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“Ci pisciano addosso, e la stampa dice che piove.”(Detto di origine spagnola)

Decine di migliaia di argentini scomparsi nel nulla, sequestrati a bordo di Ford Falcon nere e torturati all’interno di veri e propri campi di concentramento, a due passi da una Buenos Aires nella quale nel frattempo la vita continuava a scorrere normalmente; una Buenos Aires incredibilmente vicina ma dannatamente lontana.

A poche centinaia di metri dal Monumental, all’interno dell’ESMA venivano torturati ed uccisi centinaia di desaparecidos. 

Migliaia di anime strappate alle proprie famiglie senza un motivo apparente e dalle quali non hanno più fatto ritorno; chi fucilato, chi bruciato vivo e chi gettato in mare dai “voli della morte”. Migliaia di combattenti silenziosi che hanno avuto il coraggio di non piegare la testa al “Processo di Riorganizzazione Nazionale” di Videla e non chiudere gli occhi di fronte alle atrocità del regime. La Junta Militar ha fatto tesoro degli errori che i cugini cileni avevano commesso tre anni prima e ha capito che la “lotta alla sovversione” doveva restare lontana da occhi indiscreti, sommersa in un oceano di omertà. Non ne doveva restare traccia.

Il golpe del 24 marzo 1976 ha una duplice chiave di lettura: da un lato simboleggia l’inizio della dittatura militare di stampo fascista, anticomunista e nazionalista, ma dall’altro rappresenta la fine di un lungo percorso di organizzazione, caratterizzato da una preparazione minuziosa nella quale ogni dettaglio è stato studiato meticolosamente e nulla è stato lasciato al caso. Ma un conto è nascondere un mucchietto di polvere sotto ad un tappeto, un altro è tentare di mascherare odore di bruciato alzando il volume della radio.

La strumentalizzazione del Mundial

In uno scritto del 1844, Marx definisce la religione come “oppio dei popoli”, spiegando che, come l’oppio ha caratteristiche analgesiche ed euforiche che distorcono la percezione della realtà di chi ne fa uso, allo stesso modo la religione tende a dare al fedele una ragione per poter evadere, almeno mentalmente, dai problemi della vita di tutti i giorni. Questo concetto, preso con le pinze e collocato nel contesto sudamericano della seconda metà del secolo scorso, si adatta facilmente all’equazione religione = calcio.

Per molti, in Argentina, il calcio è vissuto come una religione, una ragione di vita. La squadra per cui si fa il tifo è una seconda famiglia e la camiseta è una seconda pelle. Quando la squadra del cuore scende in campo il mondo si ferma, e per un’ora e mezza non esiste niente di più importante. Emilio Massera, ammiraglio e componente della giunta militare, riesce a mescolare ed amalgamare questi due concetti ed il mattino del 26 marzo 1976 spiazza i presenti durante una riunione della Junta affermando che l’organizzazione della Coppa del Mondo di calcio del 1978 sarebbe stata una tappa fondamentale per garantire stabilità e longevità al regime.

Emilio Massera e Jorge Videla.

 

Massera vede il calcio come il mezzo ideale grazie al quale la dittatura potrebbe conquistare definitivamente la fiducia del popolo: se l’Argentina vincesse i Mondiali, gli argentini sarebbero eternamente grati a coloro che hanno reso possibile che ciò accadesse, facendo sì che i veri problemi della vita quotidiana, come il terrore per la lotta alla sovversione e l’inflazione sempre più inarrestabile, scivolino in secondo piano.

In realtà, però, Massera si trova tra le mani il Mondiale un po’ come un fortunato pendolare trova un ombrello smarrito su un sedile del treno in un giorno di pioggia. Lo smemorato nonché meno fortunato viaggiatore costretto a camminare sotto la tempesta, invece, risponde al nome di Juan Domingo Perón: è l’ex Presidente argentino, nel 1951, ad aver fortemente voluto che la Coppa del Mondo si giocasse almeno una volta nella sua Buenos Aires.

