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Nella gif introduttiva, i difensori del Watford sono le polemiche inutili, i complottismi, i titoloni che rendono l’arbitro il capro espiatorio di una partita intera. Appunti Sparsi è Salah: non lo prenderanno maaai!

 

Il mese di Cheick Diabaté

L’attaccante che l’anno scorso all’Osmanlispor ha indossato una maglia bella ma fosse restato quest’anno indosserebbe la maglia definitiva è andato a dormire, il 15 aprile 2018, con 7 gol in neanche 300 minuti in Serie A. Una rete ogni 40 minuti. 7 gol in 6 partite per l’acquisto più esotico/nonsense/hipster del mercato invernale. “Roba da fare invidia a Cristiano Ronaldo, una media impressionante: […] è ormai esplosa la Diabaté-mania” a Benevento, scrivono.

Dall’ottobre 2001 la Serie A non vedeva 3 doppiette consecutive. All’epoca fu Dario Hübner con la maglia del Piacenza. Punti di contatto tra Il Bisonte di Muggia e Il Mostro di Bamako? Pochi, all’apparenza. Questo loro periodo Re Mida ha prodotto gli stessi punti (4) per le rispettive squadre; in quel Piacenza giocava Bogdan Pătrașcu, o forse gioca nell’attuale Benevento; lo stemma secondario del Benevento è un cinghiale, il Piacenza ha il lupo, forse lupo e cinghiale si vogliono bene nelle foreste; l’una è gemellata con Togliattigrad, l’altra è la città del liquore Strega.

E allora? Li guardiamo o no i 6 gol d’aprile del centravanti più forte del campionato? #DiabatéHotStreak

Gol I. Il Benevento inizia aprile con una missione disperata: vincerle tutte, che forse non basta nemmeno quello. Quale occasione migliore della visita al Ciro Vigorito della penultima in classifica, l’Hellas Verona di Pecchia. Diabaté stravince la sfida a distanza col centravanti scaligero, Alessio Cerci. Segna di testa su corner, sovrastando il malcapitato Antonio Caracciolo. Non gli serve nemmeno saltare.

Gol II. Il colpo del KO all’Hellas arriva all’84’. Guilherme passa come una lama nel burro nella difesa ospite, allarga per Brignola, che ritiene saggio crossare rasoterra verso il gigante a centro area. Il suo cross è sporcato da Souprayen, la palla fa un rimbalzo pazzo ma Diabaté la spedisce sotto la traversa con cattiveria. “In area di rigore è un fuoriclasse” dirà di lui De Zerbi.

Senza fronzoli.

Gol III. Il gol psicologicamente più difficile e – allo stesso tempo – più emblematico. Dybala porta avanti la Juve (pochi giorni dopo impegnata nella trasferta di Madrid) con un bellissimo tiro a giro sul secondo palo. Diabaté la spinge dentro da mezzo metro. Esulta chiedendo silenzio. In realtà voleva mandare un messaggio: “Vale sempre uno.”

Gol IV. Pareggiare due volte contro la Juve non è cosa comune. Di nuovo di testa da corner, di nuovo senza il bisogno di imitare Dick Fosbury, Diabaté fa sembrare Benatia piccolissimo. Mandzukic è impietrito al centro dell’area piccola, non sa proprio come spiegarsi questa cosa. (Solo dopo l’uscita dal campo di Diabaté la Juve segnerà i due gol vittoria.)

Gol V. Nella partita forse meno vista della storia della Serie A, sotto il temporale di Reggio Emilia, il Benevento cerca di proteggere con le mani il fiammifero della speranza-salvezza. Al 22′, Diabaté combatte con Acerbi su un rilancio lungo di Puggioni. La palla capita nei piedi di Djuricic, che si ritrova spalle alla porta, ma i latenti lampi di talento gli consentono di servire il centravantone sulla corsa con un colpo di tacco stupendo. Davanti al portiere, Diabaté finge di calciare, Consigli finge di abboccare, poi abbocca davvero, poi inizia a muoversi come tarantolato, allora Diabaté lo scavalca con un pallonetto.

(Pochi minuti dopo, Diabaté prova a ricambiare il favore con un bizzarro assist di punta, una giocata associativa che difficilmente gli abbiamo visto fare. Ma Djuricic sbaglia il controllo e l’occasione sfuma.)

Gol VI. L’ultimo gol della streak più bollente di LeBron ai Playoff NBA è in gran parte di Sandro, e della distanza che quegli sprovveduti neroverdi tengono tra Peluso e Adjapong. Non appena Sandro riceve sulla trequarti, i due si lanciano sull’ex Tottenham dimenticando Cataldi alle loro spalle. Imbucata elementare, passaggio verso l’area piccola, gol di Diabaté in spaccata.

