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“Hell, look at me. I don’t have a single dollar in my pocket, but I’m happy as a motherfucker!”

La citazione riportata è presa dal meraviglioso articolo scritto qualche tempo fa, di proprio pugno, su The Players Tribune, dal protagonista di questo articolo, Marcelo Vieira da Silva Jùnior, noto più semplicemente come Marcelo. O in alternativa come il miglior terzino del mondo. Non divaghiamo: la citazione. A parlare è il nonno del nostro eroe e, come si può intuire dalla frase e dal modo in cui interpreta il calcio il giocatore del Real Madrid, è stato colui che lo ha davvero formato e indirizzato su questa strada, essendo il pezzo del puzzle fondamentale per farlo diventare ciò che è adesso.

Pequeño Marcelinho

Un personaggio, così Marcelo definisce Pedro Vieira da Silva Filho, suo nonno. Un uomo sempre con il sorriso sulla bocca, che lo ha ispirato fino al giorno della sua morte e gli ha aperto le porte del calcio quando lui nemmeno voleva farci parte. Intendiamoci, Marcelo, come ogni bambino brasiliano che si rispetti, adora prendere a calci un pallone sin dalla tenera età. Nato il 18 maggio 1988, Marcelo lo fa in ogni momento libero, in quel campetto di periferia vicino a Botafogo Beach, una delle innumerevoli spiagge che rendono Rio de Janeiro un paradiso terrestre nell’immaginario popolare. In quel campetto da futsal, il pequeño Marcelinho consuma intere giornate a rincorrere una sfera sognando di essere Ronaldo o Romario per poter in futuro conquistare la coppa del mondo come fecero loro nel 1994.

Come eravamo.

Non gioca per davvero da bambino, però: si diverte nelle squadre di futsal locali di Rio de Janeiro. Il motivo? I soldi. E qui torniamo al nonno. Nessuno più del nonno lo incita a inseguire i propri sogni, a crederci veramente e a sostenerlo nel momento in cui iniziano ad esserci chance concrete per costruirsi una carriera nel mondo del calcio. Prima paga la benzina della sua Wolkswagen Variant per accompagnarlo negli spostamenti, che diventano sempre più lunghi e dispendiosi viste le spiccate qualità di Marcelo. O meglio, il miglior giocatore di tutta Rio de Janeiro per l’orgogliosa figura paterna. Poi, una volta che le distanze si allungano, decide di vendere quell’automobile per pagare i biglietti del bus al nipote.

Solamente all’età di 15 anni Marcelo viene notato dal Fluminense. Fino a quel momento non ha mai calcato un campo ad 11. Le due ore di viaggio che separano Xerem – sito del centro di allenamento delle giovanili del Flu – e Rio, implicano il distacco forzato. Una separazione che fa male al giovane Marcelo, incapace di sopportare la mancanza della famiglia, degli amici, di Rio. A fare la differenza tra una carriera sciupata e lo splendido giocatore che ammiriamo oggi è ancora una volta il nonno, con un pianto disperato quando il nipote gli comunica di voler abbandonare le giovanili del Fluminense, convinto di stare sprecando la sua vita.

“You can’t quit now. I have to see you playing at the Maracanã one day.”

Convinto dalle lacrime del nonno, Marcelo rimanda di settimana in settimana il proprio addio al calcio, fino a quando nel 2005, a 17 anni, esordisce in quello stadio tanto amato e odiato dal popolo brasiliano. Ci mette pochissimo a farsi notare da questa parte dell’oceano. La sua interpretazione del ruolo di laterale basso mancino è sin dagli esordi quella che conosciamo ora. Il sinistro è già raffinato, la testa pronta ad inventare calcio con la spensieratezza di quel bambino che passava le ore sul campo da futsal e che gioca con un solo obbiettivo in testa: offendere, attaccare, segnare. Pochi tatticismi, molta gioia.

