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La sera del 13 marzo sono uscito dalla doccia, mi sono asciugato le mani quel tanto che bastava per rispondere agli ottanta messaggi di whatsapp e alle urgenze che inesorabilmente si palesano solo e soltanto quando sei a giocare a calcetto – e nessuno saprebbe mai spiegare per quale motivo invece non ti si fili mai nessuno quando hai il telefono a portata di mano – poi, ancora seduto sulla panca in accappatoio, ho salutato con un pizzico di freddezza i compagni che hanno marcato male sull’ultimo gol, mi sono asciugato approssimativamente, rivestito male e ho lasciato lo spogliatoio rigorosamente per ultimo, avviandomi verso un fioco fine serata di prepotente virilità, tra un pasto freddo e la Champions League.

La sera del 13 marzo, mentre nella mia mente assurgeva allo status di fuoriclasse chiunque su quel campo di calcetto potesse vantare un quadro clinico vagamente simile a quello di un atleta, un giocatore di calcetto faceva doppietta ad Old Trafford. Sulle spalle ha la 9 del Siviglia, ma che significa? Pure io giocavo con la 9, quella dell’Olympique Marsiglia, di Gignac per l’esattezza. Ma questo piccoletto franco-tunisino di cognome fa Ben Yedder e un tempo, al “Teatro dei sogni”, preferiva lo stridore delle scarpette sulla gomma del futsal.

Come eravamo

Con quel Ben davanti, il cognome non può che essere di origine berbera, ma Wissam nasce e cresce a Sarcelles, che poi sarebbe uno dei tanti popolosi agglomerati della periferia a nord di Parigi. Niente che somigli neanche lontanamente a Venezia, ma, tutto sommato, Sarcelles è un posto vivibile per quelli che sono gli standard della banlieu parigina. Non Godard, ma neanche L’Odio di Kassovitz. Però il grigiore dei casermoni e quella sensazione di avere sopra la testa la scenografia di un Truman Show nella sua versione più cupa e plumbea, quelli a Sarcelles, sul finire degli anni ’90, li superi solo – e non è uno stereotipo culturale – cimentandosi con un rap più Tupac che Eminem, o imitando gli eroi della nuova Francia suburbana, quei Thuram e Zidane mai così lontani dallo straniero di camusiana memoria.

Per Ben Yedder la scelta non è facile. A Sarcelles, in quegli anni, gli africani sono Vieira, gli antillani, qualora ce ne siano, sono quel difensore miope – ma non lo dà a vedere – del Parma e gli algerini sono il longilineo 10 che ha umiliato il Brasile di Ronaldo a pochi, pochissimi kilometri, da lì. Wissam invece non ha tunisini in cui identificarsi, lui è soltanto Les Blues che hanno alzato la coppa e forse anche per questo ha sempre sviluppato un sentimento di fortissima appartenenza verso quei colori, raro per chi è cresciuto nel melting pot delle periferie.

Le partite sul cemento armato di Sarcelles sono vibranti; per il piccolo Wissam non c’è orgoglio maggiore di essere scelto per primo al momento di fare le squadre e gonfia il petto ulteriormente in quei giorni in cui al campo si presenta anche un ragazzino che ci sa fare eccome. È di qualche mese più piccolo, si chiama Riyad, dicono sia figlio di un calciatore dilettante algerino, di cognome fa Mahrez. Dice niente?

Manuale della strada.

A Ben Yedder piace quel calcio lì, quello del potrero in salsa transalpina, che si gioca in pochi metri e a suon di piccoli sfarzi tecnici: vuole assecondare la monomania nordafricana per un rapporto un po’ naif col pallone, tutto estro e fantasia e, mentre tutti i compagni del cortile coltivano il sogno di diventare calciatori, lui decide a dieci anni di giocare a futsal.

Nel 2010, non ancora ventenne, Wissam Ben Yedder è uno dei più promettenti giocatori francesi di calcio a 5. Gioca ancora nella sua prima squadra, il Garges Djibson, del quartiere accanto a Sarcelles, perché a lui quel posto è sempre piaciuto, nonostante una parentesi di quasi due anni a Saint-Denis, accanto a quello Stade de France che nel 1998 a Sarcelles era il sogno di tutti.