(Dal contrasto con Consigli, inoltre, non sembra che il #47 neroverde si possa esser fatto così male. Invece chiedere il cambio, per “un problema alla coscia di natura traumatica”, pare.)

L’aprile di Diabaté è andato in calando. Sebbene abbia giocato meno minuti e segnato di più di Cavani, Benzema, Firmino, Icardi, tutto il Milan, Immobile, Higuaín, Luis Suárez, Griezmann e Lewandowski, ad aprile il Benevento è ufficialmente retrocesso in Serie B. Fatale la vittoria del Crotone, solo poche ore dopo aver espugnato San Siro.

Rúben Neves ha ucciso la Championship

Dalla lunghissima stagione del campionato cadetto inglese (24 squadre), il Wolverhampton ne sta uscendo in carrozza. Nell’ultima giornata, contro l’ultimo e già retrocesso Sunderland, potranno sfondare quota 100 punti, allungare a 10 la striscia di risultati utili consecutivi e – perché no – confermarsi miglior attacco e miglior difesa del campionato.

In un campionato guidato dai 20 gol di Matej Vydra e i 14 assist di Robert Snodgrass, le cifre di Neves (6 gol, 1 assist) impallidiscono. È solo il quarto marcatore dei Wolves e ha racimolato ben 11 cartellini gialli, uno dei più ammoniti del campionato. Quando Jorge Mendes ha portato questo talento portoghese classe ’97 dal Porto alla B inglese, però, non si sarebbe mai aspettato un impatto così dirompente. È il creatore di gioco in mezzo al campo nel 3-4-3 di Nuno Espirito Santo, che davanti spesso schiera Diogo Jota, Ivan Cavaleiro o Hélder Costa dietro Léo Bonatini o Benik Afobe (sì, la mano lunga del procuratore di Cristiano Ronaldo è arrivata fino alle Midlands inglesi).

In un qualsiasi raccolta delle cose più belle fatte da Rúben Neves quest’anno, si apprezza in particolare la sua capacità di nascondere la sfera, di eludere l’avversario per mettersi nelle condizioni migliori per disordinare lo schieramento avversario. Mirino per lanci di 50 metri o laser-pass, ma anche tiri con lanciarazzi: il suo piede destro fa accadere cose. Una sua giocata classica è raccogliere un passaggio dalla destra e aprire il compasso a tutto campo per la corsa dell’esterno scozzese Barry Douglas (5 gol e 14 assist in campionato!) sulla sinistra.

Per alcuni questo gol è il più bello dell’anno; per altri il Wolverhampton sta giocando a Football Manager mentre scherza con la Championship; per Neves sarebbe bellissimo continuare in Premier col Wolverhampton. Tutto vero. Ma guardate questo gesto. Guardate la purezza del gesto e provate a non innamorarvi.

Nell’esultare, Neves porta il dito alla tempia. Aveva già tutto in testa: non appena ha visto quella palla ha pensato di fare esattamente quelle cose. Il controllo non è nemmeno ottimale, la palla gli passa ad un centimetro dal naso, resta un po’ indietro. Ma il piede d’appoggio, il sinistro, scivola naturalmente sul campo umidiccio. La torsione del busto, la gamba destra, l’attimo di estrema tensione che segue il calcio: si è indicato la tempia, aveva già tutto in testa, ha solo eseguito.

Payettismo

Nella finale di Europa League del prossimo 16 maggio, “Payet si gioca la definitiva consacrazione come eroe degli incompresi, […] o forse non si gioca niente se non un trofeo che sarebbe anche l’unico sulla sua mensola, d’altronde la magia di un artista si racchiude nell’imponderabilità delle sue opere”, scrive Paolo Stradaioli su ZC.

“Ogni suo tocco di palla sembra aumentare di un tempo la velocità del pentagramma su cui leggono i suoi compagni di squadra. Non ha il dribbling che brucia l’erba, ma sa posizionare il suo corpo un attimo prima dell’arrivo del passaggio, in modo da predisporsi già al movimento successivo e dunque rubare un attimo alla difesa.” Da Addio West Ham di Roberto Gotta.

È tornato a segnare in Serie A Miguel Veloso

Una punizione perfetta è il gol della bandiera a Bergamo. Il Genoa ha appena perso (male) subendo gol da Il Gabbiano Barrow e due gemme di Cristante e Ilicic. Miguel Veloso, subentrato con Pandev a Bessa e Migliore, ha segnato con uno splendido mancino sopra la barriera. Con forza, sopra la barriera. Il centrocampista di Coimbra non segnava in Serie A dal 20 novembre 2011.

