7 min read

Nel turno infrasettimanale appena trascorso è successo un po’ di tutto: il 3-4 più assurdo del campionato (Fiorentina-Lazio), il Napoli che va sotto, rimonta, si fa riprendere, e infine vince in agilità una volta venuto a conoscenza della news sportiva più sconvolgente del XXI secolo: la Juventus, allo Scida di Crotone, sta pareggiando 1-1 dopo che era passata in vantaggio. Ma soprattutto: l’uomo che riapre prepotentemente la corsa scudetto, alla vigilia della sfida più importante dell’anno allo Stadium, è Nwankwo Simy, che con il ben più celebre Kanu condivide nazionalità, altezza e nome di battesimo, ma per tutto il resto rimane il freak più scoordinato e bizzarro che i campi di Serie A oggi possano offrire.

Simy non soltanto segna il gol del pareggio, ma lo fa in rovesciata. Una soluzione talmente innaturale per uno col suo fisico che fa un po’ lo stesso effetto dell’acqua che casca verso l’alto. E lo fa contro la Juventus, già punita in Champions, appena tre settimane fa, dalla rovesciata più imperiosa e dai contorni epici dell’ultimo decennio. Ma la straordinarietà del gol di Simy, seppur eccezionale per il pattern narrativo che compone – Davide contro Golia, il calcio di provincia contro la superpotenza pallonara, il giocatore non adatto alla categoria che castiga col gesto più iconico del calcio la prima in classifica – non è un episodio così isolato. Altri protagonisti legati alla provincia, prima di lui, hanno provato l’adrenalina del gol in rovesciata contro il gigante cattivo. Simy forse non lo sa, ma non è solo; Simy ha i suoi fratelli: almeno quattro, come nel film-capolavoro di Luchino Visconti.

Simy vs Juventus

Due righe in più sul gol della settimana. Guardandolo più e più volte si intuisce come sia un gol senza senso. Simy getta la gamba in aria, più che coordinarsi come qualsiasi essere umano normodotato farebbe, e riesce in un movimento stranissimo, forzato ma rapido e letale, che somiglia più ad una tagliola per topi che si chiude che ad un calciatore nell’acme dell’esercizio delle sue facoltà tecnico-atletiche. Il gol di Simy è talmente fuori dal common-sense con cui siamo abituati ad approcciarci al calcio che poteva segnarlo soltanto un ragazzo alto 1,98, che si muove come un uccello palustre dalle leve lunghissime e filiformi, che sembra il cugino più grande dei suoi compagni in campo, che è arrivato in A dalla Nigeria via serie B portoghese e che viaggia con una pass accuracy del 61,5% e una shot accuracy del 42%. Neanche Woody Allen avrebbe saputo scrivere una comedy-drama migliore.

Zampagna vs Milan

Riccardo Zampagna è stato un centravanti sui generis, talmente iconico e polarizzante che potrebbe vivere il resto dei suoi giorni in qualità di protagonista di un culto della personalità simile a quello del Presidente del Soviet Supremo nell’Unione Sovietica brezneviana. Zampagna, però, oltre l’allure operaio da eroe di strada pasoliniano, è stato anche e soprattutto una prima punta capace di gol fuori dagli schemi prestabiliti: colpi di genio da cortile portati direttamente al massimo livello agonistico. Si è reso protagonista di gol bellissimi, ma soprattutto unici per pensiero ed esecuzione: esercizi intrisi di malizia, incoscienza e abilità tecnica.

Nel 2005 contro il miglior Milan di Ancelotti, a Messina, Zampagna si esibisce per la prima volta in un pezzo che diverrà poi un suo marchio di fabbrica: sul cross di Parisi è fenomenale nello sfruttare una pessima lettura di Maldini e Kaladze e girare in porta in rovesciata una palla strana, lenta ma inesorabile. Perfetto emblema e summa del suo stile di gioco astuto e proletario, capace di guizzi tuttora inspiegabili. L’onnipresente sciarpa nera attaccata al collo, la maglia a maniche corte con i guanti, i calzettoni abbassati e una mezza invasione di campo da parte degli addetti della società siciliana, rendono l’istantanea di un gol che è il manifesto espressivo della calcio operaio che, nonostante i limiti e le sconfitte, va in paradiso.

Valtolina vs Roma

Nel 1997/98 la Roma, più che una squadra, è l’espressione plastica della filosofia estrema di Zdenek Zeman: il tridente Totti-Balbo-Paulo Sergio chiuderà la stagione a quota 40 gol (in 34 partite), lasciando dietro di sé una scia di gol e tagli in verticale senza soluzione di continuità. In un’annata giocata sul filo di un equilibrio labile, il Piacenza si gioca molte chance di permanenza in A al Galleana contro i giallorossi: la partita è un concentrato puro di calcio zemaniano. Finisce 3-3, con continui sorpassi e controsorpassi, ma il gol decisivo lo infila Fabian Valtolina, professione esterno sinistro a lunga percorrenza, più quinto di centrocampo che ala, uno di quei mestieranti che riempiono i tabellini e che paiono destinati all’oblìo una volta finita la stagione.