Suo malgrado, il Caudillo non vive abbastanza a lungo per potervi assistere: nel 1964, l’Argentina si trova a competere con il Messico per l’assegnazione dell’edizione del 1970 e, un attimo prima delle votazioni, i due paesi si accordano sul fatto che chi dei due avesse perso alle urne sarebbe stato l’organizzatore del Mondiale successivo. Vince il Messico e l’Argentina, assecondando il criterio di assegnazione alternata tra Europa e America, è costretta ad aspettare altri otto anni.

Ma se da un lato Massera può essere ritenuto fortunato, dall’altro è sicuramente perseverante e lungimirante. Il regime può usufruire della visibilità che offre un evento come la Coppa del Mondo per dimostrare al mondo intero come l’Argentina sia – all’apparenza –  uno stato stabile e tranquillo nel quale la vita scorre normalmente come in un qualsiasi paese occidentale. E alla fine dei conti, così è stato.

I Mondiali della vergogna

Il cammino dell’Albiceleste è fin da subito in discesa e la strada verso la finale sembra una pura formalità. Anche quando qualcosa sembra andare storto, ci pensano gli arbitri a rimettere sui binari il treno bianco-celeste.

El once de gala albiceleste.

Durante la prima partita del secondo turno – durante il quale le migliori otto squadre si affrontano in due gironi da quattro, le vincitrici dei quali si affronteranno in finale – una doppietta di Mario Kempes e le prodezze tra i pali di Ubaldo Fillol – che fino all’ultimo non doveva nemmeno far parte dei 23 convocati dal Flaco Menotti – affondano la Polonia, mentre l’attesissimo derby sudamericano conto il Brasile di Zico si conclude con un impronosticabile pareggio a reti bianche. Il discorso qualificazione è rinviato all’ultima giornata. Brasile-Polonia e Argentina-Perù: la qualificazione dell’Argentina è appesa ad un filo sottilissimo.

Così, mercoledì 21 giugno è il giorno della verità, sia per la nazionale di calcio che per la dittatura. Se l’Argentina non si fosse qualificata per la finale, con ogni probabilità il regime non avrebbe più posato su fondamenta realmente stabili. Ma è l’organizzazione che muove la prima pedina, disponendo che le due partite si giochino a due orari differenti, e non in contemporanea come da programma, camuffando il vantaggio di sapere per quali risultati giocare con esigenze legate ai diritti televisivi.

Decisione azzeccata? Sì, ma non troppo. La nazionale brasiliana che scende in campo contro la Polonia è ancora più motivata di quanto già non fosse, pronta a dimostrasi più forte di ogni avversità. E il risultato dà loro ragione: apre le marcature un tiro dalla distanza di Nelinho e, nonostante un gol di Leto pareggi i conti, una doppietta di Roberto Dinamite mette in ghiaccio la partita: 3-1.

L’Albiceleste segue la radiocronaca della partita dagli altoparlanti del pullman che la sta accompagnando allo stadio Monumental e dopo aver esultato per il gol polacco, l’atmosfera si incupisce a seguito delle reti di Dinamite. Alla luce del successo verdeoro, l’Argentina deve vincere con quattro gol di scarto. Un’impresa non impossibile, ma sicuramente molto difficile. L’ostacolo tutt’altro che insormontabile è un Perù già eliminato e soddisfatto per aver centrato l’accesso alle semifinali, ma un conto è vincere, un altro è goleare.

La Bicolor

Il percorso che ha portato il Perù fino alle semifinali è difficile da decifrare. Qualche giorno prima della spedizione argentina viene diffusa una voce secondo la quale lo spogliatoio sembra essere spaccato a metà, a causa della rivalità tra Alianza e Sporting Cristal, le due squadre peruviane dalle quali proviene la maggior parte dei convocati. A dispetto del clima teso, la Bicolor si impone a sorpresa al primo posto del girone D, pareggiando con l’Olanda e segnando 7 gol in 3 partite.

Il Perù che arriva all’appuntamento del 21 giugno, però, è una squadra sazia e senza stimoli che non ha più nulla da chiedere al torneo, consapevole, tra l’altro, che mettere il bastone tra le ruote della dittatura argentina sarebbe una mossa tutt’altro che intelligente. I primi campanelli d’allarme suonano la notte antecedente al match, quando i peruviani non riescono a chiudere occhio a causa del frastuono generato da un gruppo di tifosi argentini appostati sotto le finestre dell’hotel che ospita il loro ritiro.

