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Nel campionato da protagonista del Napoli di Sarri rischia di passare sottotraccia un processo di crescita personale che sta assumendo contorni singolari e sorprendenti: un’evoluzione tecnica, tattica e mentale che ha portato Allan a trasformare il suo status da giocatore di forza fisica e recupero palla, incontrista fondamentale per gli equilibri collettivi, a centrocampista totale tout-court.

All’interno di una macchina tattica complessa come il Napoli, che nei momenti di brillantezza si muove come un’intelligenza diffusa composta da undici entità neurali collegate fra loro da un reticolo invisibile, la casella occupata da un brasiliano atipico come Allan è spesso stata associata a concetti come il sacrificio, la corsa, la resistenza e la forza; archetipi del ruolo dell’incontrista: centrocampista di fatica che permette col suo lavoro sporco, inesauribile per applicazione ed intensità, di far brillare di luce propria le altre individualità con cui condivide il campo, quelle votate per caratteristiche e stile di gioco alla proposizione di un calcio di qualità. Dall’inizio di questa stagione, però, qualcosa è cambiato. O meglio, è lo stesso Allan ad essere diventato un giocatore diverso, più completo e incisivo in ogni fase di gioco.

Schiacciasassi?

La prima caratteristica che salta all’occhio osservando il suo modo di affrontare le partite e di rapportarsi al gioco è senza dubbio l’intensità. Quella qualità che discende direttamente da un mix di fisicità, forza, determinazione, tempismo e resistenza. Allan sembra un prodotto creato in laboratorio su cui impostare la migliore fase di riaggressione della Serie A: feroce, instancabile, votato all’aggressione difendendo in avanti, agile quanto basta per strappare palloni con naturalezza e condurli in verticale, il brasiliano ha sempre approcciato il gioco come uno schiacciasassi pronto a spianare un terreno sterrato.

Il tratto distintivo delle sue qualità più identitarie, legate alla sfera delle caratteristiche fisiche, è soltanto una delle numerose sfaccettature che il carioca ha messo a disposizione del collettivo nella stagione della definitiva maturazione. Cresciuto esponenzialmente il suo campo d’influenza sul gioco azzurro e il set di compiti che caratterizzano le sue prestazioni, Allan si configura oggi come un centrocampista insostituibile, maturo, arrivato a toccare un livello che ha spostato i suoi limiti in avanti. Un’evoluzione totale, che ha pochi termini di paragone nello scenario delle mezzali del campionato italiano.

Quel terreno sterrato che un tempo fungeva da valvola di sfogo per dimostrazioni muscolari degne di un toro che carica a testa bassa la muleta sventolata da un torero, oggi si è trasformato in una prateria composta di corridoi verticali da attaccare e triangoli da costruire: una visione geometrica che ne nobilita il ruolo, elevandolo ad espressione puramente sarrista.

Una delle evoluzioni dell’Allan 2.0: scambio sul corto, elusione della pressione e assist per l’attacco alla profondità con i tempi e i modi giusti.

Allan ha raggiunto una dimensione tecnica universale, solida nei suoi compiti e al tempo stesso ricca di sfaccettature, beneficiando di un sistema di gioco basato su principi rigidi ma migliorativi, capaci di lasciare uno spazio di manovra al loro interno dove il brasiliano si muove ormai con la stessa confidenza di una volpe che caccia tra arbusti e cespugli, anche se il suo fisico compresso assomiglia più a quello di un armadillo corazzato pronto ad arare il terreno di gioco. In questo strano contrasto fra caratteristiche fisiche ed attitudinali risiede forse la cifra stilistica di un giocatore che sembra aver definitivamente superato i suoi limiti, lasciando dietro di sé la vecchia corazza per sfoggiare una nuova pelle più pregiata ed elastica.

