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“Giocare a calcio è semplice, ma giocare un calcio semplice è la cosa più difficile che ci sia.”

Il patrimonio calcistico lasciato da Johan Cruijff è di inestimabile valore. Un’influenza atemporale che costituisce la colonna portante delle moderne correnti di pensiero. Insegnamenti che vanno al di là del mero calcio giocato e sembrano talvolta aforismi degni dei più grandi filosofi delle poleis greche, densi di significato e per tanto di difficile comprensione. Ma Toni Kroos ha risolto l’arcano.

Toni Kroos nasce il 4 gennaio 1990 a Greifswald, nell’allora Germania dell’Est. Non un fatto banale se consideriamo che Toni fu l’unico ex DDR della trionfale spedizione brasiliana di 4 anni fa e che la Bundesliga solo la stagione passata ha aperto nuovamente le porte all’Est, nello specifico al RB Lipsia, sette anni dopo la retrocessione dell’Hansa Rostock. Fin da piccolo, la stella di Toni era brillante, accecante come una Super Nova. Si narra addirittura che nei primi anni fosse costretto a giocare scalzo, per permettere agli avversari di competere. Una superiorità tecnica disarmante che non passò inosservata agli occhi del Bayern Monaco, abile ad esercitare il proprio monopolio e fagocitare i migliori talenti teutonici. Le aspettative riposte sul biondo ragazzo dell’Est erano alte, così alte da essere considerato  “Jahrhunderttalent”, un talento raro, come ne nasce uno ogni cent’anni, o giù di lì.

Le premature luci della ribalta, però, non distrassero Kroos, che debuttò in prima squadra a 17 anni, otto mesi e due giorni, il più giovane di sempre a disputare una partita ufficiale con la formazione bavarese (prima di essere superato da Müller ed Hojbjerg). L’apprendistato del giovane Toni si concluse al Bayer Leverkusen, una nobile che stava vivendo un periodo di assestamento, ma che mai come in quell’anno e mezzo tornò a far paura al Bayern. Con le Aspirine, Kroos maturò la definitiva consapevolezza delle proprie abilità, oltre che la convocazione ai Mondiali del 2010. La stagione successiva sarebbe tornato al Bayern da protagonista. Di lì a poco iniziò a vincere, e non si fermò più.

Silent Galactico

L’estetica di Toni Kroos è priva di influssi barocchi. La sua è un’arte semplice, minimale ma non per questo meno affascinante. Toni incanta per la naturalezza, la pulizia del gesto. Non è un giocatore appariscente, narcisista, gelosamente e intimamente innamorato del pallone. Storia di un’amore fugace e non corrisposto, come nelle più celebri e drammatiche opere romantiche di fine ‘800: è la stessa pelota ad avere un debole per il biondo centrocampista, il quale la sfiora con cura e delicatezza prima di disfarsene, indirizzandola verso altri lidi.

Il suo essere anti-personaggio ne ha a lungo visto sottostimato il valore da parte dei più distratti appassionati. Kroos firmò per il Real Madrid nell’estate del 2014, ciliegina di una sessione di mercato che vedeva James Rodriguez come colpo principale. Alla presentazione del primo in 45.000 riempirono con entusiasmo gli spalti del Bernabéu; per Toni Kroos, neo campione del mondo, presenziarono solo in 8.000. La storia dei due con la Camiseta Blanca ha avuto esiti diametralmente opposti ed oggi James sta cercando di colmare a Monaco il vuoto lasciato da Toni ormai quattro stagioni fa. Un giocatore per palati fini insomma, che non scalderà le folle, ma dal quale è impossibile prescindere.

Da quando è sbarcato in Spagna, il numero 8 del Real Madrid deve ancora concludere una stagione con una pass accuracy inferiore al 90%. Secondo WhoScored, nella stagione ormai volta al termine, conclude positivamente un passaggio quasi 94 volte ogni 100 tentativi, raggiungendo percentuali ancor più irreali nella partita contro la Real Sociedad (98,5% !) o addirittura in occasione dell’ultimo Clasico contro il Barcellona (95,9%). Numeri da capogiro, da primo della classe per quanto riguarda la mole di passaggi a partita, da secondo se consideriamo la precisione tra coloro che hanno più di 1.100 minuti in campo (dati Wyscout). E se consideriamo che si tratta di passaggi raramente banali: infatti il tedesco conduce anche alla voce lanci lunghi e cross riusciti con successo.

La classica e millimetrica sventagliata ad aprire il gioco.

Intervistato dal sito americano BleacherReport, Stefan Reinartz, che con Toni ha condiviso l’esperienza al Bayer e nelle selezioni nazionali giovanili, ha elogiato la qualità del più talentuoso compagno:

“Toni era semplicemente brillante. A 15-16 anni aveva già la tecnica di passaggio di Xavi o Iniesta.“

Oggi Reinartz, ritiratosi prematuramente all’età di 27 anni, ha fondato una compagnia di analisi calcistica chiamata Impect, che misura l’efficacia dei passaggi di un calciatore utilizzando lo spazio. In parole povere, la bontà di un passaggio viene valutata in virtù di quanti avversari vengono superati dal calcio dell’interessato. Non sorprende che i dati più interessanti riconducano al numero 8 dei Merengues, che fa della rottura della linea centrocampo-difesa avversaria una delle sue caratteristiche migliori e più riconoscibili. Inoltre, Kroos è senza dubbio alcuno uno dei migliori calciatori di corner al mondo: il suo calcio è preciso, teso e come fosse comandato da un drone nell’etere sovrastante, giunge minaccioso in area di rigore avversaria. Se il destinatario poi è tale Sergio Ramos, aka il miglior colpitore di testa al mondo, risulta presto detto come ogni calcio da fermo in favore del Madrid consista in una buona occasione da gol.

