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“È un’esperienza vedere un uomo che vive delle sue emozioni” (Det. William Somerset, Seven)

Esiste una percezione comune che ci porta a considerare il talento naturale un lasciapassare automatico verso il successo, tanto da rimanere interdetti se non addirittura contrariati quando la realtà finisce per non collimare perfettamente con l’aspettativa. Innanzi tutto, però, bisognerebbe capire cosa si intenda per talento, che troppo spesso viene confuso con la tecnica tout court, quando questa al massimo non è che uno degli elementi forse necessari ma non sufficienti in un sovrainsieme più grande che comprende lo studio, l’applicazione, la comprensione profonda della propria arte per poi poterla plasmare a piacimento.

Si dovrebbe poi quantomeno concedere il diritto al libero arbitrio e alla propria autodeterminazione, la non remota possibilità cioè che ognuno possa disporre di se stesso nella maniera che più lo aggrada, con la conseguente possibilità di fallire nonostante premesse diverse. A meno che non siate adepti di Stan Lee, si può tranquillamente affermare che da un grande potere possano anche non derivare grandi responsabilità. Che in fondo la cosa può serenamente riguardare qualcun’altro.

Jérémy Menez a trentun’anni ha finalmente deciso di fugare ogni dubbio su quale debba essere la sua reale dimensione, togliendo anche al più inguaribile degli ottimisti la speranza di vederlo sbocciare, dopo una vita da gemma un po’ acerba in attesa di una primavera che non è mai arrivata. Un limbo fatto di precocità, rinunce, dribbling, insofferenze, pause, una buona dose di anarchia ed egoismi, con la costante impressione, però, che da un momento all’altro, a culmine di un lento percorso di maturazione, qualcosa avrebbe dovuto per forza di cose cambiare.

“Penso che abbiamo il diritto di commettere errori, ma anche di migliorare, di crescere. Un essere umano è fatto così”. Niente da fare.

In quello che in teoria sarebbe l’acme della carriera di un calciatore, Menez è sbarcato in Messico al Club America (dove ha già segnato 5 reti in 10 partite) dopo un anno a Bordeaux a tinte pulp utile solo a rimetterci mezzo orecchio, come un moderno Van Gogh, e cinque mesi in Turchia all’Antalyaspor tutt’altro che indimenticabili. E nonostante un’accoglienza da semi divinità pagana, non si può non considerarla che l’ultima tappa di un percorso al ribasso, un purgatorio al contrario al cui termine anziché la salvezza definitiva non resterà che una vagonata di rimpianti e what if.

A Roma lo chiamavano Houdini. Non è difficile capire perché…

Che qualcosa sia andato storto nel percorso calcistico del parigino, che è bene ricordarlo era considerato il simbolo della nuova generazione francese insieme a Benzema, Nasri e Ben Arfa – e tra questi il più pronto e promettente in assoluto – è fuori dubbio, ma che cosa di preciso?

Un carattere complesso ha sicuramente influito: una personalità difficile da inquadrare quella dell’ex enfant prodige del calcio francese, frammentata tra insicurezze latenti e apparente e fastidiosa altezzosità. La sfrontatezza di chi viene dal basso e pensa di saperla lunga unita alla consapevolezza di possedere doti non comuni ne hanno minato la volontà di migliorare, finendo per consegnarci un giocatore cristallizzato nel suo primo stadio di sviluppo, incapace di crescere ed evolversi superando quei difetti che lo accompagnano da sempre. Quella di Menez è una narrazione dai contorni decadenti come il capolavoro di David Fincher, un attentato apparentemente consapevole al proprio talento, che ha finito per essere oscurato da una serie di vizi dai quali non è mai riuscito a liberarsi.

“Signore e signori, ho il piacere di presentarvi un omicidio.”

Accidia

21 marzo 2015. Il Milan di Inzaghi dopo premesse incoraggianti si era arenato nella propria inadeguatezza, esattamente come il suo numero 7, al quale a fine stagione non resterà che il premio di miglior giocatore del peggior Milan degli ultimi tempi; normale quindi che l’atmosfera sugli spalti per un anonimo Milan-Cagliari non fosse da serata di gala.

