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Di Federico Rana

“Buona la prima!” esclama un regista sul set quando tutto va secondo i piani al primo colpo. Quando attori, principali e comparse, non sbagliano nulla e alla prima occasione girano una scena perfetta, almeno secondo i canoni del regista. Ma anche senza l’occhio scenico e la poltrona da director si può essere più obiettivi, badando meno all’estetica e più alla quantità. Quella che, alla fine, vale più di ogni altra cosa nel calcio. Perché l’occhio vuole la sua parte ma le statistiche rimangono incise, e in una stagione pesano più dello stupore per un sombrero. Ecco una Top3 degli esordienti in Serie A: quelli che hanno fatto gustare la dolcezza della vittoria di una scommessa personale ai propri allenatori.

In questa shortlist non ci sono due giovani ormai sulla bocca di tutti come Patrick Cutrone e Federico Chiesa. I due under 21, oltre a rappresentare il futuro e ad incarnare le due migliori sorprese della breve gestione Di Biagio, hanno già fatto il proprio debutto in Serie A nella stagione scorsa. Sorprendendo fin da subito, come nel caso del figlio d’arte, oppure passando sotto silenzio, come nei 6 minuti collezionati dal baby bomber rossonero nella penultima giornata del campionato scorso. Non c’è neanche un centrocampista affermato, tra i migliori nel suo ruolo: Lucas Leiva. Il mediano brasiliano, dopo dieci anni a Liverpool, ha accettato in estate la sfida propostagli da Tare e Inzaghi, nella staffetta sudamericana in cui ha ereditato le chiavi del centrocampo biancoceleste da Biglia. Nei suoi 2176 minuti, Leiva ha saputo reinventarsi con successo nel ruolo di regista e vero equilibratore tattico, dopo una carriera da interditore con le maglie di Gremio e Liverpool.

I tre prescelti sono rookie di cui inevitabilmente, ma anche inaspettatamente, tutti si sono ritrovati a parlare. Fondamentali per le proprie squadre, e capaci di conquistarsi una maglia nella propria Nazionale.

Alisson

Senza dubbio, il portiere più sorprendente della Serie A (ne avevamo già parlato approfonditamente in tempi non sospetti in questo articolo). Arrivato alla Roma dall’Internacional nell’estate del 2016, alla prima stagione in giallorosso ha collezionato 15 presenze, nessuna delle quali in Serie A: 11 tra EL e preliminari di CL, 4 in Coppa Italia. Spalletti lo ha “penalizzato”, come ha ammesso lo stesso tecnico in una recente intervista, preferendogli, soprattutto in campionato, i guantoni del polacco Szczesny. Quest’anno, dove sia l’allenatore sia il collega sono andati altrove, è arrivato il momento di dimostrare le sue qualità.

Alisson ha debuttato in Serie A il 20 agosto 2017 nella vittoria per 1-0 in casa dell’Atalanta. Nell’occasione, ha collezionato il primo dei suoi 17 clean sheet stagionali – di cui 13 in campionato. E la difesa della Roma ringrazia: sono 7 i gol in meno subiti rispetto alla stagione scorsa (24 contro i 31 del 2016-17) dopo 30 giornate. Alisson fa inoltre parte di un club esclusivo della nostra Serie A: quello dei 12 giocatori che non si sono persi neanche un minuto dal primo fischio di inizio. Il brasiliano però mostra una particolarità: è l’unico a farlo nel proprio anno di esordio. Un cambio, di utilizzo e di responsabilità, che avrebbe potuto essere traumatico per chiunque: dalla poca considerazione riservatagli da Spalletti, alla fiducia pressoché totale che il neo tecnico Di Francesco ha dimostrato di porre su di lui fin da subito.

La partita che ha spostato presto l’attenzione degli addetti ai lavori, italiani e non, sul portiere classe ’92 è stata la sfida dell’Olimpico contro l’Atlético Madrid. Merito, o colpa, dei suoi compagni, finiti in balia dei Colchoneros di Simeone. 20 tiri totali concessi all’avversario: oltre a 2 legni, con 10 conclusioni nello specchio della porta. Sorprende però come il risultato finale sia stato 0-0, accolto quasi come un dono dall’ambiente romanista. E una volta finito il match, tutti, Di Francesco compreso, sapevano chi ringraziare.