Pallone telecomandato di Kroos per la testa di Sergio Ramos: esito scontato.

Toni Kroos nasce come regista offensivo, un trequartista vecchio stampo, privo di un dribbling letale ma che non difetta di fantasia e capacità associativa. In quel ruolo giocò, prima alle Aspirine e poi in Baviera, alle dipendenze di Jupp Heynckes, primo mentore della carriera. Sebbene ad “Osram“ viene sempre riconosciuto un ruolo focale per la crescita del giocatore, Kroos ha più volte ribadito come ogni allenatore sia stato egualmente determinante nel suo percorso.  A Guardiola, ad esempio, deve l’arretramento a interno di centrocampo oltre che i cardini del gioco di posizione che si sposano perfettamente con le qualità del ragazzo.

Al Real, Ancelotti, sulla scia di quanto fatto da Guardiola in precedenza, utilizzò Toni come pivote centrale. La scelta pagò importanti dividendi soprattutto nel breve, nonostante il tedesco non riuscisse ancora ad esprimere a pieno il suo potenziale. Tralasciando la complessa parentesi Benitez, è con Zidane che Toni sembra aver trovato la sua posizione e il contesto ideali.

Una rapida risalita di campo guidata da Kroos versione pivote.

Nel centrocampo a 3 di Zizou, Kross agisce come una mezz’ala atipica. Collocato nel centro-sinistra, compone con Marcelo e CR7 la catena mancina più devastante in circolazione. È a tutti gli effetti il regista della squadra, la prima catena dell’ingranaggio, l’uomo a cui si affida la squadra per disinnescare il pressing avversario. L’inserimento di Casemiro nell’undici titolare ne ha limitato i compiti difensivi, celando alcuni difetti strutturali (lentezza nella transizione difensiva) che trascina da inizio carriera. In fase offensiva solo di rado si inserisce senza palla, mentre preferisce di gran lunga accompagnare l’azione e presentarsi a sostegno al limite dell’area di rigore, costantemente con il timing giusto.

Sul rettangolo verde, Toni si muove al piccolo trotto con la disinvoltura di chi legge prima degli altri la giocata e sa perfettamente quale porzione di campo occupare. Profeta contemporaneo, Kroos asseconda il gioco grazie ad un primo controllo illuminato che come d’incanto rivela linee di passaggio fino ad allora inesplorate; una tecnica di base sopraffina gli permette di scandire il tempo della manovra e puntuale come un orologio svizzero si concede, egoisticamente, il lusso di rallentarlo o velocizzarlo a suo piacimento.

Kairos

Spostando la questione su altri temi, sembra proprio che Kroos abbia in dote la forza di controllare il tempo su un campo da calcio. Nell’antica Grecia, vi erano due divinità a rappresentare il Tempo:  Kronos e Kairos. Nonostante Kronos fosse considerata la divinità del tempo per eccellenza, mi focalizzerei piuttosto su Kairos, che sembra fare esattamente al caso nostro. Kairos rappresenta la personificazione o divinizzazione del tempo inteso come momento opportuno; è il custode delle occasioni, dell’istante maturo per compiere un’azione o cogliere, letteralmente dato il contesto, la palla al balzo.

Le sue gesta ricordano da vicino quelle di Kroos sul campo da calcio, il quale spesso costeggia in punta di piedi la partita, in attesa, appunto, del momento opportuno in cui colpire. Con la proverbiale eleganza e naturalezza, custodisce il pallone dagli avversari, riducendo al minimo l’errore. Ma non finisce qui. Siccome, un giorno, i Greci decisero che Kairos fosse meritevole di venerazione al pari delle altre divinità elleniche, affidarono al genio di Lisippo, l’ultimo grande maestro della scultura greca classica, il compito di raffigurarlo. Ne produsse un adolescente con un ciuffo sulla fronte ed un piede su una sfera. Coincidenze? Io non credo.

Sulla sinistra Kairos, intento a portare avanti la sfera con la suola.

A 28 anni, nella bacheca dei trofei di casa Kroos manca veramente poco o nulla. Chiamato in causa dalla Bild, Heynckes ha volutamente provocato il proprio allievo prediletto:

“Ha già vinto la Champions per ben tre volte, è stato fra i protagonisti del ‘triplete’ del Bayern, ha sollevato al cielo la Coppa del mondo in Brasile con la Germania. Per me dovrebbe appendere le scarpe al chiodo in questo momento.”

Per la fortuna di tutti Kroos ha gentilmente declinato l’invito, firmando un meritato rinnovo col Real fino al 2022. Almeno altri quattro anni per ammirare la classe di un campione che facilita l’azione dei compagni e fa sembrare facile anche la giocata più complessa. Perché il calcio è un gioco semplice, ma se ti chiami Toni Kroos lo è anche un po’ di più.