Fuori dalla banlieue

In otto anni ne sono cambiate di cose. Il giovane Ben Yedder ha iniziato ad avvertire il richiamo del manto verde. A futsal è forte, fortissimo, ma i suoi amici di Sarcelles lo chiamano e il campo di gomma rossa inizia a stargli tremendamente piccolo. Per un anno, allora, lo alterna con un campo marrone fango, perché per il verde c’è da fare ancora un po’ di strada: continua a giocare a futsal e nel frattempo si fa tesserare da una squadra a sud di Parigi, è il club storico della comunità armena della periferia parigina, l’Alfortville, e gioca in quarta serie. I vertici del futsal francese intercettano la possibilità di perdere un gioiello per tutto il movimento e, anche in questa ottica, arrivano le prime convocazioni con la nazionale maggiore, che lo strappa all’Under-21 di cui già era un pilastro: segna anche un gol, contro la Slovacchia, ma ormai Ben Yedder ha deciso.

All’Alfortville ha segnato nove reti in mezza stagione giocando da esterno, allenandosi a futsal nella periferia nord e cambiandosi le scarpette sui mezzi per raggiungere la periferia sud, dove lo attende un altro sport. È un talento superiore, di quelli di un’altra epoca, intriso di una formazione tutta strada e niente accademia; non risente della mancanza di rudimenti, perché fiuta la porta come pochi ed ha sviluppato una sensibilità tecnica nel controllo e nel tiro di livello superiore: con il primo riveste di velluto i palloni ruvidi dei mestieranti delle categorie dilettantistiche, poi con il secondo colpisce la palla come una biglia da snooker. Tutto questo lo hanno notato già Monaco, Lille e Tolosa: sono quest’ultimi ad aggiudicarselo e portarlo in massima serie.

Ben Yedder debutta già ad ottobre, con neanche un anno da calciatore alle spalle, e non è una partita qualunque: al 61′ di Tolosa-Paris Saint-Germain, nona di campionato, rileva la meteora Yannis Tafer. Mezz’ora impalpabile, fino ad allora Ben Yedder era stato convocato solo una volta in stagione, e sembra destinato a rimanere un oggetto sconosciuto, in campo solo per la disperazione che stava comportando la titolarità di Tafer, nuovo Benzema presto destinato all’oblìo. Scenderà in campo per altri tre spezzoni in quella Ligue 1, per un totale di 44′, in tre sconfitte, più per rassegnazione nei confronti dei titolari (il citato Tafer o l’inconsistente Santander, marcantonio guaranì preso per sostituire indegnamente Gignac) che non per reale fiducia nei confronti di questo ragazzino, al quale però serviva effettivamente almeno un anno di corso accelerato di calcio vero.

La seconda stagione prosegue su questo leit motiv: tribuna, squadra riserve, raramente panchina. L’allenatore è sempre Alain Casanova, nome da sciupa femmine e metodi molto pratici. Il Tolosa ha una squadra davvero niente male, anzi è una vera fucina di talenti giovanissimi, ma tra questi Ben Yedder non sembra essere contemplato.

Il milonguero che non ti aspetti

“Mister Casanova, ma di questo ragazzino del futsal che ne facciamo? Non ha giocato neanche un minuto fino a gennaio, abbiamo il turco, Umut Bulut, davanti, che fa bene, ora si è fermato, ok, ma abbiamo sempre la nostra miglior promessa: Rivière. Mandiamolo a giocare Ben Yedder”.

Sì ma non lo vuole nessuno, chi l’ha mai visto? Neanche nei campionati giovanili. E Wissam è uno tosto: uno che a diciannove anni decide di diventare un calciatore e giocare in Ligue 1 senza uno straccio di background, non ci sta a tornare nei campi scalcinati delle serie minori. Rimane a Tolosa. Gioca un minuto in una vittoria per 3-0, poi sparisce di nuovo. Fino al 21 aprile, quando, sotto 1-0 con l’Evian in una partita chiave per l’Europa, Casanova se la sente e mette il ragazzo prima di Rivière, ventunenne dal talento fulgido ma soggetto a frequenti periodi di apatia calcistica. Ben Yedder segna l’1-1 dopo dieci minuti e, anche se un autogol del connazionale Abdennour vanificherà tutto, e l’accesso nelle coppe europee fallirà per un filotto negativo nell’ultima parte di campionato, dovuta in gran parte alla smarrita vena dei volubili attaccanti titolari, questa rete vale una grossissima fetta del futuro del ragazzo a Tolosa.