L’esatto momento in cui è avvenuta l’epifania di Alisson.

Una prestazione che ha permesso al portierone brasiliano di svelare le carte sulle sue reali doti. La sua stagione fin qui recita numeri impressionanti. In primis la costanza di rendimento. Nei fabolous 12 citati in precedenza, oltre a lui solo il laziale Strakosha ha condiviso l’impegno europeo, concedendo però 16 reti in più. I gol subiti da Alisson sono infatti meno di uno a partita (0,79), pur fronteggiando quasi 4 palle gol nitide a partite. Sintomo di un portiere capace di coprire al meglio tutto lo spazio di porta, anche e soprattutto quando si trova a tu per tu con un attaccante.

E qui emerge anche una capacità non indifferente per un portiere: quella di mantenere i nervi saldi. Nel duello tra attaccante e portiere, la sfida psicologica dura pochi attimi ma può condizionare l’intero match: in queste situaizoni Alisson mostra come la sua esplosività sia accompagnata da uno sguardo forse un po’ freddo ma tremendamente concentrato, capace in una certa misura di intimorire chi si appresta a concludere verso la sua porta, aiutandosi con uno dei fondamentali dove risulta tra i migliori portieri al mondo: la croce iberica, l’uscita bassa mutuata dal futsal, in cui da buon brasiliano eccelle riuscendo con sconvolgente naturalezza a chiudere la luce di porta in qualsiasi situazione.

La doppia parata, con croce iberica inclusa, più difficile del campionato?

Ma la vera dote che rende Alisson un pezzo unico e pregiato, e che lui stesso ha ammesso di aver coltivato nell’anno di apprendistato con Spalletti, è il suo gioco con i piedi. Aspetto che è visto come un requisito fondamentale per un portiere moderno, ma che di fatto in pochi hanno maturato con la qualità del portiere brasiliano, caratteristica che lo rende un unicum avvicinabile solo dal connazionale Ederson. Alisson è il primo portiere per passaggi corti completati (458) in Serie A e il primo per pass accuracy in quelli lunghi: nella classifica europea di questa statistica sarebbe ottavo, in una top ten comandata da uno specialista come Ter Stegen.

Il portiere della Roma domina invece nella classifica della precisione dei dribbling riusciti a partita: un 100% sui 6 tentati che ne evidenziano sia la tecnica, sia la sicurezza nei propri mezzi. Un bagaglio di skills che lo porta a viaggiare ad una percentuale dell’80% per quanto riguarda la precisione dei passaggi in stagione: sintomo di come, oltre alle capacità di base, ci sia dietro anche una lettura tattica ben definita, una scelta ponderata di quale giocata compiere e di quale situazione di gioco innescare. Una sorta di regista aggiunto, che alleggerisce dall’impegno della costruzione bassa Manolas e Fazio, concedendo di fatto una ulteriore chiave di impostazione a Di Francesco, che si gode quello che ormai si è appropriato dello scettro di portiere più completo del nostro campionato.

Cengiz Ünder

Rimanendo in casa Roma, ma spostandosi in attacco, spunta il volto nuovo di Cengiz Under. Il gioiellino turco, 20 anni, è arrivato all’ombra del Colosseo la scorsa estate per la cifra di 13,5 milioni di euro. Un investimento importante, parso perfino eccessivo, soprattutto alla luce dei primi mesi dell’ex Istanbul Basaksehir nel nostro calcio.

Appena 486 minuti collezionati nelle prime 22 giornate di campionato, 8 delle quali passate totalmente in panchina. Poi arriva Febbraio, il mese della svolta per ‘Genghis’, che diventa il motore della Roma quando questa sembra a secco di benzina e soluzioni. Dzeko non al meglio della sua condizione psico-fisica, alle prese con uno dei momenti più difficili della sua avventura romana, Defrel finito in un loop e ancora in cerca di una propria dimensione, i vari Perotti ed El Shaarawy lontani dall’essere trascinatori di un gruppo forte ma potenzialmente fragile. Questo l’humus per la fioritura di Under, che nel solo mese di Febbraio segna 5 reti tra Serie A e Champions, guadagnandosi elogi e sorprendendo un po’ tutti.

