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Kewell the Jewel; Harry Kool; The most exciting thing Down Under; Finest Aussie’s product since 1897 (anno di ratifica della carta costituzionale); Harry the wizard. Sono tutti soprannomi, dai contenuti inequivocabili, affibbiati lungo l’arco di una carriera contraddittoria, diseguale, interrotta a colui che è universalmente riconosciuto come il miglior talento che l’Australia abbia prodotto: Harry Kewell. Un talento cristallino, esploso con forza ma finito progressivamente nell’ombra, costantemente in bilico fra la dimensione di what if vivente e quella di fenomeno giovanile troppo fragile per resistere nel tempo e lasciare un’eredità compiuta.

L’aspetto forse più affascinante della parabola di Kewell è la sua duplicità, il suo ineluttabile schematismo che ha scandito i giudizi e l’esistenza di un giocatore seducente nel suo approccio al gioco. Kewell è stato un prodotto diverso sbucato da una terra lontana, l’eccezione che conferma come i misteri della combinazione genetica possano dar vita e forma a un talento difficilmente collocabile all’interno di uno schema predefinito, e, per questo, rivestito di una patina di coolness fin dal momento del suo sfolgorante esordio nella madre-patria del calcio, quell’Inghilterra che proprio in Australia aveva impiantato le sue colonie penali, amministrando il down under come un dominion lontanissimo, una terra estrema, un rifugio neanche troppo amato dove scaricare i propri problemi.

Il talento di Harry Kewell è materiale tecnico-atletico devastante, soprattutto in età giovanile; ma è racchiuso in una di quelle facce da teen drama che oggi non faticheremmo a scovare in una serie tv post-adolescenziale a firma Netflix. Harry, in altre parole, è l’espressione plastica di un mondo nuovo, ancora fresco, esotico e innocente come la sua terra natìa, attrice sconosciuta sul palcoscenico dello sport più importante e popolare del mondo. L’Australia della seconda metà degli anni ’90 è infatti un concentrato di sport di diretta derivazione imperiale: il rugby, l’hockey su prato, il tennis, il footie – la bizzarra variante aussie del football a stelle e strisce – e infine l’attività sportiva simbolo di una terra infinita e selvaggia: il surf, vero way of life di quel pezzo di mondo abbracciato dalle onde del Pacifico.

La scena calcistica australiana è qualcosa che sta a metà fra il candido e un po’ sfigato divertissement adolescenziale e la dose di attività dopolavoristica per chi non ce l’ha fatta con una tavola sotto braccio. Da questo contesto lontano e sconosciuto sbuca all’improvviso un ragazzo che non ha bisogno di particolare formazione tecnica né tattica, uno per cui un gioco complesso come il calcio non ha particolari segreti e viene affrontato con naturalezza, sfrontatezza e una vena d’incoscienza: proprio come quando si cavalcano le onde al largo della spiaggia in cui è cresciuto, Bondi Beach, piccolo angolo di paradiso del surf alla periferia di Sydney.

A 15 anni e 6 mesi, dopo aver iniziato con il calcio appena un anno prima nella selezione del suo Liceo ed essere stato tesserato dai Marconi Stallions – che, oltre ad avere uno dei nomi più ridicoli della scena, in onore di Guglielmo Marconi, hanno lanciato pure Bobo Vieri – parte per l’Inghilterra per sostenere un provino per il Leeds United. A 17 anni e 7 mesi e con soli due anni di calcio nel curriculum, Kewell non ha ancora concluso il liceo né preso la patente di guida, ma debutta già da titolare in Nazionale e gioca con discreta continuità in una delle squadre più interessanti della Premier League; a 19 anni arriva il primo gol e la prima stagione da titolare con la maglia dei Peacocks. È al centro della scena: in Australia cresce a dismisura l’interesse per un ragazzo dalla faccia pulita, figlio di quella società prosperosa e moderna che freme per affacciarsi sul mondo; in Inghilterra si discute già di lui come di un giocatore che egemonizzerà la scena nel decennio successivo, e a Leeds è semplicemente un idolo.

È tutto troppo bello e troppo veloce per sembrare reale: come se Kewell fosse il protagonista inconsapevole di un disegno più grande di lui, una di quelle parabole tipicamente anglosassoni dove il ragazzo venuto dal nulla si impone grazie ai suoi mezzi e conquista attenzioni, fama, denaro e successi cavalcando l’onda del suo talento giovanile in tempi rapidissimi. C’è da dire che nella prima metà della sua carriera Kewell è davvero qualcosa di speciale: una gioia per gli occhi degli spettatori.

