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Joaquin Sanchez Rodriguez, per tutti semplicemente Joaquin, compirà 37 anni il prossimo 21 luglio; ha un contratto con il Betis Siviglia, rinnovato lo scorso ottobre, che scadrà nel giugno del 2019 con opzione per un ultimo anno; ma Joaquin sta vivendo forse la miglior stagione della sua lunghissima carriera, o quantomeno la più sorprendente: quella che misura lo scarto definitivo tra un “semplice” calciatore talentuoso e un campione. L’effetto combinato di tutti questi elementi mi provoca una strana sensazione di paura preventiva: non posso pensare a questo Joaquin fuori dal rettangolo di gioco. Temo che un giocatore come l’andaluso possa non rivedersi più, e questo pensiero mi tortura come l’attesa di un vuoto eterno.

Perché se il termine “ala” ha ancora un senso profondo, legato a radici concettuali che affondano nella mistica del numero 7 e nella narrazione del giocatore matto, estroverso e geniale nelle sue scelte in campo così come fuori dal terreno di gioco, allora dobbiamo ringraziare uno degli ultimissimi eredi di quest’epica ormai retrò. A 36 anni, Joaquin, come un novello Benjamin Button, sta rinverdendo la patina leggendaria che avvolge la sua figura in campo, mostrando giocate palla al piede che potrebbero entrare a far parte di un ipotetico manifesto della qualità tecnica del gioco del calcio. Un patrimonio da salvare: qualcosa che riguarda tutti, o almeno coloro che hanno a cuore le sorti di questo sport.

Esultanza con muleta per la Copa del Rey appena conquistata. Francisco Goya, tempera su tela, 2005.

Dopo una carriera giocata sul filo del fallimento delle spropositate aspettative generate agli esordi, il ritorno nella sua Siviglia alla casa-madre Betis, dopo l’esperienza alla Fiorentina, appariva come uno di quegli avvenimenti inevitabili, dovuti, mossi da un significato profondo venutosi a instaurare tra giocatore, città, club di appartenenza e tifo: una questione a metà strada fra identità collettiva e gratitudine umana e professionale. In altri termini, Joaquin ha varcato nuovamente le antiche mura moresche della capitale andalusa per affermarsi come simbolo dell’universo bético: uomo vitruviano della squadra popolare di Siviglia, prolungamento fisico e attitudinale del sostantivo con cui il Betis convive fin dalla sua fondazione: Balompié (balom = palla, pié = piede); come se si trattasse di una sorta di spot vivente del concetto di calcio che nasce dalla strada, palla al piede, e che vive e prospera su una narrazione a sé, con regole sghembe e imprevedibili: portatore sano di una passione popolare e di un gusto bizantino per il bello.

Joaquin è infatti un andaluso per eccesso. È el Niño del Puerto, cresciuto insieme ad 8 fratelli intorno ai casermoni razionali bruciati dal sole di Puerto de Santa Maria, 85mila abitanti adagiati a metà strada fra Cadice e Jeréz de la Frontera: una piccola città limitrofa, di confine, eretta in una lingua di terra vicina a due stati e a due mari, immersa nel calore del profondo sud della Spagna. Un ritratto geo-fisico straordinariamente compatibile con lo stile di gioco di Joaquin: divertente, solare, barocco in alcune componenti. Un calcio puro per un talento puro, non allenabile sotto l’aspetto tecnico né fisico, migliorabile nell’applicazione mentale durante i 90 minuti e nella semplificazione di alcune scelte di gioco.

“I grandi dribblatori che narcotizzano il pubblico con la loro abilità, fanno disperare gli allenatori per la loro indisciplina tattica. Sono solitari e un po’ esibizionisti. Per questo preferiscono la fascia laterale: per allontanarsi dalla squadra e avvicinarsi al pubblico.” (J. Valdano)

C’è stato un periodo, lungo circa dieci anni, dove Joaquin scendeva in campo esclusivamente per fare giocate come questa. Senza preoccuparsi di altro. Un gusto tipicamente iberico per l’orpello, per l’eccesso di zelo nel ricamo, volto a dimostrare la qualità del singolo. Narcisismo da cortile.

Ma nel suo modo naturale di abbracciare il cliché dell’uomo andaluso dedito a fare della vita un divertimento, a ir de fiesta ogni volta che calca un campo da calcio, Joaquin si è dimostrato un fuoriclasse mantenendo una coerenza conservatrice tra la sua natura, il suo modo di essere, e il suo gioco. È il Chien Andalou che porta a spasso la sua cifra stilistica in ogni campo, così come Federico Garcia Lorca faceva con le sue poesie vitali e splendenti, cosparse di una patina bucolica, che richiamavano alla mente i territori selvaggi dell’Andalusia. Joaquin, però, non è rimasto il giovane fenomeno dedito a far risplendere la sua andatura così simile a quella di un torero con la palla incollata al piede al posto della muleta: si è evoluto, è maturato. Il passaggio italiano, in questo senso, ha lasciato importanti tracce sul suo magnifico crepuscolo agonistico.