Le statistiche confermano questa sorprendente tendenza ormai elevata a status: Allan è migliorato in tutte quelle situazioni di gioco che fanno di un centrocampista un elemento indispensabile nelle quattro fasi di gioco. Una pass accuracy dell’87,5% su una media di 53 passaggi a partita; 3,22 dribbling tentati a partita con una percentuale di successo del 62,1%; 3,9 intercetti a partita con 2,6 palloni recuperati nella metà campo avversaria; 1,1 tiri tentati per match, oltre a 4 gol e 3 assist già messi a referto. Non esiste voce – e relativo aspetto di gioco – dove non sia sensibilmente cresciuto rispetto alla passata stagione, apportando un contributo fondamentale al collettivo e relegando un giocatore di qualità e verticalità come Zielinski al malinconico ruolo di dodicesimo uomo: cosa impronosticabile ad inizio stagione.

Tunnel, dribbling, aperture non banali con il piede debole, ruleta su Luis Alberto con annesso recupero palla nella trequarti avversaria. Allan 2.0 concentrato in 10 secondi.

Fedele alla linea

Il cammino di Allan verso l’ascensione è dunque legato a doppio filo a quello del suo allenatore: come Maurizio Sarri è riuscito progressivamente, con tempo e metodo, ad evolvere un club ambizioso dal buon potenziale in una vera big del campionato pronta a giocarsi lo Scudetto punto su punto, e allo stesso tempo ad affrancarsi dal cliché del genialoide di provincia foriero di bizzarrie per elevarsi ad allenatore-innovatore capace di costruire con idee e metodo una squadra costantemente competitiva, allo stesso modo il centrocampista meno brasiliano fra i brasiliani ha espanso il suo bagaglio tecnico, tattico ed elevato il suo peso specifico, raggiungendo vette probabilmente inaspettate.

“Allan penso che meriti una chance in nazionale brasiliana, ma spero che non lo chiamino…”

Il virgolettato di Sarri è eloquente: da un lato il suo stile oltremodo schietto e diretto, il pensiero contorto da maledetto toscano di provincia infastidito dalle attenzioni altrui, che scorge anzitutto potenziali problemi anche in situazioni positive; dall’altro il riconoscimento (in)diretto di una maturazione tecnica sorprendente ma cercata, e ormai impossibile da celare ad occhi esterni. Allan, oggi, è come un soldato di trincea immerso, a suo agio, nelle raffinate manovre tattiche del Napoli: è quello da inviare in prima linea per chiamare con personalità e ferocia il meccanismo di pressing alto davanti al palleggio futuristico del Manchester di Guardiola al City Ground; allargando un po’ la metafora è l’elemento fedele alla linea che non discute e, anzi, crede ciecamente nella causa suprema, come se si trattasse di un Vasilij Zajcev pronto a difendere Stalingrado dall’assedio nemico.

“Sarri? Con Guardiola è tra i più bravi al mondo, dico di più: per me è tra i primi cinque allenatori in circolazione. Se il Napoli è uno spettacolo, il merito è suo.” (Allan)

Non è la coppia in sintonia più strana che si possa immaginare? (Foto: calcionapoli24.it)

Ed è forse questa immedesimazione estrema e totalizzante nella filosofia del contesto tattico azzurro, quasi si trattasse della Pravda, la Parola-Verità – e che spesso all’esterno viene giudicata come un limite invalicabile – a costituire attualmente la più grande risorsa per un giocatore come Allan. Il saper assorbire concetti e metodi nuovi, affinare piccoli ma decisivi aspetti di gioco, apportare miglioramenti alle proprie skills di base, e infine riuscire a tradurre tutto ciò in maniera coerente sul campo proponendosi come nuovo propulsore di gioco nella catena di destra azzurra, proprio perché sostenuto ed esaltato da una definita architettura di regole, movimenti e compiti.

Allan, insomma, è la rappresentazione plastica dell’ultimo upgrade del giocatore totale che, pur non potendo far affidamento su qualità innate al di sopra della media, riesce a migliorare il rendimento collettivo e a migliorarsi a livello personale attraverso il contesto di riferimento, senza, però, rinunciare alle sue caratteristiche più tipiche. Esiste qualcosa di più rivoluzionario?