatore che si sente una semi-divinità, tra foto a cavallo a petto nudo, scatti studiati nei minimi particolari in luoghi esotici per apparire come un modello di Hugo Boss prestato per sbaglio al calcio, insieme a numerose immagini che contrastano con questo immaginario artificioso: come quelle che lo vedono felice con i figli, nella banalità rassicurante della vita quotidiana. Sintomo di una personalità combattuta, divisa, vissuta come un limite insormontabile sul terreno di gioco durante gli anni di crisi.

Lontano da grandi responsabilità e da pressioni inevitabili quanto ossessive, Bendtner sta dando segnali inequivocabili: libero di svariare sul fronte offensivo e di ricevere palla sui piedi come ha sempre voluto, dispensato da rigidità e specifici compiti tattici, accettato senza giudizi morali di sorta e responsabilizzato col tempo, the Lord ha progressivamente lasciato dietro di sé incertezze, errori e paure recondite, arrivando perfino a prendersi uno straordinario riscatto con i tifosi danesi.

Dopo un lungo stop dalla Nazionale e l’ostracismo dell’opinione pubblica a seguito di una sospensione di 6 mesi per essere stato fermato alla guida in stato di ebbrezza, lo scorso 1 settembre durante la partita di qualificazione ai Mondiali contro la Polonia a Copenaghen, vinta per 4-0, i tifosi hanno iniziato a intonare un coro per vederlo in campo dopo il suo inaspettato ritorno tra i convocati. Bendtner è così entrato con l’ovazione del suo pubblico giocando discretamente per venti minuti.

L’espiazione dei peccati e la gioia per il ritorno del figliol prodigo.

Con i Mondiali alle porte e con una concorrenza che vede nel fresco e moderno talento di Kasper Dolberg la principale bocca da fuoco per la campagna di Russia, Bendtner potrebbe trasformarsi nel colpo a sorpresa, nel super-sub pronto a caricarsi i compagni più giovani sulle spalle o nella mina vagante capace di scombinare i piani gara dei tecnici avversari. Con la raffinata qualità di passaggio e l’irreale visione di gioco offerte da Eriksen, Bendtner potrà almeno provare a strappare la convocazione per la manifestazione più attesa come uomo in più, finalmente in pace con se stesso, mettendo da parte protagonismi dannosi e cercando di far ricredere qualcuno alla soglia dei 30 anni per dare nuovo lustro al suo status di quarto marcatore all-time della Danimarca (30 gol in 78 presenze).

“Ho sempre avuto un’enorme voglia, ma forse non la giusta prospettiva.”

È una frase che il centravanti danese ha pronunciato poco dopo il suo ritorno in campo con la maglia della Nazionale e quella voglia ( in inglese “desire”) potrebbe essere intesa anche nell’accezione di brama, di desiderio irrefrenabile ad ergersi a primo attore, protagonista assoluto di un monologo che toglie il fiato e che vive esclusivamente in funzione del riconoscimento altrui. Un limite emotivo che Nicklas Bendtner sembra aver finalmente imparato ad incanalare e gestire. È forse il suo più grande successo dal giorno in cui ha iniziato a calciare un pallone.