Harry Kool è un centrocampista oltremodo moderno, capace di interpretare con sorprendente naturalezza il ruolo di esterno sinistro nel 4-4-2 intenso, diretto e verticale di O’Leary e al tempo stesso di svariare sull’intera trequarti scambiando indifferentemente posizione di partenza in un tridente o dietro alla punta centrale: è un esterno per le capacità aerobiche e la rapidità di passo, una seconda punta per la qualità di calcio, il tempismo nell’attaccare gli spazi alle spalle dei difensori e la velocità d’esecuzione nell’ultimo terzo di campo, un trequartista per la tecnica di base, la sensibilità di passaggio e la capacità di disegnare perfette parabole da fermo che si materializzano dal suo sinistro. L’approccio del primo Kewell con l’Inghilterra è quello impaziente, travolgente e assetato di vittoria che potrebbe essere sintetizzato dalle strofe di un pezzo come Rebel Rebel di David Bowie.

“You want more and you want it fast. They put you down, they say you’re wrong. You tacky thing, you put them on!”

Conduzione palla di primissimo livello, dribbling, lucidità di scelta, freddezza. E soprattutto voglia e capacità di spaccare in due le linee avversarie. Una gif che racchiude la legacy di Kewell a Leeds.

David O’Leary è l’outsider che ribalta i pronostici, l’allenatore che, irlandese in terra inglese ed ex difensore privo di un reale talento calcistico, sa individuare fin da subito il materiale tecnico a disposizione e inserirlo in un’architettura tattica snella, oltremodo minimale, costruita per sottrazione: il suo Leeds viaggia veloce, è un concentrato tipicamente brit di gioco rapido sulle fasce, di verticalizzazioni dirette e ribaltamenti di campo portati alla massima velocità e di ritmo martellante nella riconquista delle seconde palle; le fondamenta concettuali di quella squadra combaciano perfettamente con le caratteristiche e l’approccio al gioco così giovanile e senza filtri di Kewell, che assume i contorni della giovane popstar dalla faccia pulita capace di trascinare i compagni ed elevare il livello tecnico delle giocate in campo.

Il gol-manifesto di Kewell a Leeds: la ricerca immediata della profondità, bruciata con uno scatto da centometrista, poi un terra-aria di controbalzo dal limite dell’area che finisce nell’angolino. E Wenger che mastica amaro a bordo campo. L’azione si compie con una meccanica accelerata, brutale.

In questo mix di atletismo, ritmo, tagli negli spazi e rapidità di esecuzione Kewell diventa inevitabilmente The Jewel, suo primo e più azzeccato soprannome. Il Leeds di O’Leary è una squadra che sorprende l’Europa: nel 1999/00 arriva in semifinale di Coppa Uefa oltre a staccare un ottimo terzo posto in Premier con la coppia aussie Viduka-Kewell che miete vittime eccellenti e sembra un inno alla complementarietà tecnico-atletica: Harry crea, spacca le linee difensive avversarie sia in conduzione che con tagli ad attaccare la profondità sulla fascia; Mark sfrutta il suo fisico da troll tolkeniano, è quasi un muretto da sfruttare di sponda per guadagnare immediatamente campo e aprire corridoi, segna molto di testa, ma è capace di tocchi e assist raffinati e sa gestire il suo corpo come pochi altri. La coppia australiana è strana quanto efficace, grazie anche al fondamentale apporto – nel ruolo di seconda punta all-round – di Alan Smith.

E la successiva stagione ne è la dimostrazione: il Leeds chiude quarto in Premier, ma è in Champions League che si rende protagonista di un torneo che va oltre ogni più rosea aspettativa: arriva in semifinale, dove perde senza appello a Valencia, dopo lo 0-0 di Elland Road, dopo aver superato due gironi eliminatori simili alla materializzazione di un incubo, insieme a Barcellona e Milan, Lazio e Real Madrid.

L’apogeo di quel Leeds: il 3-0 nei quarti di finale al Deportivo la Coruña. Kewell, dopo 4 minuti di gioco, si presenta così: doppio sombrero a velocità supersonica ad umiliare Fran e Cesar, e cannonata che sibila a 20 centimetri dall’incrocio.