Valtolina, al 94° e con la palla della disperazione calciata verso l’area in modo piuttosto blando e leggibile, riesce a trasformare una sponda aerea sporca e casuale di Murgita in un assist storico: cambia improvvisamente direzione di corsa, si getta sulla palla come un predatore affamato e poi rovescia di sinistro con un movimento che ricorda quello di una catapulta medievale caricata per l’assalto alle mura nemiche. La traiettoria che prende forma è perfezione allo stato solido: un collo pieno rapido, precisissimo, e la salvezza che si materializza dai piedi di un ragazzo brianzolo finito un po’ per caso nel campionato dei giganti.

Luiso vs Milan

Guardando questo gol si può giungere alla conclusione che in quegli anni aleggiasse qualcosa di mistico nell’aria di Piacenza: nel 1996 Pasquale Luiso si mette in proprio e miete l’ennesima vittima eccellente dei biancorossi, il Milan di Tabarez. A pochi minuti dal termine, sul 2-2, il Toro de Sora, celebre per i gol all’interno dei 16 metri sfruttando la sua buona esplosività di base, decide di regalare il 3-2 al Piacenza con un gol in rovesciata che è rimasto nella memoria collettiva per la sommatoria dei suoi idealtipi: una squadra che praticava un calcio retrogrado e speculativo, come quel Piacenza tutto italiano, un centravanti di provincia che sarà ricordato per il motto “crossatemi una lavatrice, e colpirò di testa pure quella”, uno stadio costruito con tubi innocenti a vista, un campo troppo stretto per essere da Serie A; dall’altra parte il club più titolato d’Europa in piena crisi post-Capello, con un allenatore mal digerito da media, tifosi e giocatori, straniero e dal piglio enigmatico come Oscar Tabarez.

Luiso, spalle alla porta, si esibisce in un esercizio coreografato: stop, stacco dal contatto diretto col marcatore, palleggio di ginocchio e rovesciata potente di collo, a generare un arcobaleno maligno che bacia il palo alla destra di Sebastiano Rossi ed entra in rete. Morale? Tabarez si dimette la sera stessa lasciando spazio ad una guida Sacchi ad interim, che aprirà la strada a Zaccheroni, che la stagione successiva vincerà uno scudetto impensabile; Luiso sublimerà in elemento di culto monoteista per ogni pagina ignorante-bomberistico-nostalmagica presente sul web. Forse il finale più assurdo fra tutti quelli che si potessero immaginare.

Bonus: Bressan vs Barcellona

Esiste un gol – letteralmente – più clamoroso di questo? Mauro Bressan, centrocampista ruvido e polmonare dalla Valdobbiadene, che, da riserva della Fiorentina, segna il gol più bello della storia della Champions League contro il Barcellona. E quel “più bello della storia” è da intendersi alla lettera: votato e giudicato il migliore dal sito ufficiale della UEFA nel 2014. Protagonista di una partita avvincente e strana – in quanto inutile ai fini del passaggio del turno -, la Fiorentina riesce a bucare tre volte il Barca con una doppietta di un’altra riserva, Balbo, e con questa cosa assurda che sblocca la partita: Bressan, da 30 metri e con una palla rimbalzante, si coordina in maniera barocca, pianta i piedi sul terreno con tutta la forza che ha a disposizione, allarga il braccio sinistro come se si trattasse di una seduta di tai-chi, e infine spara un collo pieno che assomiglia più a un tentativo di rinvio verso la Curva Fiesole che a un tiro effettuato con consapevolezza e pensiero.

La palla finisce incredibilmente sotto l’incrocio più lontano, causando una contusione alla spalla ad Hesp, che va a sbattere sul palo con la stessa pesantezza di un cadavere lanciato in un dirupo. Perfino l’esultanza rende l’idea dell’eccezionalità della situazione: qualcosa in bilico tra il materializzarsi di un sottosopra e una favola acida uscita dalla penna di Lewis Carroll. Bressan ruota l’indice, con un sorriso aperto e incredulo, cerca un appiglio emotivo per condividere la sua estasi inspiegabile, lo affianca Rossitto, altro mestierante tutto sostanza e zero qualità, il Franchi, più che esplodere, scoppia in un boato interrotto: la reazione di chi ha appena assistito a qualcosa che non si ripresenterà mai più.