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Sarà l’aria frizzante e carica di sapori che si respira tra le vie di Cagliari; sarà la schiuma delle birre sorseggiate ammirando il sole tuffarsi in mare ad Alghero; saranno le ore passate sotto il sole cocente baciati dalla salsedine di San Teodoro; o magari sarà merito – o colpa – di una delle altre mille peculiarità che caratterizzano la Sardegna, ma sta di fatto che il temperamento, la personalità e l’indole degli abitanti del Regno dei Quattro Mori sono qualcosa di particolare, inimitabile e difficile da spiegare.

Genuini e diretti, senza giri di parole; generosi, testardi e gran lavoratori. Ma soprattutto orgogliosi di essere sardi e di rappresentare la Sardegna al di fuori di un territorio che, per quanto splendido, alle volte risulta essere oltremodo ristretto e limitante. Un carattere forgiato nei secoli, assecondato dalla distanza con qualsiasi altro lembo di terraferma. Perché in Sardegna ci si deve voler andare, non si è mai di passaggio. Nel sangue hanno ostinazione e determinazione, perché diventare qualcuno in Sardegna, specialmente nel panorama sportivo, è un gradino più difficile, ma state pur certi che se lo vogliono, sudano, lottano e lo ottengono.

Ci è riuscito Gigi Datome, che ha dovuto salutare Olbia a sedici anni e calpestare i parquet di Siena, Scafati e Roma prima spiccare il volo e raggiungere le stelle dell’NBA. Ci è riuscito Gianfranco Zola, che dopo Nuoro e Porto Torres, ha vinto uno scudetto all’ombra del Vesuvio, ha alzato una Coppa Uefa sotto l’arco di Wembley ed ha esportato il Made in Italy in Premier League. Ci è riuscito Fabio Aru, che mentre indossava per la prima volta la maglia rosa sul podio di Jesolo, nel 2015, ha ripensato alle migliaia di chilometri macinate sulle strade di tutta Italia, lontano dalla sua Villacidro. Ci sta riuscendo – e sicuramente ci riuscirà – Nicolò Barella, nuova stella nascente nel firmamento dello sport sardo.

Dopo la vetrina delle ultime tre giornate di campionato nella stagione 2014-15, Barella scende in B col Cagliari, dove colleziona la miseria di 5 presenze, prima di essere mandato a farsi le ossa in un Como che a fine stagione capitolerà tristemente in Lega Pro. Dopo la breve parentesi comasca torna a casa, in Serie A, pronto a ritagliarsi, a soli 19 anni, un posto da titolare nel centrocampo della squadra della sua città.

A fine anno mette a referto 28 presenze – 22 delle quali da titolare – e 1910 minuti – 68 di media a partita -, il tutto condito con un assist, nove cartellini gialli ed uno rosso: il potenziale c’è, si intravede chiaramente, ma c’è ancora tanto da lavorare. Quello in corso, doveva essere – ed è stato – il campionato della consacrazione.

Qualità

Quella tra Barella e la palla è una splendida storia d’amore. Si guardano, si cercano, si intendono: si vede lontano chilometri quanto siano innamorati l’uno dell’altra, nonostante il centrocampista rossoblu sappia esattamente quand’è il momento di separarsene, senza nessun dramma: tanto tornerà. Un paio delle prime particolarità che si notano ammirando il rapporto che Nicolò ha col pallone sono l’altissima frequenza di tocchi nello stretto, grazie alla quale riesce a spostare la sfera nell’ultimo frangente di secondo prima del contrasto con l’avversario, e la lucidità di prendere la decisione giusta al momento giusto, badando al sodo, senza aggiungere orpelli o ricami ricercati.

L’unico vezzo che si concede – con ottimi risultati – è un sombrero qua e là, sempre utile alla causa e mai fine a sé stesso. Tutto questo è possibile solo ed esclusivamente grazie ad un’ottima qualità di base, che gli permette di avere un primo controllo eccezionalmente funzionale e che nella maggior parte delle occasioni gli consente di guadagnare un tempo di gioco rispetto agli avversari.

Un sombrero e mezzo ai danni di un frastornato Biglia.

Una naturale evoluzione del controllo di palla, risultato dell’addizione qualità+rapidità, è la spiccata predisposizione al dribbling nello stretto: destro-sinistro in un battito di ciglia e la palla scompare incollata al piede del numero 18, elegante come ad una cena di gala. Un sotto-insieme del capitolo “qualità” è per forza di cose quello riguardante la precisione dei suoi passaggi. Tralasciando lo scorso campionato, considerandolo “di transizione”, la stagione in corso – prendendo in considerazione le statistiche delle prime 30 giornate – parla di 1221 passaggi, che spalmati sui 27 gettoni messi da parte, significano più di 45 passaggi di media a partita. Una buona statistica, se si considera che la maggior parte di queste Barella le ha giocate da mezzala e solo poche da mediano con il compito di impostare. 45 passaggi di media a partita con una percentuale di pass accuracy dell’81%: tradotto significa 36,5 a buon fine e 8,5 sbagliati. Un dato che sottolinea come il centrocampista del Cagliari abbia ampi margini di miglioramento ma che sia sulla strada giusta per restringerli sempre più.

Una delle specialità della casa: stop fronte alla porta e lancio di 40 metri.

Quantità

La variabile che rende Barella un calciatore con un hype smisurato è la facilità con la quale riesce a coniugare qualità e quantità. Un Morfeo che rincorre gli avversari ed entra in scivolata o un Gattuso che, dopo una corsa a perdifiato, recupera un pallone e fa partire un lancio di 40 metri calibrato. Generalmente un giocatore tecnico pecca di cattiveria agonistica, mentre nello starter pack di un distruttore non possono mancare piedi ruvidi e poca sensibilità di calcio. In Barella, invece, qualità e quantità sembrano andare a braccetto con grandissima spontaneità, riuscendo a mescolare due ingredienti solitamente difficili da amalgamare: come acqua e olio.