In uno stadio semideserto sono trascorsi ventuno minuti esatti in cui Menez sta mettendo in mostra il lato oscuro e spesso più evidente del proprio repertorio: la pausa, l’assenza, l’incapacità di collegarsi alla partita. Un pascolare svogliato il suo come quello di un fidanzato il sabato pomeriggio in un centro commerciale per lo shopping coatto. Non che la cosa fosse sfuggita al pubblico di San Siro, deciso a perdere la pazienza con la stessa facilità con cui Jérémy stava perdendo palloni.

È a questo punto che riceve un pallone sulla sinistra, all’interno dell’area; quasi da fermo se lo aggiusta sul destro e di interno disegna una parabola a giro sul palo lungo dove neanche i 197 cm di Brkic riescono ad arrivare. È il suo gol numero 14 in campionato, l’ennesimo lampo di classe. Il 15° messo dentro su rigore a dieci minuti dal termine gli regalerà una notte in testa alla classifica marcatori insieme a Tevez e Icardi. Un manifesto programmatico di un giocatore tanto incostante quante sublime.

Anche nell’esultanza che segue c’è molto di Menez: si porta semplicemente una mano all’orecchio, continuando a passeggiare esattamente come aveva fatto fino ad allora, con quell’andatura barcollante, cadenzata, strafottente, da bullo di periferia che sembra non conoscere altra via verso la propria legittimazione che quella della sfida a muso duro, sfoggiando una sicurezza da io sono io e voi non siete un cazzo.

Una scena già vista qualche anno prima, sempre contro il Cagliari, quando vestiva la maglia della Roma: doppio passo ronaldesco al portiere, tiro rabbioso a porta vuota e indice alla bocca per rispondere a qualche brusio di troppo. Zittire le critiche con giocate centellinate sì, ma talmente abbaglianti da placare anche il più agguerrito dei detrattori sembra essere per lui una specie di divertimento utile a riportarlo, almeno nell’immediato, dalla parte della ragione. Riccardo Trevisani in telecronaca (che purtroppo non sono riuscito a ritrovare) disse subito una cosa del tipo: “A che serve correre se hai un piede così?”. Deve esserselo chiesto anche Jérémy, più di una volta, fino ad interiorizzarlo come un mantra personale.

Menez sembra scommettere continuamente (ed esclusivamente) sul proprio talento istintivo, unica via per togliersi dall’imbarazzo di un’inclinazione al sacrificio di fatto nulla insita nella propria natura. Un atteggiamento al limite del professionale difficilmente tollerabile nel calcio moderno, se non venisse almeno parzialmente compensato da qualità tecniche fuori scala. Il tema della pigrizia è ricorrente in Menez fin dai tempi delle superiori, abbandonate in quarta dopo una carriera scolastica che per sua stessa ammissione è stata “diciamo pure, un mezzo schifo”.

“Però non ero uno di quelli che faceva casino e prendeva solo note, male che vada dormivo. Facevo passare il filo delle cuffiette sotto la manica della camicia e fingevo di appoggiare la testa sulla mano, aspettando di uscire per andare a giocare a pallone.”

L’incompiutezza come costante, sia in campo che fuori: un mode de vivre che gli pregiudica la piena realizzazione di sé, un accontentarsi delle proprie doti senza lavorare sui difetti che finisce per impantanarlo nel limbo della mediocrità. Anche nella sua one season wonder, la prima in rossonero, è rimasto comunque fedele a se stesso e a quell’immagine da incompiuto che ha finito per portarsi dietro. Un cocktail di genio e apatica insofferenza mescolati in parti uguali.

Nonostante un gioco basato sull’istinto, l’intuizione estemporanea, il colpo imprevedibile e quindi sulla totale aleatorietà degli esiti delle sue azioni, finisce per essere un giocatore fin troppo inquadrabile, prevedibile nella sua incostanza. Da Menez non puoi aspettarti niente di diverso dal solito copione fatto di monologhi abbaglianti e lunghi momenti passati dietro le quinte. Un giocatore in fin dei conti normale, seppur di una normalità data dalla somma di componenti estreme: Fenomenez da una parte, Jérémy il pigro e l’irritante dall’altra.

