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La gestione tecnica

Uno dei maggiori punti interrogativi che aleggiavano sul nuovo Milan era proprio quello della panchina, sulla quale Vincenzo Montella aveva guadagnato la riconferma da parte della nuova proprietà. Riconferma ottenuta anche grazie ad una stagione dove era riuscito a strappare la Supercoppa Italiana alla Juventus e soprattutto a centrare l’obiettivo Europa, qualificandosi ai preliminari di Europa League grazie al 6° posto ottenuto in una delle più agghiaccianti rincorse per le coppe di sempre (i rossoneri fecero appena 5 punti nelle ultime sei gare, contro gli 8 della Fiorentina e i 6 dell’Inter). Il tutto, con una squadra dal livello tecnico complessivamente mediocre, forse persino inferiore a quello delle altrettanto disastrate inseguitrici.

Il faraonico mercato estivo sembrava aver risolto il problema della qualità della rosa, tara notevole del primo anno di Montella, che aveva costretto l’allenatore napoletano a sconfessare il suo credo di gioco mostrato negli anni della Fiorentina, per muoversi sulla falsariga di quanto aveva già tracciato il suo predecessore in rossonero Mihajlovic. In sostanza, una squadra schierata principalmente sulle ripartenze e gli attacchi dello spazio in profondità. Il gran numero di nuovi arrivi, si sperava, avrebbe permesso il ritorno alle origini anche per Montella. Sappiamo com’è finita.

Togliamoci subito il dente: il periodo settembre-novembre di Montella è stato un’agonia, e l’allenatore campano ha il suo carico di responsabilità. Non è mai riuscito a dare un valido imprinting tattico ai rossoneri, non è mai riuscito a creare un amalgama valido in un gruppo rivoluzionato, né è mai sembrato in grado di guidarlo nella burrasca, anzi forse è stato fra i primi a perdere la barra. Non è mai riuscito ad inquadrare molti dei suoi giocatori, aspetto tradito dai frequenti cambi di modulo e posizione di elementi come Rodriguez, Calhanoglu e Silva. Con ogni probabilità, ha anche sottovalutato lo scotto che l’Europa League avrebbe imposto alla condizione fisica dei suoi, sia in sede di preparazione fisica che nella routine degli allenamenti settimanali (e seppur da prendere con le pinze, a più riprese da casa Milan sono uscite fuori lamentele riguardo la poca attenzione verso l’aspetto atletico da parte dello staff tecnico di Montella).

La serenità

Insomma, Vincenzo di errori ne ha fatti, e ha la sua dose di colpe quantomeno relativamente al primo stralcio di stagione rossonera. D’altronde a Siviglia non ha fatto di meglio, palesando i suoi limiti e non riuscendo a mostrare le sue qualità di allenatore, seppur con qualche attenuante generica (ad esempio, un valore tecnico della rosa andalusa non propriamente esaltante, tanto da far finire nel mirino anche il ds Arias).

Però bisogna essere onesti, e le attenuati generiche Montella le ha anche per il suo periodo al Milan. E forse non sono poi così generiche, ma vertono su aspetti precisi, tra responsabilità da dividere e situazioni subite (su tutte, l’infortunio di Conti), solo parzialmente attutite dall’arrivo in panchina di Gattuso, mister antitetico all’ex doriano ma non il deus ex machina che forse qualcuno sperava.

Ringhio ha tagliato il nodo gordiano di molte questioni che stavano facendo impazzire Montella. Ha scelto il 4-3-3 come modulo stabile, ha cambiato metodologia di allenamento per avere a disposizione una squadra atleticamente più dinamica e intensa, ha rinunciato alle velleità posizionali a favore di una squadra dalle linee strette, che difende assai meno sui duelli individuali (fattore che ha aiutato non poco Bonucci) e che attacca di ripartenza. Ancora, ha chiuso le diatribe sull’utilizzo di certi giocatori, con Calhanoglu schierato ala che rientra sul piede forte (spazzando via le inspiegabili insistenze sul suo utilizzo da mezzala), ed ha definitivamente declassato André Silva (appena 494 minuti con Gattuso in campionato, solo tre volte titolare) e in misura minore Kalinic a riserve del giovane Cutrone, attaccante come detto assai meno associativo dei due costosi colleghi, ma capace di sopperire con furia agonistica ai suoi limiti tecnici nonché di garantire ad una fase offensiva generalmente abulica la presenza di un vero uomo d’area.