A dispetto dei 68 chili distribuiti su 172 centimetri, il ventunenne cagliaritano sa farsi rispettare anche dal punto di vista fisico ed atletico. Se fosse un automobile, squadre di ingegneri meccanici farebbero a gara per scoprire qual è quel carburante che gli permette un moto perpetuo. Barella non si ferma mai: corre continuamente per tutto il campo e per tutti i novanta minuti, senza mai dare segni di cedimento. Una potenza muscolare degna di nota, testimoniata da straripanti progressioni palla al piede che lo accompagnano con caparbietà e determinazione da un’area all’altra, delineandone la silhouette del moderno box-to-box.

Recupero palla e sportellate in progressione palla al piede.

Quando la palla la portano i compagni, invece, Barella si fa spesso trovare a rimorchio, pronto per la botta da fuori, anche se, dati alla mano, i numeri alla voce “tiri” sono abbastanza scarsi. Si parla infatti di 27 tiri in 27 partite – 9 da dentro l’area e 18 da fuori -, sinonimo di un misero e decisamente poco esaltante tiro in porta a partita. Vedendolo all’opera, si nota chiaramente come sappia usare il proprio corpo a seconda delle situazioni di gioco: per esempio, giusto per tornare alla storia d’amore della quale si parlava qualche riga fa, è interessante come riesca ad accorgersi dell’arrivo da dietro dell’avversario e come posizioni perfettamente il proprio corpo a protezione della palla, custodendola gelosamente.

Barella, tra le altre cose, è dinamicità ed atletismo, ma soprattutto tanta generosità, forse troppa. Si avventa su ogni palla vagante come un bambino su una torta di compleanno, con gli occhi sbarrati e l’acquolina in bocca. Ma per quanto nella maggior parte delle volte riesca a ripulire e conquistare un mare di palloni, in altre occasioni entra fuori tempo, con troppa irruenza e con un pizzico di ingenuità anche in situazioni e zone del campo nelle quali il buonsenso consiglierebbe di fermarsi e temporeggiare, senza forzare un intervento sostanzialmente inutile.

Garra.

In 27 presenze il #18 rossoblù ha commesso 65 falli – 2,4 di media a partita -, per un totale di nove cartellini gialli e uno rosso. In sostanza, un cartellino ogni 6,5 falli. L’eccesso di foga è quindi il secondo limite da migliorare dopo quello riguardante i tiri in porta: la troppa irruenza e l’incapacità di gestire la trance agonistica ne fanno un giocatore dal cartellino troppo facile. Quando però l’intervento è pulito, la grinta di Barella è uno spot per il calcio e un piacere per gli occhi, ed è sicuro che nelle care vecchie Football Champions avrebbe avuto un bel numero nove affianco al simbolo verde del tackle. 77 contrasti riusciti e 35 intercetti significano più di quattro palloni ripuliti di media a partita, ma d’altronde, per sua stessa ammissione, le entrate in scivolata lo «fanno impazzire».

Mentalità

Appurata la necessità di dover eseguire una revisione al pedale che frena la troppa irruenza, sorprendono la sicurezza e la naturalezza di un ventunenne che in campo si muove e si atteggia come un veterano. Barella sembra nato per stare su un campo da calcio, «sempre lì, lì nel mezzo», come direbbe un signore di Correggio; in altri contesti, sia sportivi che culturali, nella maggior parte dei casi un calciatore ventunenne non viene più considerato “giovane”, ma in Serie A, campionato “anziano” per eccellenza, è raro trovare giocatori che abbiano già messo in cassaforte 55 presenze a questa età.

Ha bruciato le tappe anche fuori dal campo: qui spegne le candeline con Federica e la piccola Rebecca.

 

In una stagione nella quale il Cagliari sta faticando molto più del previsto a trovare un appiglio per togliersi definitivamente dalla corrente che lo trascina verso il vortice della retrocessione, Barella sembra essere l’unico punto fermo, l’unica certezza. Trasmette tranquillità ed è costantemente alla ricerca di responsabilità come un leone a caccia di gazzelle. Prima la fascia da capitano – calciatore rossoblù più giovane di sempre ad indossarla – e poi la freddezza con la quale recentemente si è presentato sul dischetto per trasformare rigori pesanti come macigni nella rincorsa alla salvezza. Regge la pressione senza difficoltà ed è estremamente sicuro di sé e di quello che fa, tant’è che, come dichiarato da lui stesso, prima delle partite “Mi tremano le gambe per l’emozione, non per paura”.

Nicolò Barella crea, Nicolò Barella distrugge. È il giocatore che molti allenatori vorrebbero allenare e che tutti i tifosi vorrebbero vedere all’opera indossando i colori della propria squadra. Nonostante tutto, però, il capitano rossoblù sa che la strada per arrivare il più in alto possibile è ancora lunga, impervia e dissestata, ma che applicandosi con la determinazione e la tenacia che lo contraddistinguono ha tutte le carte in regola per conquistare un posto nel calcio che conta. Per arrivarci ruberebbe volentieri qualcosa ad ognuno degli sportivi sardi che prima di lui ce l’hanno fatta: qualche centimetro a Datome, un pizzico di tecnica a Zola e un po’ di caparbietà ad Aru. Ma sicuramente non dovrebbe rubare determinazione ed ambizione: di quelle ne ha da vendere.