Incostante, egoista, inaffidabile, lunatico, ma anche rigorista infallibile (9/9 al Milan, 11/13 in carriera), dribblomane inarrestabile e talento naïve: dal suo ritorno in Italia dopo l’esperienza al Psg il quadro si è delineato con contorni più nitidi, restituendoci finalmente un ritratto abbastanza fedele e ormai non più contaminato dall’hype iniziale forse eccessivo, con le aspettative assestatesi definitivamente ad un livello più basso. Considerando che il paragone più inflazionato agli inizi della carriera era stato quello con Zidane, forse non poteva essere altrimenti.

Neanche l’intenzione di Inzaghi di sgravarlo da qualsiasi compito di copertura, spostandolo dalla fascia al centro dell’attacco, cucendogli di fatto addosso un abito su misura che riuscisse a nascondere il suo difetto endemico, ha avuto risultati particolarmente stupefacenti. I 16 gol della stagione 2014/15 sono il punto più alto toccato dal francese a livello personale, ma bisogna tener conto degli 8 centri su rigore che drogano sensibilmente il risultato.

Per il resto le statistiche generali ci mostrano il solito Menez, con 2,2 dribbling riusciti a partita su 4,2 tentati, e i 1,4 key passes: numeri in linea con il suo trend standard, e leggermente al di sotto della sua prima stagione a Parigi, dove colleziona tra l’altro 7 gol e 13 assist. Solo le conclusioni sono sopra la media (2,4 contro 1,7) frutto ovviamente della posizione più nevralgica. Nonostante la centralità tecnica e le consegne tutt’altro che rigide di Inzaghi, che gli consente di muoversi in libertà seguendo l’istinto, Jérémy fallisce quella che a conti fatti è la sua grande (e ultima) occasione per il salto di qualità definitivo. Il Milan-di-Menez chiuderà ottavo. Basta e avanza come epitaffio, no?

Très facile.

Anche nelle interviste dà l’impressione di non sforzarsi troppo, come quando dichiara: “Se non avessi fatto il calciatore, probabilmente sarei in galera”. Essere nato nella banlieue 94 di Parigi è certamente un appiglio immediato e sicuro per non sfuggire ad un’autonarrazione di un certo tipo, ma in realtà il contesto in cui cresce, pur con qualche difficoltà come la separazione dei genitori, è molto più vicino ad una definizione di relativa normalità che non alle situazioni borderline del L’Odio di Kassovitz; i suoi hanno un lavoro comune – tecnico di France Telecom il padre, assistente di laboratorio in un liceo la madre – e fin da piccolo Jérémy ha avuto l’opportunità di frequentare la scuola calcio locale, il Centro di formazione calcistica di Parigi (CFFP), prima del CS Brétigny.

Ecco perché il richiamo alla “galera” appare quantomeno forzato, con il confine tra esuberante spontaneità e banalità preconfezionata che si fa abbastanza sfumato, in pieno stile menezesque.

Superbia e lussuria

Osservare Menez nell’arco di una partita è un esercizio che potrebbe valere un master in fisiognomica. Una gamma di espressioni che raccontano stati d’animo facilmente interpretabili senza bisogno delle competenze del Cal Lightman/Tim Roth di Lie to me. Sbuffa, lancia occhiatacce, si intristisce, pènzola, dà l’idea di essere in campo per fare un favore ai compagni, con quel perenne sentore di leggero disgusto a segnarne il volto. Tremendamente francese in ogni suo aspetto, con tutti i luoghi comuni del caso: di un’eleganza altezzosa. Spesso le sue giocate non sono le più logiche, naturali o efficaci. Sono semplicemente le più difficili.

Una prerogativa che ha radici profonde, ancorate alla convinzione di essere più dotato degli altri, come racconta Éric Hély che lo ha allenato nelle giovanili del Sochaux, prima dell’esordio in prima squadra nel 2004 che ne fece il più giovane esordiente di sempre in Ligue1.