In tutto ciò, ad aiutare il mister di Corigliano Calabro c’erano la breve pausa di gennaio (ottima per ricaricare le pile), il recupero dagli acciacchi di giocatori come Bonaventura, Biglia e Calhanoglu, e soprattutto la possibilità di sfruttare il boost mentale della vittoria nel derby di coppa Italia di dicembre, punto di svolta psicologica per una squadra che nel primo mese di Gattuso aveva raccolto la miseria di 4 punti con Bologna (vittoria) e Benevento (pari che tutti ricordiamo), cadendo a Verona e in casa contro l’Atalanta.

È un fatto indiscutibile che con la ripresa del campionato il Milan abbia, come si dice, mangiato l’erba in campo, e macinato punti su punti tra gennaio e la pausa delle nazionali di marzo, facendone ben 25 grazie alle otto vittorie e un pari (a Udine in inferiorità numerica) nelle nove partite disputate. In più, i rossoneri nello stesso periodo si sono guadagnati la finale di Coppa Italia eliminando la Lazio, e gli ottavi di finale di EL eliminando il Ludogorets venendo lì fermati dall’Arsenal. Il momento eccellente dei rossoneri fu tratteggiato nei nostri Appunti Sparsi di febbraio, dove si vaticinava un marzo decisivo per i rossoneri, tra il derby e lo scontro con la Juventus.

L’impatto di Gattuso sull’ambiente riassunto in una gif

 

Tuttavia, se il fattore psicologico era stato determinante per la resurrezione del Milan, il suo venir meno ne è stato determinante per la caduta. Rinviato il derby della 27esima giornata (poi pareggiato 0-0), il Milan ha chiuso la striscia positiva con la vittoria con il Chievo, con un André Silva di nuovo decisivo, dopodiché è rimasto un mese senza vincere, iniziando con sconfitta contro la Juventus e chiudendo il giro di boa personale di Gattuso in modo persino peggiore del suo esordio, ovvero perdendo in casa contro il Benevento in 11vs10. In breve, dopo i meriti di Gattuso, con l’esaurimento del magic moment se ne sono visti emergere anche i limiti, forse entusiasticamente sottovalutati al momento del frettoloso rinnovo fino al 2021.

Un esempio: Milan-Sassuolo 1-1. Con il risultato ancorato sullo 0-0 Gattuso toglie Abate per Silva, passando dal 4-3-3 ad una sorta di 5-2-3/3-3-4. L’unico effetto è che i rossoneri rinunciano alle catene laterali e si intasano centralmente, smettendo di essere pericolosi. Un quarto d’ora dopo, Bonucci sbaglia nel liberare, palla persa con la difesa non allineata, Politano si infila e segna il gol del vantaggio.

Qui, assieme ad una certa dose di ingenuità collettiva (sia dell’allenatore che dei giocatori), si è vista in maniera emblematica la principale difficoltà del “nuovo” Milan, ovvero la quasi nulla capacità offensiva dei rossoneri al primo accenno di calo della condizione psicofisica – calo dovuto anche al notevole sforzo di gennaio-marzo -, causata anche dal sovrapporsi in aprile di partite complicate nell’arco di pochi giorni (il recupero del derby nella settimana tra Juve e Sassuolo, e subito dopo la sequenza Napoli-Torino-Benevento di nuovo in sette giorni), partite dove il Milan ha segnato appena tre reti.

Insomma, Gattuso pur risolutore non poteva aver la capacità di trasformare l’acqua in vino, ed è evidente che le roboanti vittorie di fine stagione contro il già retrocesso Verona e la sfinita Fiorentina non possono nascondere certi limiti tecnici della rosa rossonera, limiti con i quali gli allenatori passati e presenti hanno dovuto fare i conti riuscendo a rappezzarli con alterne fortune.

E alla fine, anche la disperata rimonta di Gattuso ha portato a una posizione in più e tre punti recuperati sul 4° posto rispetto alla situazione in cui si trovava Montella al momento del suo esonero.

 

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