Dopo una prima stagione di ambientamento sotto la guida di Montella, dove però è riuscito a segnare il singolo gol più ricordato dell’ultimo decennio a tinte viola, Joaquin si è responsabilizzato, ha agito su se stesso cambiando le sue abitudini di allenamento, assorbendo concetti tattici nuovi, e mettendosi a completa disposizione del collettivo. Nella seconda annata a Firenze, infatti, l’andaluso, a 34 anni suonati, è stato il miglior giocatore per rendimento della Fiorentina, e lo ha fatto agendo da quinto di centrocampo muovendosi in un 3-5-2 asimmetrico, dispendioso sia da un punto di vista fisico che mentale nelle quattro fasi di gioco. Senza rinunciare, però, al suo tratto distintivo: l’uno contro uno sulla fascia, portato con sicurezza e cinismo, regalando costantemente superiorità numerica a una squadra fondata sulla filosofia del controllo del possesso palla.

Avete mai visto Holebas inciampare su una mina antiuomo e saltare in aria come una bambola di pezza? Io sì, davanti al doppio passo letale di Joaquin ❤

Perché se esiste una singola skill che riesce a cristallizzare l’intera eredità tecnica di Joaquin nella fugacità di un gesto, quella è senza dubbio il dribbling sulla fascia. La prossemica, il linguaggio del corpo dell’andaluso è qualcosa di speciale, un tratto distintivo. L’intera costruzione del dribbling del #7 bético riporta alla mente il rito popolare più celebre di Spagna, la corrida, con la sua tradizione che affonda le radici nelle esibizioni nobiliari del XV secolo fino alla popolarizzazione dei primi dell’Ottocento, con i picadores che rimpiazzarono i cavalieri e i servitori della nobiltà a cavallo che si trasformarono nella figura del torero: eroe del popolo, dall’estetica e dalle movenze definite come in uno spettacolo teatrale, elevato poi ad icona pop dalla narrativa di autori come Hemingway.

Joaquin non usa la muleta rossa né ha bisogno del supporto di banderilleros e picador, ma è espressione diretta della figura del matador: il torero che è destinato a chiudere crudelmente la ‘contesa’ fra uomo e toro. Nel suo modo di portare palla, di avanzare sinuoso e sfuggevole come un serpente, di puntare senza ripensamenti o pause il diretto avversario lasciandolo il più delle volte alle proprie spalle con una vaga sensazione di smarrimento, c’è tutta l’epica iberica del torero, persino alcune sue movenze in conduzione palla ricordano da vicino quelle nell’arena.

Qui, col Valencia, mette a ferro e fuoco la fascia sinistra del Real Madrid con dei cambi di direzione formidabili, provocando vertigini e stordimento agli avversari, che vanno a vuoto come i tori davanti alla muleta.

Anche le sue esultanze spesso hanno riproposto questa similitudine, con Joaquin pronto a concedere l’inchino verso il pubblico dopo aver steso braccio e mano destra alla maniera dei toreri. Ma se non bastasse tutto questo a sancire il legame speciale tra il suo stile di gioco e la tradizione popolare spagnola, Joaquin si è anche cimentato per qualche secondo in un’arena, muleta alla mano, davanti ad un giovane toro.

Il video è stato girato pochi mesi fa a Siviglia. Mi trovate un giocatore professionista così matto e felice dopo aver toreato una vaquilla? Bisogna essere davvero un po’ folli.

Ma oltre le giornate libere e la sensazione di essere tornato a casa come simbolo e futuro uomo immagine del Betis, Joaquin sta dimostrando di essere ancora un giocatore decisivo, capace di fare la differenza in Liga, apportando un contributo tangibile al collettivo di Quique Sétien, in barba alla carta d’identità e all’inevitabile usura fisica. Il #7 andaluso, infatti, sta viaggiando su numeri impronosticabili ad inizio anno: 4 gol e 8 assist finora, insieme a 1,5 key passes e 2,4 dribbling riusciti a partita, una pass accuracy dell’87% oltre a 1,2 cross a partita. Senza contare il numero di passaggi lunghi riusciti per 90 minuti: 3,1. Sono cifre che consegnano la silhouette di un giocatore nel pieno delle proprie facoltà fisiche e tecniche, qualitativamente sopraffino, influente come un regista eppure schierato nella sua classica posizione di ala, con licenza di svariare sull’intera trequarti, in un 4-3-3/4-1-4-1 fluido, sorretto dai princìpi di gioco di Setién: un compendio fortemente estetico del juego de posicion.