La situazione si conferma strana il giorno dopo, quando l’autobus impiega più di due ore per percorrere un tragitto di quindici minuti, dall’hotel allo stadio di Rosario. L’autista del pullman continua a sbagliare strada e giunge a destinazione solo un’ora prima del fischio d’inizio. I giocatori entrano negli spogliatoi e nel bel mezzo del clima pre-partita, dalla porta spunta la figura di Jorge Videla: «Signori, volevo solo dirvi che quella di stasera è una partita tra due paesi fratelli, vengo a manifestarvi il desiderio che tutto vada bene», che tradotto suona più o meno come un “se volete tornare in Perù sulle vostre gambe, vi conviene non fare scherzi e farci vincere con almeno quattro gol di scarto”.

L’inferno all’Arroyito

Anche l’autobus della Selección impiega più tempo del previsto per coprire la distanza tra l’hotel e lo stadio, ma in questo caso la colpa è della folla che esce in strada per acclamare i propri idoli. Giunti negli spogliatoi, i giocatori si demoralizzano alla notizia del terzo gol del Brasile e Menotti decide di prendere in mano la situazione, caricando la squadra con un discorso motivazionale: «Tutto dipende da noi. Le maggiori gioie nella vita di un uomo sono quelle ottenute con sforzo e sacrificio. Non vinciamo per quei figli di puttana, vinciamo per alleviare il dolore del popolo. Se è necessario fare cinque o sei gol, li dobbiamo fare».

La sensazione è che Menotti sappia già come andrà a finire e questo – fra le altre cose – fa sorgere molti di quegli interrogativi che saranno oggetto di discussioni per decenni, a partire proprio da quella sera. I 38.000 tifosi assiepati sugli spalti dello stadio di Rosario credono nel miracolo e l’atmosfera è infernale: cori, fischi, urla e strisce di carta dipingono l’inferno di bianco e di azzurro. Quando le formazioni scendono in campo lo stadio è una polveriera. Un incendio che rischia di essere spento dopo soli due minuti, quando un tiro partito dal mancino di Muñante si stampa sul palo.

Lo stadio si ammutolisce, i tifosi sudano freddo e un brivido corre lungo la schiena di Videla. Dopo pochi minuti è ancora il Perù a sfiorare il vantaggio con una sgroppata sulla sinistra di Oblitas. Gli argentini si guardano spaesati: il Perù non sta rispettando il copione. Le cose non stanno andando come avrebbero dovuto e, visti i minuti iniziali, i tifosi iniziano a credere che segnare quattro gol a questo Perù non sarà per niente una passeggiata. Al 21’ arriva la prima gioia: Luque chiude un triangolo con Kempes, il quale, dopo aver superato la difesa peruviana con un dribbling in velocità, deposita il pallone alle spalle di Quiroga.

Ma il tempo scorre e l’Argentina rischia di demoralizzarsi. Ci pensa Tarantini, colpevolmente lasciato libero di colpire indisturbato da Manzo, a ravvivare gli animi: corner, incornata e gol. L’arbitro manda tutti negli spogliatoi sul risultato di 2-0. Due gol continuano a separare l’Albiceleste dalla finale di Buenos Aires.

Il Perù che torna in campo nella ripresa, però, non è nemmeno lontano parente di quello del primo tempo. I giocatori sembrano svogliati, impalpabili, molli, quasi come se non vedessero l’ora che la partita finisca. Il primo ad approfittare di questo vistoso calo è ancora una volta Mario Kempes, abile a concludere in porta un dai-e-vai volante nell’area avversaria. Dopo un solo giro d’orologio è ancora Luque ad insaccare di testa a porta vuota concretizzando una sponda aerea di Tarantini. Sono passati solo cinque minuti dall’inizio del secondo tempo e l’Argentina ha già trovato i gol che le servivano, ma la sensazione è che la partita finisca in goleada.