“Quando una cosa era facile non gli interessava, ma davanti alle difficoltà era capace di grandi cose. Facevamo degli esercizi di uno contro uno, ma non si impegnava perché troppo semplici per le sue capacità. Allora aggiungevo uno o due difensori da superare e lì veniva fuori la volontà di riuscirci”.

Senza farsi ingannare dal fatto che abbia frequentato la scuola calcio, il retaggio di Menez non può che essere quello del calcio di strada – non a caso ha finanziato la costruzione di un campetto nel suo quartiere, Moulin Verte -, un calcio in cui ci si guadagna il rispetto grazie alla propria capacità di sorprendere e stupire. Sul cemento saltare un avversario è un obbligo, saltarne un secondo un dovere, superare un terzo una sfida da accogliere senza tentennamenti.

L’amore morboso di Jérémy per il pallone non può che venire da qui, da un calcio che ritorna alla sua essenza primordiale, individuale prima che collettiva. Abbassare la testa e incurvare le spalle in avanti come un cane da punta non contemplando una scelta migliore che correre con il pallone attaccato al piede diventa il suo modus vivendi sul campo, nonché una delle sue più grandi condanne. Il piacere di avere sempre il contatto e il controllo della sfera spesso si tramuta in un vero e proprio bisogno, un vizio irrefrenabile che porterà ad appioppargli le etichette di egoista e inguaribile narcisista del pallone.

Dalle parole di Grégory Courtas, suo allenatore e vero e proprio mentore al CS Bretigny, si può forse capire meglio perché lo sviluppo di Menez non abbia avuto una crescita lineare ma si sia di fatto arrestato sul nascere.

“A tredici anni aveva già una tecnica senza pari. Alcuni la cultura del calcio la apprendono, ma in lui era innata. Sapeva come posizionarsi, le distanze, i raddoppi: comprendeva il calcio. Soprattutto, utilizzava già la suola, il che dice molto sul suo talento precoce”.

Anche Christian Walgenwitz, tecnico dell’Under15 del Sochaux rimarca la straordinarietà di Jérémy:“Ho visto molti ragazzi talentuosi, di 14 anni e mezzo, di 15, ma di Jérémy non ne ho mai più visto uno…”.

Non deve essere facile sentire il bisogno di migliorarsi quando quello che hai già basta per essere considerato un predestinato, e infatti l’idea del sacrificio sembra non sfiorarlo durante tutta la carriera. È difficile trovare differenze significative tra il Menez che a 17 anni segna una tripletta in sette minuti al Bordeaux e quello delle ultime stagioni; tra il ragazzino che fa innamorare Ferguson per poi rifiutarne le avances – in un istante di razionalità che sembra non appartenergli -, e il trentunenne ormai fuori dai radar del calcio europeo. Ci aveva fregati tutti, con una finta di corpo, prima di involarsi a tutta velocità verso una normalità che pensavamo gli dovesse essere estranea.

Non ha saputo evolversi, senza però curarsene più di tanto, continuando a giocare con la presunzione che ciò che è sempre stato in grado di fare sarebbe dovuto essere sufficiente: d’altro canto è il primo ad ammettere che nel bene e nel male “non cambierò mai”. Un peccato, ma tant’è.

Sarebbe però ingeneroso considerare il percorso del francese un cammino netto ed inesorabile verso il fallimento: ha comunque contribuito alla rinascita del Psg con due ottime annate condite dal gol decisivo per il primo titolo della gestione qatariota, un sinistro chirurgico sul palo lontano contro l’OL per lo 0-1 definitivo; ha fatto credere ai tifosi della Roma di avere tra le mani un gioiello vero seppur impossibile da indossare con continuità; ha cercato di onorare la 7 milanista, a modo suo, e se non proprio come Sheva almeno meglio di un Ricardo Olivera o l’ultimo Pato. Non è arrivato dove ci si attendeva, ma è stato comunque un bel vedere.

O dell’influenza del calcio di strada su un calciatore professionista.

Ira e Invidia

In numerologia al numero 7, che Jérémy ha sempre sentito suo pur non avendolo indossato sempre, come nelle annate in giallorosso dove sulla schiena un ancor più simbolico 94 omaggiava le sue radici di periferia, viene associato una sensibilità spiccata, un animo smosso da tumulti che possono sfociare in un’irritabilità incontrollabile o portare ad un isolamento distaccato e introspettivo.