Nessuno lo voleva, adesso le squadre si sono accorte del piccolo diavolo di Sarcelles, ma Casanova dice alt: niente prestito, c’è Rivière e subito dopo lui. Buon piano, ma Wissam è allergico a certi schemi prestabiliti: segna alla prima giornata per pareggiare in casa del Montpellier campione di Francia in carica, poi si ripete alla seconda per avere ragione del Saint-Etienne, poi ancora alla quarta, alla sesta, alla settima si supera contro il Troyes con un gol che uno come lui può fare solo quando è in fiducia straripante.

Tolosa è la capitale francese del tango, città natale del maestro argentino Carlos Gardel, e Ben Yedder potrebbe essersene ispirato per la maniera con la quale è solito ballare insieme al proprio marcatore. Una milonga lunga tutta un’azione, spesso tutta una partita, poi un movimento repentino e l’ormai Benyebut (dove but è il francese per “gol”) lo rivedi solo quando sta già esultando. Impalpabile, abulico, a volte persino spaesato nelle praterie che il Tolosa rimedia in contropiede, ma letale in area di rigore: non sembra spiccare in nessun fondamentale fuori dalla sua comfort zone, eppure segna a pacchi di testa nonostante i 170 cm, è micidiale se ti punta con la possibilità di guardare la porta ed è una sentenza da pochi metri; tanto che a gennaio il Tolosa cede al Monaco il talento Rivière. Forse quello bravo è il piccoletto del futsal, che infatti finisce la sua prima stagione da titolare in Ligue 1 a quota quindici centri.

Manuale del calcetto. Ben Yedder è abilissimo nell’adottare soluzioni controintuitive per battere il portiere

La stagione seguente inizia così così: solo cinque gol, di cui tre nella stessa gara, fino a febbraio, poi si scatena e supera il record del campionato precedente. Le big francesi iniziano ad accorgersi di lui, ma Ben Yedder rimane, anche e soprattutto per riconoscenza nei confronti di società e mister Casanova, che però viene rimosso, dopo sette stagioni, a nove giornate dal termine: le cinque reti negli ultimi nove turni di Ben Yedder saranno fondamentali per una salvezza risicatissima, ma i rapporti con il mister Arribagé non sono ugualmente idilliaci.

Manuale del calcetto capitolo 2. La sterzata di Ben Yedder è letale, anche grazie al totale ambidestrismo. (Ci dissociamo dal montaggio e decliniamo responsabilità per eventuali attacchi epilettici)

Il nuovo allenatore, confermato per la stagione successiva, lo vede più lontano dalla porta e, soprattutto, non lo ritiene sempre indispensabile, confinandolo talvolta in panchina in contesti, come contro il PSG, che ritiene più consoni ad attaccanti di maggior flessibilità tattica. Però Ben Yedder è ormai un calciatore di categoria superiore, segna otto gol fino a febbraio ma la squadra non si schioda dall’ultimo posto. L’ultimo gol di Ben Yedder non salva la panchina ad Arribagé: arriva Dupraz, artefice di un’impresa salvezza (con tanto di drammaticità alpaciniana) che porta il nome di Ben Yedder impresso in calce, grazie a nove reti in undici partite finali. A queste si aggiunge un bottino impressionante nelle coppe nazionali: tutto è pronto per il grande salto dal tefecé.

Manuale del calcetto capitolo 3. La rapidità: Ben Yedder non è veloce in senso assoluto ma nei primi metri, e fiutando odore di porta, è un come un sasso lanciato nel vuoto

Monchi, demiurgo del modello Siviglia, ci ha messo gli occhi addirittura da anni ed è il più lesto a strapparlo alla folta concorrenza inglese ed italiana. Glielo ha consigliato l’ex calciatore sevillista Ramón Vázquez: “Guarda come tiene le distanze, sembra Romario”. Suona strano sentirsi accostare ad un fuoriclasse come Romario per una qualità intangibile e vaga come “tenere le distanze”, eppure è vero che c’è qualcosa di assolutamente unico, che certamente affonda le radici nell’esperienza del futsal, nel modo in cui Ben Yedder galleggia e poi affonda tra la difesa avversaria.

