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Siamo a poco più di un anno da quando, dopo una serie infinita di trattative, per il Milan e per i suoi tifosi si chiudeva la gloriosa ma esaurita gestione Berlusconi e si apriva “l’era cinese”, rappresentata dal neo-proprietario Yonghong Li e dal duo Fassone-Mirabelli. Ma la ventilata ripartenza in quarta dei rossoneri dopo l’ultimo lustro di anonimato è rimasta nelle fantasie estive dei tifosi.

C’è da essere onesti: tirate le somme, la prima stagione dei rossoneri targati Cina somiglia molto alle ultime del gran fiduciario e neo onorevole Galliani, con un surplus di aspettative tradite. Aspettative dovute al naturale entusiasmo creatosi per la ventata di aria fresca negli uffici di Milanello, e alimentato da una campagna acquisti estiva dispendiosa che poteva far pensare al ritorno immediato quantomeno in Champions League, “elemento del DNA rossonero” assente ormai da un pezzo dai cicli vitali del club meneghino, visto che l’ultima partita nella massima competizione europea è datata 11 marzo 2014, 4-1 perentorio subito dall’Atlético Madrid al Vicente Calderòn con conseguente eliminazione agli ottavi.

Il Milan è rimasto matematicamente fuori dalla Champions League a partire dalla 34esima giornata, ed è stato quantomeno ottimistico anche solo considerarlo in lotta per essa, dato che al netto di una serie di partite rinviate i rossoneri non sono mai stati a meno di 5 punti dal compatto terzetto Roma-Inter-Lazio, da mesi stazionante tra il 3° e il 5° posto. Il 6° posto finale garantisce (Uefa permettendo) la partecipazione diretta alla prossima Europa League, mentre la beffa finale arriva dall’altra metà del naviglio, visto che è stata l’Inter ad aggiudicarsi al fotofinish l’accesso alla Champions.

A proposito di Europa League, magre sono state le soddisfazioni anche nella coppa continentale del giovedì: superati facilmente i turni preliminari iniziati il 27 luglio, i rossoneri hanno vinto al pari delle altre italiane il girone – alternando belle prove a gare opache, gli 11 punti finali sono stati bottino sufficiente ma non esaltante, specie se raffrontati ai 14 di un’Atalanta alla prese con Everton e Lione -, battuto il Ludogorets ai sedicesimi e si sono fermati agli ottavi contro l’Arsenal, dove pur senza sfigurare e con qualche svista arbitrale di troppo, hanno avuto nel risultato complessivo di 5-1 la prova della propria lontananza da certi livelli.

L’ultima opzione consolatoria per i rossoneri poteva essere la Coppa Italia. La vittoria, che avrebbe significato mettere in bacheca un trofeo di certo più prestigioso della Supercoppa vinta a Dubai nel dicembre 2016, tra le altre cose avrebbe avuto il vantaggio di far ammettere il Milan direttamente ai gironi della prossima Europa League, evitando i preliminari (e gli annessi sottovalutati problemi che comportano) indipendentemente dal piazzamento finale. Certo, non erano i conti che ci si aspettava di fare ad agosto ma poteva essere meglio che nulla. Invece, la finale è finita con una secca vittoria della Juventus per 4-0, con due gol propiziati direttamente da errori di Donnarumma e un’autorete di Kalinic.

Il mercato

L’elemento più appariscente dell’estate milanista è stata sicuramente la campagna acquisti, che faceva gridare #wearesorich ad alcuni tifosi (ma delle questioni finanziarie del Milan parleremo più avanti) e che contribuiva a portare 60mila spettatori a San Siro per la prima casalinga stagionale, il 3 agosto contro il Craiova. Ricardo Rodriguez, Musacchio, Biglia, Kalinic, André Silva, Conti, Calhanoglu, Borini, Kessié, Bonucci e perfino Antonio Donnarumma, nell’ambito del rinnovo del fratello Gigio. Il tutto, condito dalla rimozione di molte macerie dell’era Galliani, con gli addii tra gli altri di Poli, Bacca, Sosa, Vangioni, Honda e Lapadula.

L’hype altissimo intorno a questo costoso plotone di arrivi (240 milioni di euro, in parte da spalmare su più esercizi di bilancio, a fronte di poco più di una cinquantina di milioni dalle cessioni, obblighi di riscatto compresi) a conti fatti è stato largamente disatteso. Escludendo Conti, appena due presenze in campionato prima di un doppio grave infortunio probabilmente mal gestito, e Borini, acquisto di completamento dal basso costo e senza particolari aspettative che invece ha garantito un buon rendimento quando chiamato in causa, gli altri hanno in varia misura tutti deluso ed è legittimo chiedersi chi possa essere una pedina affidabile per il futuro.

Si può ripartire da Kalinic? forse.