Già, perché Under si è fatto attendere. L’ambientamento in un campionato come la Serie A non è semplice per un ragazzo di 20 anni che parla solo turco e con le uniche esperienze maturate in SuperLig. La fisicità delle difese italiane è stato il primo ostacolo nella scalata di Under, che ha avuto per la prima volta un saldo positivo tra duelli fisici tentati/vinti solo alla nona giornata contro il Torino (7/4, per una percentuale del 58,7%). La difficoltà di emergere in un contesto nuovo e profondamente diverso è evidente anche dall’effettivo peso avuto nella manovra offensiva nella prima fase del torneo: la prima (ed unica) in cui il turco ha superato i 5 tocchi in area di rigore è stata la partita contro la Spal (con 7 palloni) il 1° dicembre.

Ma oltre all’ambientamento sul campo, c’è da considerare l’aspetto umano: si tratta della prima esperienza all’estero per un ragazzo classe ’97, coccolato in patria e già in pianta stabile nel giro della nazionale turca. Una condizione in cui la personalità è indispensabile per emergere, ma che può facilmente essere mal interpretata come arroganza o bramosia di primeggiare. In questa chiave può essere letta la scarsa propensione al tiro dei mesi iniziali, per un giocatore fa del gioco palla al piede un’arma imprescindibile. Sempre il 1° dicembre si assiste alla prima partita in cui tenta per più di 2 volte la conclusione verso la porta avversaria (5 tentativi).

Con il tempo questo dato migliorerà sensibilmente, come salirà anche la percentuale di precisione una volta armato il suo sinistro tagliente: il picco è il 66,7% della partita contro il Benevento, favorito dagli avversari, quando realizzò la seconda doppietta in carriera: la prima con la Roma. Altri dati che ha avuto modo di ritoccare sono stati i dribbling tentati (e riusciti) e i falli subiti, segno che, insieme alla maggior fiducia acquisita, grazie anche alla crescente confidenza con i compagni, sia aumentato anche il timore degli avversari nel fronteggiare uno dei migliori prospetti nel ruolo di ala destra associativa.

Abbassare la testa e sgommare come una Kawasaki Ninja in rettilineo, ma avere pure la lucidità e la sensibilità di tocco col piede debole per l’assist finale.

Proprio nella disposizione tattica si possono scorgere i meriti di Di Francesco. Dopo averlo provato nel ruolo di trequarti nel finale di Roma-Inter, il tecnico gli ha cucito addosso i panni di attaccante destro nel suo 4-3-3, mutato poi in 4-2-3-1. In questo ruolo, Ünder migliora molte statistiche personali: la percentuale realizzativa schizza dallo 0,35 allo 0,68, con le reti realizzate a Benevento, Udinese, Verona, Shakhtar e Napoli. Migliora la precisione nei cross (4,78 traversoni da ala contro 3,58 precedenti), come sale anche la percentuale di dribbling riusciti (da 1,50 a 1,75). L’attesa è stata lunga, a tratti snervante e demotivante. Ma poi la crescita: un’esplosione improvvisa, violenta e sopra le righe. Oggi Di Francesco si gode il suo miglior investimento a lungo termine.

Antonin Barak

L’ ultimo giocatore di questa particolare lista ha fatto le fortune di molti fantallenatori in giro per l’Italia. Perché in pochi si aspettavano da Antonin Barak quello che poi realmente ha fatto vedere in questa stagione. Arrivato il 1° luglio 2017 dallo Slavia Praga per la modica cifra di 2,8 milioni di euro, è sembrato subito una ennesima scommessa dell’Udinese, che in passato ha saputo scovare dal nulla ottimi giocatori, ma che negli ultimi ha visto passare in bianconero qualche giocatore tutt’altro che indimenticabile.

