6 min read

All’indomani del perentorio 0-3 del Real Madrid sulla Juventus su tutti i media si pubblicano analisi, resoconti, reazioni, commenti, meme, gif, video, articoli, feuilleton, virgolettati, citazioni, approfondimenti ad hoc e perfino fumetti sul gesto tecnico di Cristiano Ronaldo materializzatosi allo Juventus Stadium al 64° della sfida d’andata dei quarti di finale. Per la vastità e l’incisività della portata mediatica – determinata anche dalla combinazione di fattori CR7+Champions League+Juventus – il gesto di Cristiano sembra aver già sfondato la “semplice” dimensione-gol per aprirsi un varco fra le opere d’arte contemporanee nella storia dello sport.

Se esistesse un museo della storia del calcio mondiale, il gol a cui abbiamo assistito martedì sera verrebbe onorato con una sala a sé: sia per l’importanza dello stesso che, soprattutto, per la rappresentatività e insieme l’eccezionalità di questa rovesciata a firma CR7. Una sintesi perfetta del suo approccio al gioco e del giocatore che, insieme a Messi, ha letteralmente divorato il palcoscenico calcistico mondiale per riproporlo sotto forma di un duello decennale che ricorda più un’ossessione senza fine – assimilabile a quella raccontata nel magnifico I Duellanti di Ridley Scott – che una normale rivalità sportiva.

Il gol di Cristiano è probabilmente il caso più eclatante di gol/opera d’arte che entra nella storia del gioco in diretta, nel momento esatto della sua esecuzione, e lo fa lasciando in calce un’eredità ideale del proprio autore: da oggi, CR7, macchina calcistica perfetta e spietata, sarà per sempre associato a questo gesto. Una di quelle cose che Woody Allen avrebbe inserito nella sua personalissima Top 10 per cui vale la pena vivere, stilata in Manhattan: accanto alle nature morte di Cézanne, ai film di Bergman, a Educazione Sentimentale di Flaubert, ai colpi di Joe Di Maggio, e ai dischi di Louis Armstrong. E nella galleria di reazioni e paragoni che il gol ha suscitato, ce ne sono quattro che possono stranamente ricordarlo.

Il primo salto di Dick Fosbury

Più che il gesto tecnico e atletico in sé, la rivoluzione impressa – nell’anno più rivoluzionario dal dopoguerra – dall’altista statunitense nel 1968 durante l’Olimpiade di Città del Messico, può ricordare il gesto di CR7 per la diffusa sensazione di incredulità che si è lasciata alle spalle e negli occhi degli spettatori, ignari, fino all’esatto momento dello stacco col piede sinistro, della possibilità per uno sportivo di compiere un gesto simile: controintuitivo ma dall’impareggiabile efficacia. Tanto da cristallizzarsi poi nel nuovo standard per tutti i saltatori di lì a venire. La stessa reazione pregna di stupore mista a una percentuale di sospensione dell’incredulità è quella che ha attraversato le menti e gli occhi di chi ha assistito in diretta allo stacco da terra di Cristiano Ronaldo, arrivato, secondo le misurazioni di Sky, all’impatto rovesciato col pallone all’altezza di 2,36 metri.

Il decollo del Columbia

Un altro aspetto che contribuisce a cospargere il gol contro la Juve di una patina di eccezionalità nel senso più letterale del termine è la forza barbara con cui si è compiuto. La perfetta macchina muscolare di CR7 si è messa in moto con efferatezza e ha spianato la strada al suo Real verso la semifinale. Un volo possibile solo dalle parti del pianeta Cristiano, prototipo aureo del calciatore contemporaneo, simbolo e insieme compendio di fisicità curatissima ed estrema e talento sintetizzati in un solo corpo; o meglio, gesto. Il momento in cui la sua mente decide di andare incontro al cross morbido ma arretrato di Carvajal per creare il capolavoro è già una forma di volontà di potenza, ma la sua messa in atto diventa materiale per una rappresentazione di manifesta superiorità: potenza muscolare portata all’acme, fino al raggiungimento di vette insostenibili per gli altri esseri umani. Come il primo decollo da terra dello space shuttle Columbia, avvenuto a Cape Canaveral nel 1981, a cui mezzo mondo assistette in diretta tv con lo sguardo rivolto all’insù, verso l’infinito.