Più di duemila giorni fa, fu il gol decisivo in un Genoa 1-0 Novara. A fine campionato, il Genoa si salvò per il rotto della cuffia, il Novara retrocesse. Il Milan era campione d’Italia in carica, Granqvist e Constant ancora giocavano in Italia e Giovinco e Miccoli segnavano 31 gol tra Palermo e Parma. In quel Genoa-Novara Jorquera, Pratto, Birsa e Kucka guardavano giocare Marco Rossi, Merkel, Palacio e Andrea Caracciolo. Michel Morganella si temprava al Novara per calcare la fascia del Palermo per i 6 anni successivi (and counting); suoi compagni di squadra erano Carlalberto Ludi e Achille Coser, il cosplayer del figlio dell’allenatore Attilio Tesser.

La parte migliore, nonché unico motivo per cui ci stiamo soffermando così a lungo su questa partita, è interpretata da Alberto Maria “Jimmy” Fontana. Il portiere smatta completamente appena subito il gol: si mette a dare calci al palo con rabbia, inquietudine. Lo si vede poi raccogliere la palla dalla rete e calciarla in alto. Il regista è davvero meschino: inquadra Miguel Veloso che esulta come l’hipster che è, e poi lui, Alberto Maria chiamato Jimmy, che è il secondo portiere di Serie A di nome Alberto chiamato Jimmy, perché un cantante si chiamava così. Mentre Malesani se la gode in panchina, un ultimo replay è la zoomata sullo scazzo di Fontana.

Lo stato dell’Arsenal dopo l’annuncio di Wenger

Un pugile a fine carriera, alle corde, senza ossigeno. Da quando, lo scorso 20 aprile, Arsène Wenger ha annunciato la separazione consensuale dalla panchina dell’Arsenal dopo quasi 22 anni, i Gunners hanno ottenuto l’eliminazione dall’Europa League e compromesso il 6° posto in campionato. Il Burnley (la settima forza del campionato, una squadra inglese vecchia maniera) giocherà all’Emirates un vero e proprio scontro diretto per l’Europa.

Un riassunto del finale di stagione (diversi azzardano: degli ultimi 10 anni di Wenger all’Arsenal) è Laurent Koscielny che, dopo una semifinale d’andata dominata contro l’Atletico Madrid in 10 uomini per quasi tutti i 90′ (22 tiri in più dei Colchoneros e quasi 2 xG creati in più, per 11tegen11), si tira la palla in faccia e lancia Griezmann al gol del pareggio. Un sacco di sotto-trame tristi: l’esultanza rubata a Fortnite del francese (“Take the L“), il capitano che non si è più davvero ripreso da quell’errore nella finale di Coppa di Lega 2011 contro il Birmingham, il fantasma della squadra bella ma perdente che esce di nuovo dall’armadio, l’addio di Wenger senza trofei europei; l’ultima vittoria della Premier ormai compie 15 anni.

Dopo una striscia positiva di 6 vittorie consecutive, di cui 3 in Europa League, tra marzo e aprile, si pensava che la storia potesse essere diversa – almeno stavolta – per l’Arsenal. Non è così. Una dozzina di minuti dopo l’inizio delle operazioni al Wanda Metropolitano, dove l’Atleti non prende gol da fine gennaio, il tallone d’Achille di Koscielny è esploso, rovesciando un’ulteriore barile di petrolio in quel mare inquinato che è l’Arsenal.

Se l’ultimo lascito di Wenger è un buon numero di giovani interessanti da lanciare (l’ultimo è il difensore greco Konstantinos Mavropanos), le ultime frenetiche sessioni di mercato sembra abbiano più ammassato giocatori per esigenza che per un reale progetto tattico. Possono coesistere Özil (contratto lautamente ritoccato), Lacazette, Aubameyang (investimenti importanti) e Mkhitaryan (ciò che hai ottenuto con Alexis Sánchez)? Se no, come farli ruotare? Koscielny è il capitano, ma è un centrale che fa grande affidamento sulla velocità: come tornerà dal terribile infortunio? Che fare con Mertesacker, Monreal, Holding e Chambers, per motivi diversi ai margini? Ramsey come sta? Wilshere è  finalmente pronto al salto di livello? Un’estate di fuoco attenderà i Gunners, a cominciare dalla scelta del primo allenatore dell’Anno I post-Arsène.

Quindi la vincono ancora loro?

Potrebbero. Da marzo in poi, il Real Madrid entra in questa dimensione surreale per cui sembra non possano perdere neanche una partita. Quest’anno hanno estromesso PSG, Juve e Bayern Monaco, tre squadre che dominano nei rispettivi campionati, tre grandissime squadre. 180 minuti, e alla fine vincono sempre loro. Com’è che fanno, esattamente?

Volenti o nolenti, aprile è stato il mese di questo gol qua. Meraviglia.

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Cruijff turn is for boys, Propper turn is for men.

Totti chiuso nel gabbiotto di uno strano mezzo di trasporto in giro per Capri. Boh.

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