L’avvio di stagione di Barak è, come per tutta l’Udinese, decisamente sotto tono: nelle prime 9 giornate, in 2 occasioni rimane in panchina per 90’, colleziona 3 cartellini gialli (su 5 stagionali) e viene per due volte sostituito. Un impatto difficile con il nostro calcio, come è comprensibile per un giocatore di 190 centimetri per 86 kili dai movimenti macchinosi, in un calcio come il nostro in cui, per primeggiare in mezzo al campo, i tempi di gioco sono aspetto fondamentale. Altro motivo da trovare è anche la mancata intesa per un ragazzo classe ’94 con un allenatore tradizionalista come Delneri: nel suo 4-4-2, Barak ricopre, non al meglio, il ruolo di centrale di centrocampo, affiancato dai vari Balic o Fofana.

Qualcosa però cambia in seguito alla partita contro la Juventus. Dopo il 2-6 subito a domicilio, Barak e compagni vanno a Sassuolo: il ceco realizza la rete, la prima in Serie A e con la maglia dell’Udinese, decisiva per l’1-0 finale. Nel match Barak si prende per la prima volta – cosa che poi farà in futuro – le chiavi del centrocampo friulano: vince 10 contrasti, domina il centrocampo anche nei duelli aerei (3 vinti su 3), mantiene la lucidità per non perder alcun pallone nella propria metà campo. È la prestazione che spacca in due la sua stagione: segna un’altra rete decisiva nella partita seguente, completando la rimonta ai danni dell’Atalanta. In questa partita Barak mantiene alti i suoi indici di lucidità ed aggressività, migliorando nell’impostazione del gioco: nel match contro i bergamaschi sbaglia solo 2 passaggi, mettendo a referto la pass accuracy più alta del campionato (91,5%, con 22 passaggi riusciti).

Il potenziale del ceco, ancora ricco di margini di miglioramento, in due minuti scarsi. 

La stagione di Barak decolla definitivamente con l’avvento in panchina di Massimo Oddo. La dirigenza dell’Udinese, dopo la sconfitta interna con il Cagliari, decide di esonerare Delneri, cambiando rotta e proponendo un nome giovane ma dalle idee tattiche definite. L’ex tecnico del Pescara è atteso però subito da un compito arduo: alla Dacia Arena arriva il Napoli. Quell’1-0 è l’unica delle prime 5 partite con Oddo alla guida in cui Barak non entra, direttamente o indirettamente, nella realizzazione di un gol dei suoi. Nel poker di vittorie che segue, l’ex Slavia Praga realizza 4 reti e 2 assist, utili per rilanciare l’Udinese.

Nel 3-5-2 elastico e verticale di Oddo, Barak ricopre alternativamente il ruolo di regista e soprattutto mezz’ala, riuscendo così a maturare le proprie doti di leadership, di distribuzione di gioco e di conduzione palla al piede in fase di transizione; oltre a ricevere i compiti di sfruttare le sue lunghe leve per creare densità in mezzo al campo in fase di non possesso, e superiorità numerica in area di rigore avversaria grazie ai suoi frequenti inserimenti senza palla.

Una crescita esponenziale nell’applicazione e nel rendimento, che ha portato ad una crescita nel minutaggio del talento ceco. Dopo aver giocato per intero 4 delle prime 9 partite, Barak è rimasto in campo dall’inizio alla fine di 15 delle successive 20, entrando nella top ten per minutaggio degli esordienti in A. Tra i rookie, inoltre, è il più prolifico grazie ai suoi 6 gol realizzati. L’Udinese, dopo aver cullato per alcune settimane un piazzamento europeo, è ormai tagliata fuori dalla corsa all’EL avendo rallentato bruscamente il suo rendimento, così come il ceco, che, dopo tre mesi strabilianti, ha iniziato a fare i conti con i propri limiti. Oddo, però, sa di avere in Barak un’arma potenzialmente importante per il finale di stagione. E chissà, sapendo come vanno le cose a queste latitudini, se potrà dire lo stesso anche per il prossimo anno.