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La storia coloniale francese differisce da quella delle altre superpotenze europee in maniera piuttosto netta. Quello dell’identità nazionale è un desiderio con cui il governo d’oltralpe non è mai sceso a compromessi; l’assimilazione dei territori occupati muoveva dalla volontà di creare uno stato francese capace di estendersi anche oltre il confine. Il concetto di autonomia non è mai stato nell’agenda politica della Francia coloniale. Questo atteggiamento si è palesato per la sua inefficienza dopo la seconda guerra mondiale, quando le istituzioni francesi vennero rigettate con perdite dalle colonie del Maghreb e dell’Indocina. Oggi, nei luoghi dove si parla francese, la lingua è solo un residuo del passato adattato a un’identità nazionale che con Parigi non ha più nulla da spartire.

Esistono tuttavia delle eccezioni, delle macchie di terra in cui il “giogo” dell’Eliseo è rimasto intatto. Trattasi di luoghi periferici, incapaci di rivendicare un’autonomia forte, privi di quelle risorse che spinsero nazioni come l’Algeria o il Vietnam alla rivoluzione. Uno di questi bug nel sistema è rappresentato dalle isole di Riunione, o Le Réunion per dirla alla francese, un atollo al largo delle coste del Madagascar più piccolo della Val d’Aosta, con capoluogo Saint-Denis. Capoluogo, non capitale, dal momento che amministrativamente non è altro che una regione della Francia, comprendente quattro arrondissement e con l’euro come moneta, anche se da Parigi dista quasi 12 ore di volo.

Se nelle ex colonie la lingua è soltanto un fattore accessorio, riconducibile a un passato da sudditi ma slegato da quei tempi, Le Réunion fa della vulgata locale l’unico strumento per rivendicare una diversità rispetto a Parigi. Se il francese rimane la lingua delle istituzioni e dei media, per strada si parla il créole réunionnais, che probabilmente per un abitante di Marsiglia o di Bordeaux risulterebbe di difficile comprensione. La storia coloniale francese ha consegnato questi ibridi al mondo; stati incapaci di esserlo ma giocoforza lontani dalla madre patria. Le Réunion è un grazioso fallimento, proprio come Dimitri Payet.

Payet

Giocare per cosa

Payet è nato a Saint-Pierre, una piccola cittadina proprio in quella lingua di terra africana che per i motivi sopra elencati batte bandiera francese. La sua carriera è priva di titoli. In realtà ci sono due Coupe de la Réunion, che sinceramente fa ridere anche a scriverlo. Non si vuole certo mancare di rispetto all’onesta competizione calcistica reunionense, quanto piuttosto al palmarès di Payet. Perché? Per quale assurdo motivo non ha mai vinto neanche un unico, misero, solitario titolo? Come può un giocatore che ha calcato i più grandi palcoscenici europei, vestito le più iconiche divise del calcio mondiale, non avere nulla da esporre in bacheca a livello di squadra?

Non ha giocato con dei grandi club? Interessante. Ha giocato una stagione e mezzo in totale fuori dalla Francia? Sul serio? Dove? Al WEST HAM? L’ultimo trofeo vinto dal West Ham è una Coppa Intertoto? Deve esserci uno sbaglio. No anzi, adesso sono sicuro che c’è uno sbaglio. D’altronde i premi individuali non mentono: due volte leader per assist in Ligue 1, giocatore dell’anno a Marsiglia, giocatore dell’anno al West Ham, squadra dell’anno in Premier, squadra del torneo a Euro 2016. Tutto chiaro, come ho fatto a non capirlo prima: è il classico “veneziano”, un giocatore innamorato del pallone, vanesio nel suo utilizzo, magari sprezzante delle dinamiche di squadra. Ce ne sono tanti così, è solo l’ennesimo ragazzino che pensa di avere il mondo contro e farla in barba a tutti. Magari sta sotto anche con l’alcool, questi di solito cercano la risposta nella bottiglia perché il calcio non è un libro di risposte: non lo è mai.

Payet

Saint-Étienne, sedicesimi di coppa Uefa, destro all’incrocio, 2009

Tanto valeva non averceli quei piedi, madre natura poteva farsi scappare la mano su qualcos’altro, al mondo non servono certo altri calciatori. Messi? Cosa c’entra Messi? Ha fatto più passaggi chiave di Messi? Ma quando? Sì ok, ma comunque quest’anno a Messi non è richiesta una mole di gioco partic… di tutti? Tutti chi? Tutti tutti? De Bruyne, Neymar, Insigne, Kroos, James Rodriguez. Nessuno: nei 5 principali campionati europei nessuno ha completato più passaggi chiave a partita di Payet. 3,8 per la precisione. Ha una moglie e tre figli? Buon per lui ma onestamente preferivo la versione della cachaça. Lo so che l’ho inventata io, ma la preferivo comunque anche se la caipirinha con l’Africa o con la Francia non c’entra niente.