Senza farne una questione di distanze, quanto è romarioso questo gol?

In Andalusia, Ben Yedder trova un tecnico visionario come Sampaoli e un ambiente storicamente florido per gli attaccanti, specialmente quelli come lui, sul solco dei Bacca e dei Gameiro, zanzare ciniche e mortifere.

Nueve y nuevo

In Spagna segna al debutto, in un iconico 6-4 nel quale era difficile non segnare, poi gioca, ma quasi mai dal primo minuto; centra comunque undici reti nella stagione d’esordio in Liga e scende in campo per un ottavo di Champions, eliminato dall’amico Mahrez, perché si sa che, come recita Stand by Me, “nessuno trova mai amici come quelli che aveva a dodici anni”. Soprattutto, però, diventa un giocatore enormemente più utile e completo: a 27 anni si scopre infaticabile pressatore, acquisisce confidenza con le soluzioni più ricercate in dribbling e rifinitura, si rivela perfetto per giostrare accanto ad un’altra punta o ad un’ampia batteria di mezzepunte, confermandosi sempre velenosissimo sottorete.

Ben Yedder è il regalo d’addio di Monchi, che nel giorno del suo saluto lo guarda compiaciuto segnare un gol che solo chi non ha mai imparato a stare su un campo da calcio può tentare.

I frutti di questa maturazione li stava raccogliendo e valorizzando ulteriormente un fedele adepto di Bielsa, e quindi una specie di compagno di banco di Sampaoli, come Toto Berizzo, prima di essere misteriosamente cacciato in circostanze anche umanamente discutibili. È arrivato Vincenzo Montella, che gli ha quasi sempre preferito un profilo noto come Muriel, ma Ben Yedder si è rivelato comunque un’arma irrinunciabile, suggellando una stagione sin qui eccellente con l’indimenticabile notte di Old Trafford.

L’entusiasmante cavalcata europea del Siviglia si è arrestata ai quarti, in modo onorevole di fronte al Bayern, ma Ben Yedder ha le carte in regola per rimanere vice-capocannoniere della competizione fino alla fine, grazie al bottino sin qui raccolto di dieci centri, con una precisione realizzativa quasi impareggiabile. Dribbling stretto, colpo di testa, velocità, precisione: un folletto col sedere basso e le gambe secche, ma che sa far male come pochi in Europa in questo momento. Le doppiette contro Liverpool (un movimento su calcio piazzato che è un manifesto motivazionale per umiliare difensori 15 cm più alti, poi un rigore trasformato e procurato attraverso una pressione asfissiante) e Manchester United sono una summa del giocatore che Ben Yedder ha saputo diventare, nonostante – o grazie a – una storia del tutto sui generis per un calciatore professionista.

“Chi vive per strada ha una cosa in più”.

Forse nella storia di Ben Yedder sta l’elisir di lunga vita di un movimento calcistico: si fa tanto parlare delle scuole calcio, della preparazione impartita dai tecnici giovanili, persino del modello di Clairefontaine, ma trascuriamo l’importanza che ha il gioco di strada, pure senza essere affiancato da un’adeguata formazione. Le zone meno à la page di Germania e Francia, dove la legge del cortile non è defunta ma si trasforma anzi in un’autentica sottocultura, sono veri e propri serbatoi di talenti, per non parlare del Sudamerica, patria del potrero.

Anche Deschamps si è accorto della storia di Ben Yedder e lo ha recentemente fatto esordire con la maglia bleu, l’unica che il ragazzo abbia mai voluto difendere nonostante le origini tunisine. Sarà dura ritagliarsi un posto al mondiale tra i vari Mbappé, Giroud, Griezmann, Dembelé, Gameiro e via discorrendo, ma il confine tra possibile ed impossibile è molto labile per uno con la sua storia folle, illogica, distonica. La nazionale di futsal, però, se la passa un po’ meno bene: la Francia di calcio a 5 non si è mai qualificata per un mondiale nella sua storia, ce la dai una mano Wissam per il 2020?