Marcelo è rivoluzione

Per Marcelo non esistono tappe intermedie. Se per tanti sudamericani lo sbarco in Europa viene programmato in squadre di medio livello, per dargli il tempo di maturare e inserirsi in un calcio dai ritmi e dai dettami completamente differenti da quelli da cui arrivano, Marcelo vive un salto molto più affascinante e complicato.

L’interesse di CSKA Mosca e Siviglia non può che stuzzicarlo ma se poi arriva il Real Madrid, beh, c’è poco da fare. Al fascino della camiseta blanca non si resiste e il 19enne di Rio de Janeiro si trova catapultato a gennaio in uno spogliatoio che vede ancora al suo interno campioni del calibro di Zidane, Raul, Casillas, oltre al suo modello e fonte di ispirazione, quel Roberto Carlos di cui pare fin dai primi istanti l’erede designato. Tutto questo dopo sole 38 presenze complessive da professionista tra campionato e coppe sudamericane, condite da 6 reti.

Flash forward di 11 anni da quel gennaio del 2007, quando Marcelo sbarca per la prima volta in Spagna ed in Europa. Oggi, venerdì 18 maggio 2018, Marcelo compie 30 anni ed è riconosciuto all’unanimità come il miglior terzino al mondo, un giocatore tanto influente nel suo club da rivoluzionare l’idea stessa del difensore laterale.

Per anni Marcelo è stata l’eccezione, l’anormalità, quel giocatore così spiccatamente offensivo e diverso da sembrare inadatto. Per anni hanno provato ad avanzare di qualche metro la sua posizione in campo, con alterne fortune. Ci ha pensato Mourinho, nella sua esperienza madridista non così esaltante come ci si sarebbe aspettato, a mettere definitivamente a tacere i dubbi su quale sia la posizione in campo di Marcelo. Un piccolo paradosso se ci concediamo una piccola divagazione: un allenatore riconosciuto universalmente per l’attenzione maniacale dedicata all’impianto difensivo che fa definitivamente sbocciare quello che era un progetto di terzino rivoluzionario per l’interpretazione offensiva del ruolo.

Perché di terzini brasiliani abituati a fare su e giù per il campo come stantuffi inesauribili, su entrambe le fasce, il nuovo millenio ne ha visti parecchi: da Cafù a Roberto Carlos, da Maicon ad Alex Sandro, ma Marcelo non assomiglia a nessuno di questi. Lo stesso Marcelo, descrivendo l’esperienza di condividere lo spogliatoio con l’idolo e modello Roberto Carlos, ribadisce le differenze tra i due:

“I took inspiration from him on the pitch. Roberto Carlos would go up and down that left wing like a beast. Whether you love me or you hate me, you know what you’re getting when I’m out there. I love to attack. No, not just attack. A-TTACK, you know? And then later on, in the back? If we got a problem, we’ll fix it. We’ll figure it out. But first, we attack.”

Marcelo è un creativo, un giocatore che ama follemente entrare dentro il campo, prendersi la libertà di scegliere gli spazi giusti in cui tessere una tela disordinata, anche in maniera controintuitiva e potenzialmente controproducente per la sua squadra. Sono limiti che in un calcio iper-tattico e bloccato come quello italiano probabilmente avremmo considerato insuperabili o inaccettabili, non comprendendo invece la portata culturale che un giocatore come Marcelo può avere sul calcio e la sua concezione come spettacolo, prima ancora che come sport indirizzato al raggiungimento di un risultato sopra a tutto. Per fortuna il destino, o la bravura degli scout madrileni, o la sua testardaggine, dato che si rifiutò di andare in prestito per fare esperienza dopo il suo sbarco in Spagna – insomma, fate voi – hanno fatto sì che a 30 anni, nel momento massimo della sua carriera, sia parte integrante di una squadra che sta scrivendo la storia del calcio moderno come pochissime prima di essa.