Mario Kempes porta a spasso la difesa peruviana.

Detto fatto: Houseman prima (67’) e Luque poi (72’) approfittano ancora una volta di una difesa imbarazzante, ai limiti del vergognoso, decretando il 6-0 finale. La marmelada – equivalente sudamericano del nostro “biscotto” – è confezionata. 38.000 bandiere argentine sventolano nel cielo di Rosario: l’Argentina è in finale. Ancora una volta Videla scende nella pancia del Lisandro de la Torre – aka Gigante de Arroyito –  ma questa volta entra nello spogliatoio della Selección, per complimentarsi di persona con i giocatori che hanno regalato un sogno a tutto il loro popolo. Finisce la partita giocata, ma inizia quella discussa: giornali, reti televisive e persone nei bar questioneranno per anni e anni della “partita della vergogna”, di cosa sia successo nello spogliatoio peruviano durante l’intervallo e di come l’Argentina si sia guadagnata la possibilità di giocare – e poi vincere – la finalissima contro l’Olanda.

Domande senza risposta

Il rocambolesco 6-0 estromette la selezione brasiliana, eliminata dal torneo senza aver mai perso una partita. Claudio Coutinho, il loro tecnico, scrive una lettera di protesta alla FIFA, segnalando lo strano comportamento tenuto dai peruviani nella partita clou e respingendo le accuse secondo le quali la Federazione brasiliana avrebbe tentato di corrompere i giocatori del Perù, cercando di convincerli a strappare un pareggio ai padroni di casa. Pare, al contrario, che un tentativo di corruzione non sia stato provato dai verdeoro, bensì dal regime argentino.

Come lo scrittore inglese David Yallop riporta nel suo libro How they stole the game, sembra che il governo militare inviò segretamente diverse decine di migliaia di tonnellate di grano  al governo di Lima, in cambio di una semplicissima scarsa applicazione di alcuni giocatori della Bicolor. Secondo questa ricostruzione, uno dei peruviani maggiormente sospettati di aver ricevuto una bustarella da 50mila dollari è il portiere Quiroga.

Ramón “el loco” Quiroga.

Ramón Quiroga, nativo della stessa città che ha ospitato la partita in questione, ha sempre sognato di giocare una Coppa del Mondo, e dato che le speranze di essere convocato da Menotti sono pari a zero, l’unica via percorribile è sfruttare la naturalizzazione peruviana, avvenuta un paio d’anni prima. Per anni e anni i giocatori peruviani hanno puntato il dito contro Quiroga, anche se per quasi tutto il primo tempo il portiere rosarino fece la sua parte con dignità, come pochi suoi compagni. In nessuna situazione in campo Quiroga sembra scandaloso, nemmeno col senno di poi.

I giocatori peruviani negano fin da subito l’esistenza di un complotto seguendo due linee guida: la prima dice che la sconfitta contro la Selección è stata la logica conseguenza di una squadra demotivata, stanca sia sul piano fisico che su quello mentale, che incontra una formazione affamata di vittoria; la seconda analizza il fatto che, anche se avessero vinto o pareggiato, sarebbero comunque stati accusati di aver ceduto ai tentativi di corruzione dalla Federcalcio brasiliana.

Insomma, da una parte c’è chi crede che il Perù abbia perso quella partita per il semplice fatto che l’età media della squadra fosse alta e che giocare ogni tre giorni li avesse stancati più degli argentini; mentre dall’altra c’è chi sostiene che in cambio di denaro alcuni di loro avessero tirato indietro la gamba senza fare troppe storie, per il bene loro e del proprio paese. Tirando le fila di questa confusa, cupa vicenda, possiamo affermare che, in assenza di prove concrete, tutte e due le ipotesi possono sembrare veritiere e che in mancanza di documenti che accertino la prima piuttosto che la seconda, la marmelada peruana rimarrà una partita avvolta nel mistero, destinata a far discutere in eterno.

Un breve capitolo all’interno di un macabro e raccapricciante romanzo senza lieto fine, tra figli che non hanno mai fatto ritorno e madri che non hanno mai smesso di sperare.