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Ricordi sbocciavan le viole
con le nostre parole
“Non ci lasceremo mai, mai e poi mai”…

 

Nella notte tra sabato 3 e domenica 4 marzo Davide Astori, capitano della Fiorentina, stava dormendo nella sua camera d’albergo a Udine, in vista del match di campionato contro l’Udinese. Non si sveglierà mai più.

In quella stessa notte, io rientravo ad orari indecenti da un’allegra serata, dove avevo definitivamente maturato che nella mia domenica Udinese-Fiorentina avrebbe avuto la priorità sulle elezioni politiche, dove non trovavo rappresentanza neanche con il lumicino. Al mio risveglio, ho letto la notizia “Astori è morto”. E ho pianto un po’.

Mi è sembrata una cretinata. Perché mi sto commuovendo? Ne muoiono tanti di ragazzi di trentuno anni, anche più sfortunati di Astori. Padri di famiglia come lui e non. Che cavolo empatizzo? Sì, è un personaggio famoso, ma ho sempre guardato di traverso il cordoglio verso i personaggi pubblici. Mi puzzava di falso. Ok, è un calciatore, pane quotidiano per un appassionato come me. Ma per quanto mi avessero potuto toccare, non mi ero commosso per Vittorio Mero, seppur bambino stessi guardando in tv quel Parma-Brescia mai iniziato, e neanche per Piermario Morosini, crollato in campo durante Pescara-Livorno il 14 aprile 2012. Ci ero rimasto di sale, quello sì. Ma non avevo pianto.

Brutta roba la fede calcistica. Mi sa che è quella che mi ha fatto piangere. Perché Davide Astori era il mio capitano. Non c’è nessuna storia epocale da vendere, Astori era un ottimo difensore centrale, nel pieno della carriera, arrivato tre anni fa a Firenze e divenuto capitano dopo le cessioni di Gonzalo Rodriguez e Borja Valero. Leader normale di una squadra che stava vivendo una stagione tutt’altro che esaltante, con un vissuto personale dal basso profilo, con una compagna già personaggio televisivo e una bimba piccola, una carriera buona con quelche comparsata in Nazionale e vita priva delle disgrazie personali che avevano colpito il povero Morosini. Un buon giocatore, apprezzato dai suoi tifosi nonostante un inizio di stagione assai poco brillante, Astori era la certezza superstite dal viavai generale dell’estate, tra chi veniva cacciato e chi faceva di tutto per farsi cacciare.

Forse sono una brutta persona. Fosse accaduto ad un altro avrei reagito in modo diverso. O forse mi sarei solo contenuto di più. Penso sarebbe stato analogo il disgusto verso chi – pochi per fortuna – , nel marasma dell’internet, sosteneva l’improrogabile necessità di non fermare il circo pallonaro. La FIGC non ci ha pensato molto, alla fine un barlume (o una parvenza) di buonsenso permane nei colletti bianchi federali.

Così tutto si ferma. Non c’è da riflettere su niente. Ci si ferma e basta perché sotto camion e camion di denaro è sempre un gioco. E non è bello giocare quando c’è qualcuno che piange.

Torno a chiedermi: non sarà stupido piangere così? In fondo, io ad esempio mica lo conoscevo di persona. Capisco chi vive a Firenze, e magari gli faceva il caffè al bar la mattina, o i compagni ed ex-compagni, colleghi e chi altro è dentro l’ambiente viola e l’ambiente calcio. Capisco Carlos Sanchez, ora all’Espanyol, che quando riceve la notizia ha un mancamento a bordo campo, al termine della gara di Liga contro il Levante. Pochi mesi fa giocavano insieme.

Ma io che c’entro? Poi stiamo parlando di un calciatore di serie A, cosa dovrei empatizzare verso uno che fa il lavoro più bello e più pagato del mondo? Dai su. Oltretutto dopo le partite contro Crotone e Roma gliene dissi di tutte per quello che aveva combinato in campo.

È solo che… era il capitano della mia squadra. Davide Astori era il mio capitano. Lo apprezzavo perché dava l’idea di esser una persona affabile, oltre che un buon giocatore. Ma gli volevo bene perché portava la fascia, vestiva la maglia e aveva detto più e più volte che sarebbe voluto rimanere qui ancora a lungo. Il destino beffardo glielo ha impedito nel sonno.

Non era una leggenda del calcio, né era una leggenda della Fiorentina. Ma allo stadio, in tv o al computer, ovunque e comunque potessi seguire la Fiorentina, lui era il mio alfiere viola, il nostro alfiere viola. Piango il mio vessillifero caduto sereno e inconsapevole. Nella nostra storia ci sarebbe entrato, lo avremmo ricordato come uno di quelli che ha portato la fascia. Sarebbe stato meglio ricordarlo solo così.

Senza poter parlare a nome di nessuno, voglio ringraziare chi ha difeso lo stop ai campionati, in particolare i Milan club Albania e Polonia, che avevano macinato parecchie centinaia di chilometri per assistere al derby, la Curva Sud del Benevento e la Curva Maratona del Torino, che hanno esposto uno striscione di cordoglio, e tutte le altre tifoserie che hanno rispettato questo lutto.

Un pensiero alla famiglia, alla compagna Francesca, e alla piccola Vittoria.

Ciao Capitano. Per sempre con noi. Per sempre con te.