Sono un po’ a corto di spiegazioni. Perché non ha mai giocato in una big? Non aveva la testa, questo è sicuro, non ha mai avuto la testa. Cosa vuol dire che continua a migliorare? Basta, non è possibile, non è vero, nessuno continua a migliorare senza fare un salto di livello in carriera. Quante? 36 partite con la nazionale, ho capito, probabilmente ne ha di più Ricardo Oliveira con il Brasile. Trenta cosa? Trenta partite? Negli ultimi quattro anni ha giocato trenta delle trentasei partite con la nazionale. Perché prima era un ragazzino, non si può certo convocare un qualsiasi giocoliere capace di mettere insieme un paio di passaggi illuminanti. 1987? Tanto ragazzino non era.

Quindi abbiamo un giocatore che ha cittadinanza ad alti livelli, ha dimostrato di poter giocare da facilitatore e allo stesso tempo di mettere insieme numeri personali importanti, non ha alzate di capo (a meno che non siano studiate), non percepisce uno stipendio faraonico, il suo agente chi è? Il tizio che stava per far fallire la Apple? Come sarebbe a dire che non si capisce? Su Transfermarkt è incerto. Adesso Payet è il capitano del Marsiglia, tra quattro, massimo cinque anni appenderà le scarpette al chiodo e poi non ci sarà più niente.

Payet

Lille, Ligue 1, stop di coscia sterzata e destro all’incrocio, 2012

Per cosa gioca? Per cosa ha giocato? È tutta una questione di soldi? Ha cominciato a giocare in quell’atollo per soldi? Almeno George Best l’ha detto che non aveva tempo, un po’ deboluccia come scusa, ma comunque credibile per la vita che ha vissuto. Quantomeno un paio d’anni da mammasantissima li ha giocati. Dov’è la scusa di Payet? Perché non è diventato uno dei giocatori più rappresentativi della sua generazione?

Perché la vita fa schifo

Nonostante ogni volta che un giocatore dal talento cristallino non riesca a sfondare nel mondo del calcio si faccia a gara per trovare questa o quella colpa, quell’aneddoto che l’ha condizionato, quella serata che l’ha tradito, la verità è un’altra. Sempre la stessa. La vita a sprazzi regala dei momenti di gioia, ma di base fa tremendamente schifo. Altrimenti lo sport sarebbe già un’arte e Payet un artista, non un figurante ricercato soltanto da osservatori di nicchia.

Alcuni cercano di collocarlo in quel magma esplosivo che fu la generazione del ’87, quella magnifica squadra francese inghiottita dalle aspettative riposte in quei ragazzi dal sicuro avvenire. Con il calcio ci hanno mangiato (anche bene), il calcio li ha risputati perché ingordo di prodotti più freschi. Come dargli torto, d’altronde ci sono ottime chance che la Francia, con la nouvelle vague in prima linea, vada piuttosto bene quest’estate in Russia. L’attuale capitano del Marsiglia però non è mai stato circondato dall’hype precoce di cui hanno goduto e sofferto i vari Nasri, Gourcuff, Ben Arfa, Menez. La sua crescita è stata molto più lineare, più confacente ad un onesto mestierante in grado di guadagnarsi il pane con fatica ed esercizio, non certo a uno dei piedi più educati del XXI secolo.

Di Payet ci si accorge soltanto tra il 2012 e il 2013 quando veste la maglia del Lille con in panchina Rudi Garcia, fresco campione di Francia contro ogni pronostico lanciando nel panorama mondiale i vari Debuchy, Rami, Cabaye, Gervinho, Hazard. Escludendo Hazard, non certo dei crack assoluti. Salutati i pezzi da 90, il Lille ha continuato ad avere progetti ambiziosi scommettendo forte su Garcia e puntando su volti nuovi tra i quali Dimitri Payet, reduce da un’ottima stagione al Saint-Étienne e quindi finito in una squadra non così più forte. Fermi un secondo.

Cos’è? L’epopea degli sfigati? Magari se adesso si guadagnasse la chance di andarsene da quel posto ovattato e confortevole che è la Ligue 1 sarebbe anche una bella storia, ma so già come va a finire. Due anni positivi in provincia e poi dritti a Marsiglia, a dividere il campo con Thauvin, Valbuena, Gignac, Ayew, l’equivalente calcistico di Usain Bolt costretto a correre la 4×100 con gli staffettisti della Gran Bretagna: veloci, ma cosa c’entra?

Perché non è arrivata la chiamata di quelle che testano realmente lo status di un giocatore, di quelle che spostano la legacy di Neymar da freak su YouTube a giocatore più pagato nella storia (via Barcellona). Anche lo stesso PSG qatariota sarebbe stato un lusso; almeno ci sarebbe stata la possibilità di vederlo in un contesto competitivo contro le prime otto squadre d’Europa. Invece le sue gemme sono rimaste soltanto questo. Gemme. Disperse in un oceano che non restituisce a sufficienza la loro brillantezza.