Le semifinali contro il Bayern sono un manifesto

Se la prossima settimana il Real Madrid si appresterà a giocare l’ennesima finale della sua storia, gran parte del merito va a quel furetto riccioluto con il numero 12 (no, non si parlerà in maniera polemica di episodi arbitrali). Non servirebbero necessariamente dei numeri per sottolineare la centralità di Marcelo nel gioco del Real Madrid in questa Champions League, dovrebbero bastare gli occhi.

“Occhi a me, ok?”

Ma se così non fosse, ecco qualche dato (fonte Wyscout). Marcelo, nella massima competizione europea per club, è:

  • il secondo giocatore del Real Madrid per passaggi tentati dopo Kroos, più di Modric e Isco, di cui l’81% completati, una percentuale decisamente più bassa degli altri tre giocatori citati, sintomo di come mentre loro devono consolidare il possesso a Marcelo spetta il compito di rischiare e mettere i compagni nelle condizioni di rendersi pericolosi.
  • il ventottesimo giocatore della competizione per dribbling tentati, il secondo difensore di questa speciale classifica dopo Kolarov. Percentuale di riuscita? 78,9%, ventiquattresima in assoluto, meglio di Coutinho e Messi.
  • il quarto giocatore delle competizione per numero di passaggi chiave, davanti a gente come Messi, Isco, James Rodriguez ed Eriksen.

Totalmente dal nulla Marcelo tira fuori una lama che apre letteralmente in due il Bayern, con il piede debole.

Questi non sono numeri e giocate che solitamente vediamo associati ad un giocatore che di ruolo fa il terzino. L’unico giocatore paragonabile a Marcelo per responsabilità creative è appunto il terzino sinistro della Roma. Ma se nella squadra della Capitale Kolarov è pienamente inserito in un sistema rigido che ne esalta le qualità, Marcelo gioca all’interno di un contesto almeno apparentemente molto più libero, che richiede ai suoi migliori giocatori di incanalare il proprio talento in determinati momenti della gara, seguendo il flow della stessa, per piegarne l’andamento al proprio volere.

Per esempio mettendo giù con nonchalance un lancio di 50 metri, saltando secco Kimmich e disegnando un arcobaleno solo da appoggiare in rete.

Oppure raccogliendo un pallone vagante in una delle partite più complicate dell’ultimo lustro madrileno, per ristabilire l’ordine delle cose.

Certo, nel computo complessivo vanno considerati anche gli errori di posizione teoricamente impossibili da accettare, come sul gol di Kimmich all’andata, in cui si attarda a rientrare da un’azione sfumata lasciando una voragine riempita dalla corsa e dal destro beffardo del terzino tedesco. Ad essi vanno aggiunti gli interventi maldestri che potrebbero capovolgere l’intero corso degli eventi, come il fallo di mano clamoroso, da rigore, non ravvisato dall’arbitro, ma che lo stesso Marcelo ha riconosciuto come tale. Eppure è come se la positività con cui il brasiliano interpreta la vita stessa, prima ancora che il calcio, raddrizzi tutto quello che potrebbe andare storto. Qualcosa o qualcuno aggiusta tutto e Marcelo può portare avanti la sua rivoluzione supportato anche dai risultati.

L’ultimo obbiettivo rimastogli da raggiungere è quella maledetta coppa del mondo che tanto lo ha ispirato da bambino, ma che gli ha fatto passare la serata calcistica più brutta della sua vita. Quel 1-7 subito dalla Germania è una delle poche cose che ancora non è andata a posto all’interno della carriera e della vita di Marcelo. E anche se il nonno ora non c’è più, rimane ancora una cosa da fare al nativo di Rio de Janeiro per ripagare i sacrifici fatti per lui. Nell’altare che il vecchio aveva creato per conservare i cimeli relativi agli obbiettivi raggiunti dal nipote rimane un piccolo spazio per una miniatura di un trofeo dorato molto famoso. Questa estate Marcelo andrà in Russia per chiudere il cerchio, e concludere così la sua rivoluzione.