Quique Setién, infatti, è l’altro grande protagonista, o per meglio dire il regista, della rinascita di Joaquin ad alti livelli. Del suo fiuto nell’inserire giocatori qualitativi all’interno di un sistema di gioco tatticamente irregimentato ma libero in alcune interpretazioni palla al piede, ne avevamo già parlato in occasione del post su un uomo-chiave come Guardado. Ma oltre a un vestito tattico fluido e a principi di gioco cuciti su misura degli interpreti, l’allenatore cantabrico ha elevato il ruolo di Joaquin a leader emotivo, capitano e decision-maker del Balompié, consegnandogli idealmente le chiavi del Benito Villamarin. Joaquin è l’uomo immagine, il riferimento tecnico in campo e il mito che trasuda carisma a cui una squadra mediamente giovane si è da subito appoggiata, assecondando il suo estro, le sue bizzarrie e, soprattutto, le sue giocate raffinate.

L’ultimo assist di Joaquin nella sfida-spareggio per l’Europa League contro il Girona. Un inno alle sue qualità: 50 metri in conduzione, doppio dribbling a spaccare lo schieramento avversario in transizione e assist finale col contagiri. Uno show.

Joaquin ha infatti imparato i codici di gioco di Setién, ha assecondato le sue richieste di coprire ampie porzioni di campo garantendo un lavoro di copertura continuo agli esterni bassi e il fondamentale presidio degli spazi di mezzo in fase di costruzione per liberare la corsia per l’attacco alla profondità dei terzini, ma, al tempo stesso, ricevendo una libertà decisionale rara nel calcio dell’allenatore spagnolo: è ormai un’ala che agisce da trequartista all-round. Come testimonia la sua heatmap.

Si può ancora definire ala? No, non più.

Una filosofia di gioco che ha portato dividendi alti all’universo bético, lanciando la squadra in posizioni dal profumo di Europa League dopo una stagione – quella del ritorno in Liga – fallimentare, chiusa al 14esimo posto. Joaquin, oggi più che mai, è il simbolo del nuovo corso che palleggia e mette in difficoltà gli avversari grazie alla qualità nel possesso e alla capacità di generare superiorità numerica e linee di passaggio utili oltre la pressione avversaria, avanzando palla a terra, con pazienza e fluidità, come da dettami-base del gioco di posizione. Alla soglia dei 37 anni, un’età in cui molti colleghi iniziano la trafila da opinionista tv, Joaquin si è migliorato globalmente come giocatore aggiungendo un’universalità di compiti al suo fenomenale bagaglio tecnico naturale, dimostrando che l’età è un fattore relativo se inserito in un contesto di regole e principi che elevano le singole qualità che compongono un collettivo.

Presidio dello spazio di mezzo, taglio in profondità con i tempi giusti, poi un cross in corsa che è patrimonio Unesco per la sensibilità di calcio e la perfezione stilistica della traiettoria.

Il peso di Joaquin, poi, non si esaurisce in campo. C’è anche un aspetto legato alla sua personalità e al peso di questa all’interno di un contesto come quello bético. Nel Betis Joaquin si muove come una figura che va oltre il concetto di giocatore: si diverte fuori dal campo, è testimonial di tutte le iniziative del club, si concede a qualsiasi media e intervista apparendo spesso più come un compagno di Erasmus pronto all’ennesima festa che come un professionista espressione di un mondo dominato da culto dell’immagine e regole da showbiz.

In un’intervista per un programma tv molto popolare dichiara, con espressione concentrata, che il suo hobby è il tennis. Julio Baptista, che assiste fuoricampo all’intervista, non riesce a trattenere le risate dicendo: “non ha mai giocato a tennis in vita sua”. Joaquin confessa, tra le risate “non so neanche tenerla una racchetta, Julio”. Sembra uno sketch da varietà, ma è tutto molto Joaquin. Quest’anno il Betis, per annunciare il suo rinnovo, lo ha fatto vestire da tennista.

Se non bastasse, per capire quanto è profondo e sincero il rapporto di fiducia e complicità che si è instaurato con Setién, potete guardare questo video dove Joaquin lo apostrofa continuamente davanti alle telecamere, come se fossero due vecchi amici di liceo in libera uscita.

Dopo anni di tormenti, rilassamenti e rinascite, la maturazione e la conseguente seconda giovinezza di Joaquin sono il risultato più sorprendente di come applicazione, senso di appartenenza e voglia di divertire e divertirsi possano regalare ancora energia e bellezza. Oggi ci troviamo davanti a un giocatore che riesce ancora a riempire gli occhi con il suo stile di gioco così ammaliante e seducente: l’ultimo dei Mohicani di un modo di vivere il calcio ormai estinto.