Payet

OM, Ligue 1, scavetto millimetrico per il compagno, 2015

Due stagioni altalenanti a Marsiglia, due delle stagioni meno fruttifere e più anonime per la squadra francese nell’ultimo decennio (figurarsi). A guidare l’OM, dopo il passaggio di Deschamps sulla panchina dei Bleus, arriva Elie Baup che dura un anno e mezzo prima di essere sostituito da José Anigo nel dicembre 2013. Il primo attualmente è disoccupato, il secondo allena il Levadiakos nella Super League greca. Non esattamente due fini esegeti della panchina.

Quando nell’estate del 2015 Payet firma con il West Ham la carta d’identità chiama per i 28 anni, l’età in cui un atleta dovrebbe aver raggiunto il suo prime e allo stesso tempo il momento in cui il fisico comincia ad avvertire che miglioramenti da qui in avanti se ne vedranno pochi sul piano atletico. Durante la sua prima stagione in terra d’Albione, Payet viene raggiunto da Thierry Henry il quale gli fa una breve intervista, durante la quale si scopre che la scelta del West Ham deriva dall’allenatore (Slaven Bilic) e dal fatto che la squadra londinese può essere una buona piattaforma per sviluppare il talento. Tutto giusto, ma la vita fa schifo.

La visione di Bilic non trova mai una sua dimensione nell’universo della Premier League, il West Ham diventa poco più che una collezione di figurine tra le quali spicca questo francese capace di obbligare chiunque a guardare gli Hammers. È tranquillamente uno dei migliori giocatori in Premier League, è per distacco il miglior giocatore del West Ham, la grande chance sembra dietro l’angolo anche perché in estate la Francia sfiora il titolo continentale e Payet è ovviamente uno dei migliori giocatori della competizione. Si rincorrono voci, la gente si produce in quell’inossidabile arte che è il fantamercato, ma la vita continua a fare schifo e Payet continua a essere un giocatore del West Ham per altri sei mesi, sufficienti per far scendere l’interesse da molto alto a “di chi parli, scusa?”.

Payet

Francia, amichevole, punizione sotto al sette, 2016

Nel gennaio del 2017 il ritorno a casa base (leggasi OM) dopo una burrascosa separazione dalla compagine londinese. Più avanti dirà, con la pacatezza e la serenità di chi ha compiuto un gesto normalissimo, di sapere come ci si comporta da “testa di cazzo” per accelerare un trasferimento. Nella stessa intervista ovviamente spende delle parole al miele per lo stesso Bilic, la vittima del comportamento di Payet. Non ha senso e oramai ritengo se ne sia reso conto anche lui.

Si dovrebbe essere reso conto, infatti, che la predestinazione è un fattore molto meno incidentale di quello che ci piacerebbe credere; essere dalla parte giusta della storia non è necessariamente frutto di scelte, il caso (o il destino, o Dio, o Allah) domina le nostre vite molto più di quello che vorremmo ammettere. Tornare a vestire la maglia dell’OM sembra una rassegnazione alla sua esistenza da grazioso fallimento, come l’isolotto in cui ha visto la luce, come tutte le storie ammantate di romanticismo ma alle quali manca un finale edificante (quindi le più belle in assoluto). Eppure.

Eppure quel suo modo di giocare, quella sua deliziosa relazione con la palla, lo ha portato a disputare, a trentuno anni compiuti, la più importante partita della sua carriera a livello di club. L’OM di Rudi Garcia (a volte ritornano) ha raggiunto la semifinale di Europa League, le giocate di Payet sono arrivate tanto lontano da non poter essere più ignorate nemmeno dal pubblico mainstream.

Payet

OM, quarti di finale Europa League, apertura con il goniometro di sinistro, 2018

Payet

Stessa partita, sinistro al fulmicotone da 20 metri

Payet

Stessa partita, un uomo solo al comando

Contro il Red Bull Salisburgo, e in un’eventuale finale, il Marsiglia si gioca una buona fetta della sua storia recente (l’ultimo successo di un certo tipo è datato 2010 con la vittoria in Ligue 1), mentre Payet si gioca la definitiva consacrazione come eroe degli incompresi, o forse si gioca la possibilità di firmare l’ultimo contratto importante della sua carriera, magari con una big, o forse non si gioca niente se non un trofeo che sarebbe anche l’unico sulla sua mensola, d’altronde la magia di un artista si racchiude nell’imponderabilità delle sue opere; lasciare sgomenti è più o meno l’unica caratteristica che qualsiasi tipologia d’arte condivide.

Dunque del finale edificante facciamo anche a meno, dovesse avverarsi prenderemo atto e magari anche Payet sarà più sollevato, ma la verità è che un calciatore di questo tipo, un artista di questo tipo, rimane la quintessenza del perché esiste lo sport, del perché esiste e fiorisce il calcio.