Ma a volte, seguendo il concetto caro a Henry Miller secondo cui ‘un viaggio non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose’, il gruppo del Leeds ha chiaro che quello è il suo ultimo anno a certi livelli: il canto del cigno di un club nobile e ormai decaduto; l’ultima gita fuori porta per uno spogliatoio che non avrebbe sfigurato all’interno della società acida, violenta e disperata di Trainspotting, con Lee Bowyer come emblema del centrocampista brit scontroso, il più delle volte border-line: trovato positivo alla cannabis, accusato di razzismo perché capace di devastare un McDonald’s cittadino quando, su di giri e in compagnia, ritenne di non dover essere servito da una inserviente pakistana e capace poi di scatenare una rissa fuori da un locale notturno contro – chi l’avrebbe mai detto? – tre studenti pakistani. Quel Leeds, ultimo e sporco erede della grandezza del Maledetto United, è ovviamente una parentesi destinata alla scomparsa, così come quella Premier in piena transizione dal periodo post-Hillsborough all’efficientissimo teatro da business della seconda metà degli anni zero.

Lo stesso Kewell è un giocatore fin troppo moderno e futuribile per le caratteristiche intrinseche del suo stile di gioco così up-tempo, verticale e votato a generare superiorità numerica nell’ultimo terzo di campo per rimanere a bordo di un Titanic che ha appena approcciato il suo iceberg e che sta cercando disperatamente di rimanere a galla con i pochi mezzi rimasti a disposizione. Kewell è osannato dal pubblico, è il simbolo effimero di una rinascita del club ad alti livelli: un concetto che si potrà estendere a breve anche alla sua carriera, in un gioco speculare fatto di improvvisi alti e rovinosi bassi. No half-measures. Sembra l’epitaffio da poter apporre, spietato come una sentenza, alla sua carriera.

Il gioiello aussie, infatti, non riesce ad evitare la retrocessione dello United e, nell’estate del 2003, decide di accettare l’offerta del Liverpool, regalando una dose di ossigeno al bilancio societario ma lasciando Elland Road e l’intero macro-cosmo del Leeds con una ventata di polemiche, veleni e incomprensioni. In questo passaggio controverso, in cui Kewell spinge per mesi per l’allontanamento dallo Yorkshire rompendo con società e allenatore, un ruolo decisivo è ricoperto da Bernie Mandic, deus ex machina di ogni movimento, trasferimento e decisione del talento australiano. Mandic è un procuratore sui generis, una di quelle figure che – da outsider – si muove con discrezione e cinismo all’interno di un mondo dorato; fuma vistosi sigari, è appassionato di brandy scozzesi e ha un passato da modesto allenatore delle giovanili in Australia, è incappato quasi per caso nel gioiello-Kewell ma ne ha subito intuito le potenzialità, calcistiche e soprattutto economiche. Mandic agisce per conto di Harry, fa un lavoro sporco ma fondamentale nello strappare il miglior contratto nella migliore piazza possibile: a Liverpool, Kewell guadagnerà due milioni di sterline all’anno per cinque anni.

È qui che si manifesta un lato di Harry Kool che fino a quel momento era rimasto sopito, dormiente: come una seconda personalità sepolta nelle profondità nel subconscio, pronta a manifestarsi alla prima occasione utile. Kewell è oltremodo cinico e, insieme a Mandic, forma una coppia che non sfigurerebbe in un gangster-movie a firma Scorsese per la spregiudicatezza delle scelte e la sete di denaro a cui mirano. Come in seguito dichiarato dallo stesso Mandic.

“Bernie, lascia che ti dica qualcosa sul calcio. Amico, puoi picchiare tua moglie, picchiare i tuoi figli, andare a prostitute, rapinare una banca o addirittura commettere un omicidio, ma se nel fine settimana segni il gol della vittoria, di tutto questo non importerà un cazzo a nessuno.” (Kewell a Mandic).

A Liverpool, però, nel momento decisivo, nel turning-point della carriera a 25 anni appena compiuti, Kewell incontra le prime difficoltà di un percorso fino a quel momento senza rallentamenti e senza ostacoli: una rincorsa frenetica. Se il primo anno con la maglia dei Reds rimane su livelli promettenti, pur se rallentato da qualche infortunio, dal 2005 in poi imbocca una discesa che sembra non avere una fine. Kewell a Liverpool sarà un giocatore mai realmente espresso, un’opera d’arte espressionista non conclusa, un malinconico rimpianto su cui maledire i passaggi a vuoto di un ciclo nuovo, quello con Rafa Benitez alla guida della squadra.