Il volo di Michael Jordan

A 33 anni l’unica mancanza del cyborg Cristiano è stata forse l’iconicità di un gol: quell’immagine che lascerà in eredità un’intera carriera e un intero modo di intendere il gioco. È quell’attimo che viene intrappolato per sempre nel fermo immagine della mano de Dios, o nella sterzata della Cruijff-draai, o ad altre latitudini, cambiando sport, il volo etereo e stilisticamente accecante di Michael Jordan in slam dunk con la #23 dei Chicago Bulls. Se la foto più iconica del basket moderno è stata scattata durante una gara di schiacciate del 1988 – la tipica dimostrazione all’americana in bilico fra show ed entertainment – ciò che conta è da un lato la sua riproducibilità e dall’altro la sua capacità di sintesi: Jordan rimarrà legato in aeternum a questo fermo immagine – busto eretto, lingua che penzola fuori dalle labbra, gambe divaricate con Nike ai piedi, mano destra pronta a schiacciare la palla a spicchi con un vuoto impressionante sotto i suoi piedi colmato solo dalla lucentezza del parquet -, allo stesso modo l’immagine che sarà associata a Cristiano Ronaldo in un futuro remoto rimarrà quella della rovesciata irreale per potenza e perfezione stilistica nella notte di Torino.

Perseo e Medusa

Il capolavoro manierista di Benvenuto Cellini esposto nella Loggia dei Lanzi, in Piazza della Signoria a Firenze. Il gol di CR7 in futuro non potrà che diventare una scultura bronzea.

C’è poi un ultimo, affascinante risvolto che eleva il gol di CR7 ad avvenimento epico, forte di una narrazione a sé stante. È quello della resa delle armi dell’avversario: la Juventus di Allegri, dominatrice assoluta in patria, già sconfitta nella finale di Cardiff ma ancora foriera di speranze per una Champions da affrontare da protagonista, ed avversario scomodo per antonomasia, data la natura fluida e flessibile del vestito tattico cucito da Allegri negli ultimi anni: intessuto senza ricami sopraffini o orpelli vistosi, ma capace di adattarsi alla perfezione alle occasioni più differenti. La prodezza di Cristiano si materializza sullo Juventus Stadium come il colpo di grazia di un eroe della mitologia greca. CR7 sublima così in Perseo, capace di affrontare Medusa – creatura mitologica al cui incrocio di sguardo qualunque umano si sarebbe tramutato in una statua di pietra -, e di sconfiggerla grazie al colpo più spietato di cui si abbia conoscenza: la decapitazione. Ma, al tempo stesso, capace di rendere merito al mostro sollevandone la pesante testa e avvolgendola con perizia in un telo candido, in segno di pietà affinché la nuda terra non la sporcasse.

La prossemica successiva al gol del 2-0 richiama alla mente questa narrazione epica: l’esaltazione adrenalinica per il gol appena segnato, seguita in tempo reale dagli applausi scroscianti del tifo avversario e infine da un gesto naturale, trattenuto, quasi timido, che cozza violentemente con il personaggio pubblico Cristiano Ronaldo e che assomiglia a una richiesta di perdono e riverenza. Materiale rarissimo per il palcoscenico di riferimento e l’importanza del gol. Infine la chiosa, l’omaggio postumo – come Perseo che raccolse il sangue versato dalla vena destra di Medusa per le sue proprietà magiche: capace di resuscitare i morti – con l’ammissione che si trattava del gol più bello e desiderato in carriera, decretandone in maniera definitiva i tratti dell’eccezionalità a seguito della standing ovation ricevuta: “È stato un gol incredibile. Ringrazio molto i tifosi della Juventus: non mi era mai capitata una cosa così in carriera”. 

P.s. Sì, il gol di Cristiano Ronaldo ha colpito e unito tutti in un moto di sincera ammirazione – potete vedere le reazioni dei giocatori in campo in questo video; tutti, meno uno. Il commento a caldo di Ibrahimovic resta qualcosa di geniale: “Carino il suo gol, ma provi a farlo da 40 metri”. (Reference: qui).