Pressoché nullo l’apporto dei due attaccanti costati la bellezza di 63 milioni: il Milan, che ha evitato la palma di peggior attacco della parte destra della classifica grazie al 5-1 finale contro la Fiorentina, ha ottenuto da Kalinic e Silva appena 8 gol in campionato, che diventano 16 grazie agli ulteriori 8 gol del portoghese in Europa League (5 nelle due sfide contro il derelitto Austria Vienna – 7° sulle dieci squadre che compongono la Bundesliga austriaca – due contro i macedoni dello Skendija e uno contro il Rijeka). Il 20enne Cutrone, canterano aggregato alla prima squadra da Montella nel gennaio 2017, ha segnato due gol in più, e non a caso ha regolarmente conteso i galloni della titolarità ai due costosi acquisti, offrendo prima a Montella e poi a Gattuso quella dose di impegno e senso del gol apparentemente assenti in Kalinic e Silva, pur avanti anni luce dal punto di vista delle qualità tecniche e associative oramai proprie del centravanti moderno.

Suso per Cutrone che si infila e fredda Handanovic. Il derby di Coppa Italia è del Milan.

 

Kessié, Biglia e Calhanoglu, elementi che dovevano garantire rispettivamente fisicità, tempi di gioco, geometrie e qualità al centrocampo rossonero, sono rimasti sommersi da catene di problemi, riuscendo a mostrare solo a tratti il loro valore. Fra i tre complessivamente meglio Kessié, pur affetto da pause non di poco conto, almeno in parte giustificabili con la giovane età e con il suo super-utilizzo (54 presenze e 4603 minuti giocati).

Biglia e Calhanoglu invece sono a lungo rimasti in un limbo fatto di condizioni fisiche precarie ed equivoci tattici, che per il primo si riferiscono alla mediocre intesa con l’altra fonte di gioco, ovvero Bonucci, mente per il secondo riguardano il mistero della sua posizione: ingenuamente cercata da Montella nella posizione di mezzala sinistra e in parte risolta da Gattuso tornando ai santi vecchi, ovvero schierandolo come esterno sinistro alto in un tridente come ai tempi dell’Amburgo. Mossa pratica, che ha sul lungo rivitalizzato Calhanoglu e ne ha reso possibile l’utilizzo contemporaneo con Suso (per più di metà stagione unica soluzione offensiva del Milan, poi calato nel finale), che fosse quantomeno tatticamente coerente e sostenibile.

In difesa Bonucci, con il quale si sperava di aver archiviato qualsiasi problema relativo al reparto arretrato, è tornato a mostrare quei limiti, sia tecnici che soprattutto mentali, che gli anni di caserma juventina sotto Conte e Allegri avevano compensato. Non supportato da una buona condizione fisica, la già di per sé poco affidabile linea asimmetrica di Montella gli ha affidato compiti di duelli 1vs1 nei quali mai ha eccelso, mentre nella conduzione del reparto e nella fase di impostazione ha fatto più danni che altro.

L’arrivo di Gattuso, che ha modificato l’impianto tattico schermando pesantemente la difesa con due linee molto strette in quello che di fatto diventava un 5-4-1 in fase di non possesso, e trovando il bandolo della matassa in fase di costruzione bassa con la “salida lavolpiana” di Biglia, ha migliorato la situazione, valorizzandone le qualità in tema di controllo degli spazi. Ma al minimo calo di tensione nervosa, sono arrivati errori pesanti (vedasi le gare contro Sassuolo e Benevento).

Riguardo a Musacchio e Rodriguez (35 milioni in due), il primo banalmente è stato inutile, con poche presenze stagionali, poche garanzie di affidabilità e l’ultimo posto nelle gerarchie dei centrali; mentre il terzino sinistro ex Wolfsburg poche volte è riuscito a mostrare le sue qualità di spinta e di tecnica individuale, ma parecchie volte ha invece mostrato i suoi notevoli limiti difensivi, ben poco compensati dalle sue capacità di gestire uscite basse pulite (elemento che può spiegare la mossa disperata di Montella di utilizzarlo talvolta nella difesa a 3). Emblematico della stagione dello svizzero il fatto che le prime voci di mercato riguardino la fascia sinistra, dove già è stato preso Strinic a zero e ora si parla di un interessamento per Biraghi (sic!).

A tirare le somme, emerge chiaramente lo scarso peso dei grandi colpi di mercato nella stagione rossonera, situazione che è possibile esemplificare guardando lo score milanista in termini di gol: delle 56 reti fatte in campionato, 29 portano la firma di giocatori già in rosa, con Cutrone e Bonaventura come migliori marcatori rispettivamente con 10 e 8 reti all’attivo. Ad agosto nessuno dei due era dato per titolare.

 

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