Le sfaccettature del carattere di Menez aprono ad infinite interpretazioni, senza che si possa davvero arrivare ad un giudizio definitivo. L’immagine che da di sé all’esterno, quella di un ragazzo tremendamente impulsivo e sfacciato, non sembra infatti corrispondere alla sua vera natura interiore, celata dietro quello sguardo azzurro e impenetrabile.

“Mi dicono arrogante, sfrontato, mentre io sono esattamente l’opposto. Sono stato etichettato e le persone hanno difficoltà a cambiare idea. È un peccato, perché penso che abbiamo il diritto di commettere errori, ma anche di migliorare, di crescere. Un essere umano è fatto così. Quelli che non ti conoscono veramente, non ti appartengono”.

Chi è davvero Jérémy? Un enigma destinato a rimanere irrisolto, un po’ come in campo: esterno, trequartista, seconda punta, falso nove… Incompreso e incomprensibile.

“È un ragazzo difficile da indagare, perché non lo conosciamo davvero. C’è un vero divario tra ciò che si può intravedere e ciò che è realmente”, rivela il suo agente Jean-Pierre Bernès, che lo frequenta dai suoi diciassette anni e mezzo. Prima di esprimere un giudizio onesto, si dovrebbe prima conoscerlo. Ognuno ha il suo modo di esprimersi, di comportarsi. Non deve cambiare le cose solo per piacere. Lui è quello che è, non è un difetto”

Talvolta ci ha messo del suo, dando ragione a quanti lo consideravano ingestibile e sopra le righe. Quando a quattordici anni si trasferisce a Sochaux soffre terribilmente il distacco da Parigi, ma certe difficolta non le puoi dribblare neanche se sei Jérémy Menez e allora le affronti a testa bassa: entra in conflitto con il mondo, litiga con i compagni di scuola, è incapace di sedare le emozioni. In campo non è raro vederlo entrare duro su un avversario dopo aver perso palla, un affronto evidentemente non concepibile. A 15 anni viene escluso dalla rappresentativa regionale che disputerà la finale nazionale a Clairefontaine perché considerato troppo complicato da gestire durante la settimana. A Roma viene addirittura alle mani con Montella (e con dei tifosi laziali all’uscita di una discoteca insieme a Mexes e Okaka). Gli anni con Ancelotti a Parigi (“È stato come un padre, il migliore che abbia mai avuto”) sono i più positivi anche dal punto di vista caratteriale, ma l’arrivo di Blanc gli riaccende la fiamma dell’insubordinazione.

Contro il Valencia nel febbraio 2013 in Champions si rifiuta di entrare ad una manciata di minuti dalla fine; qualche mese dopo contro il Benfica abbandona la panchina per rientrare negli spogliatoi non appena il tecnico francese effettua il terzo cambio. “Sono reazioni istintive, dopo cinque minuti mi passa e mi dispiace…”. Anche al Milan nella travagliata stagione di Mihajlovic decide che non è il caso di sostituire Honda a dieci minuti dalla fine del match contro la Lazio, prima che Sakic riesca a fargli cambiare idea.

Ha bisogno di essere stimolato quotidianamente, deve sentirsi importante altrimenti o perde il lume o si chiude nella sua svogliata apatia. Sempre a Parigi arriva ad esternare pubblicamente la propria insofferenza, l’invidia verso Lucas, reo di avergli tolto il posto. Uno status che credeva gli spettasse di diritto evidentemente:“Io sono qui da tre stagioni ma non sono brasiliano e non sono costato 40 milioni! Di questi tempi converrebbe essere straniero, qui al Psg”.

Con i suoi sbalzi di umore rapidi come un doppio passo, la sua fragilità, le sue pause, Menez ci ha insegnato come il peso delle aspettative molto spesso sia difficile da sostenere. Di lui ci resterà qualche istantenea fugace, colpi impossibile resi irrisori e naturali, come questo qui sopra. A gioco fermo magari, a rendere il tutto inutile ma comunque sbalorditivo. Proprio come lui.