Certo, è ancora capace di gol pazzeschi, non ha perso la polvere magica che cosparge il suo sinistro e che fa infiammare la Kop con colpi sopraffini e improvvisi: esercizi di stile, sintesi di personalità e raffinatezza. Infila 11 gol e 7 assist in 48 presenze complessive. Ma, come spesso capita con i giocatori di talento, non è la quantità di gol e giocate a renderne giustizia – o, di contro, l’inappellabile delusione – ma la qualità di queste. E Kewell, in fugaci e improvvisi momenti, è un giocatore che dimostra una qualità tecnica superba.

Da fermo, la gira con una facilità estrema dove crescono solo le ragnatele.

Da fermo, pennella col sinistro vol. II. E nemmeno esulta. L’esperienza di Kewell a Liverpool è ricca di questi momenti contraddittori. Come se dovesse espiare il peccato originale di avere in dono un talento puro.

In questa dimostrazione di discontinuità pesano in maniera decisiva i continui infortuni. Kewell ha bisogno di stare bene per dar sfogo al suo calcio accelerato e intuitivo, necessita di rapidità, brillantezza atletica, è chiamato a fare la differenza, ma è spesso limitato da un fisico soggetto a infortuni muscolari di varia natura. Il suo stile di gioco muta: da fenomeno giovanile, giocatore rapidissimo e sfrontato, diventa un numero 10 che accentra – e accorcia – il suo raggio d’azione, la sua influenza nel gioco: più statico ma ancora raffinato nel tocco e nelle soluzioni di calcio, Kewell è uno di quei talenti precocissimi destinati all’usura e all’oblio: come uno dei protagonisti del cult di Wes Anderson, I Tenenbaum, la famiglia di bambini-adolescenti prodigio che hanno smarrito il proprio talento davanti alle difficoltà della vita nel momento del passaggio all’età adulta.

Quel che resta della carriera di Kewell è un concentrato di rimorsi, rimpianti, momenti epici persi – come la finale di Champions League contro il Milan ad Istanbul, dove esce sul 3-0 per i rossoneri vittima dell’ennesimo infortunio muscolare: la perfetta metafora della sua carriera interrotta – e una strisciante sensazione di fine corsa. Riesce, però, a regalare ancora sprazzi di bellezza – quelli che Jep Gambardella apostroferebbe come “sparuti e incostanti” – al suo pubblico che, ormai, ha definitivamente riposto le attese e le speranze in un cassetto polveroso. Kewell ha ancora un desiderio, che poi sono due: chiudere da protagonista e farlo con la maglia della sua nazionale. In Australia, nonostante i fallimenti e il calo generale dell’attenzione mediatica, rimane il golden-boy a cui aggrapparsi per portare avanti il traguardo della qualificazione al Mondiale 2006. E legittimare, così, il nuovo status di un movimento calcistico lontano ma in crescita a 32 anni dall’unica partecipazione.

L’occasione arriva nell’ultima partita del girone, Australia-Croazia, quando i Socceroos si giocano l’accesso storico agli ottavi di finale: sul 2-1, la squadra di Hiddink attacca e pressa con intensità e, da un cross senza troppe pretese dalla fascia sinistra, nasce una situazione disordinata in area croata dove The Jewel si ritrova casualmente la palla sul sinistro dopo una spizzata di Viduka: controlla e chiude con un destro al volo per il 2-2 finale. È il gol più importante della giovane storia del calcio australiano. Kewell si lascia andare ad un’esultanza piena, compiuta, sincera; a 28 anni sta finalmente vivendo il momento di gloria che ha vanamente rincorso fin dall’esordio in età adolescenziale. L’Australia verrà eliminata nel turno successivo grazie a un rigore a dir poco dubbio su Grosso al 94°, ma ha comunque trovato il suo nuovo mondo da esplorare, arrivando dove mai si era spinta prima.

“That goal, in that team, was probably the greatest moment in my entire career.” 

 

E l’eredità di un giocatore a due facce come Kewell è forse da ricercare in questo esatto momento: lontano dall’Europa, lontano dalle responsabilità dettate da un club e da trasferimenti altisonanti, lontano da tifosi che, nel caso più ottimistico, lo chiamano “fat-contract seeker”, lontano un decennio dalle altisonanti promesse di inizio carriera, lontano da tutto ma vicino alla sua terra, quella che lo ha abbracciato fin dal primo momento come un talento speciale, inusuale e perfino assurdo a queste latitudini. Quella di Harry Kewell è una storia di crescita interrotta, ha il fascino perverso dell’incompiutezza, il guilty pleasure del rimpianto verso un amore giovanile che fugge via veloce come il vento e che lascia dietro di sé una sensazione agrodolce. Come un’illusione composta di ricordi bellissimi e fragili: proprio per questo indimenticabile.