11 min read

In Fight Club, film cult di David Fincher del 1999, all’inizio del lunghissimo flashback che ci racconta come si è arrivati all’‘Operazione Mayhem’, Tyler Durden – doppelgänger del protagonista di cui non conosceremo mai il vero nome – pronuncia una frase che suona netta e tranchant al pari di una sentenza inappellabile: “È solo dopo aver perso tutto quello che hai che sei libero di fare qualsiasi cosa”. Un concetto che, svuotato dell’accezione anti-consumistica e della corrosione eversiva poste alle fondamenta del racconto di Palahniuk e del film di Fincher, si potrebbe applicare senza modifiche sostanziali alla parabola sportiva ed umana di Memphis Depay.

Depay resta uno dei giocatori con il maggior tasso tecnico in circolazione in Europa e, arrivato a 24 anni dopo una carriera che sembra decisamente più lunga, sembra aver finalmente messo da parte asperità e spigolosità caratteriali ed aver progressivamente sconfitto i suoi demoni interiori in terra francese, proprio nel momento in cui la sua fama da golden-boy del calcio olandese era ormai ridotta a un cumulo di rimorsi, incomprensioni e polemiche creatosi sotto il peso di un ambientamento oltremodo complicato allo United. Due anni dopo, però, Memphis – come vuole essere chiamato, dopo aver rigettato ogni legame col padre biologico – si è prepotentemente ripreso la scena a Lione e ha (ri)acceso fantasie attorno al suo calcio così istintivo e pregno di qualità: un diamante, forse un po’ grezzo, che può ancora brillare di luce propria.

Questo articolo è gentilmente offerto dal tunnel senza senso, con successiva umiliazione sullo scatto, di Memphis a Masiello.

Nella sua parabola da ragazzo di strada problematico, irascibile, nervoso e socialmente border-line, Depay ha coltivato uno stile di gioco che è diretta emanazione del suo stato mentale ed emotivo: può strappare le linee avversarie palla al piede o bruciarle sgommando in dribbling come se possedesse capacità atletiche oltre ogni limite umano, può sfoggiare prepotenza e malizia nei movimenti a cui è chiamato nell’ultimo terzo di campo, può inventarsi soluzioni fiammeggianti dalla distanza, che escono fuori dal suo destro come frecce scagliate da una balestra; oppure può perdersi, intestardirsi nella giocata fine a sé, nel prestigio strafottente da partitella di strada, eclissarsi dal set di compiti richiesti ad un giocatore moderno aspettando la palla sui piedi: come se potesse azionare un interruttore che lo riporta immediatamente al periodo dell’adolescenza incenerendo così anni di formazione, crescita e sacrifici.

Il suo stile di gioco, per quanto maturato significativamente in quest’annata di rinascita, custodisce una natura primordiale, un bisogno adrenalinico; come se dovesse espiare i propri demoni interiori in modo tumultuoso, irrobustendo così lo stereotipo del calciatore poco gestibile, portatore sano di un dark side che proietta la sua ombra fino al periodo dell’infanzia olandese di Memphis, quando, a pochi giorni dal suo quinto compleanno, viene abbandonato improvvisamente dal padre, originario del Ghana, che esce dall’appartamento popolare di Moordrecht per non tornare mai più, lasciando Memphis e la madre, olandese, insieme a un fardello di problemi economici e di crescita, attutiti parzialmente dalla figura del nonno, unica figura maschile di riferimento a cui Depay si attacca morbosamente. E che, dopo la rottura fra la madre e il patrigno, diventa a tutti gli effetti la vera figura paterna, iniziandolo al calcio.

Cartoline dall’infanzia nel profondo nord dei Paesi Bassi.

Depay, infatti, nonostante l’allure da perfetto set cinematografico nord-europeo della cittadina di origine, celebre per le case in legno a picco sui canali e per una delle chiese protestanti più antiche d’Europa, col passare del tempo inizia a frequentare la zona più problematica della cittadina nord-olandese: un quartiere periferico dove spaccio, casi di criminalità e rivalità tra gang di strada costituiscono l’humus per lo stile di vita dei reietti della civile, prosperosa e modernissima Olanda.

È qui che Memphis si forma fuori dal campo, rischiando seriamente di compromettere un talento folgorante, di quelli che basta osservare dieci minuti con un pallone tra i piedi per realizzare che il materiale tecnico a disposizione è merce di altissima fattura. C’è chi pensa che non potrà mai davvero entrare a far parte in pianta stabile di un club al massimo livello del professionismo, destinato a rimanere confinato nell’eremo del VV Moordrecht; c’è chi pensa – come i suoi insegnanti delle scuole medie inferiori – che non possa neanche far parte di una classe e restare più di 3 ore chiuso in un’aula.

«Viveva allo stato brado, senza regole. C’è chi nel club lo chiamava l’appestatore, perché avvelenava tutti gli ambienti in cui si trovava.» (K. Valkenburg, ds giovanili Sparta Rotterdam).

Da Moordrecht a Rotterdam, capitale popolare e portuale dei Paesi Bassi e centro nevralgico delle sottoculture che animano una città industriale ma vitale, la situazione per Depay precipita. Attratto dalle possibilità del grande centro urbano, dal suo stile di vita alternativo e contaminato da scene come l’hip-hop e la gabber, Memphis perde definitivamente il controllo: si fa sorprendere mentre fuma marijuana nel parcheggio sul retro del campo di allenamento dello Sparta, poi inizia a dare sfogo ai suoi turbamenti agghindandosi come un rapper fuoriuscito dalla West Coast, o meglio da Compton, capitale mondiale del gangsta-rap, inseguendo una libertà individuale che fa rima con frequentazioni discutibili, orari improponibili e una dose massiccia di sfarzo, riproposto sotto forma di pesanti collane dorate, tatuaggi tribali, giri su cabriolet dai colori fluo, e tutto l’armamentario stereotipato che contraddistingue il machismo alla base dell’immaginario rap californiano di inizio secolo.

La passione per il rap non l’ha persa. Qui con Quincy Promes in una Los Angeles notturna fra limousine e tamarrate varie. Il risultato artistico è, a volergli un gran bene, molto discutibile. 

A 14 anni Memphis è già il giovane giocatore più forte che l’Olanda possa sfoggiare, ma è allo stesso tempo il ragazzo più problematico e ingestibile dell’intero panorama calcistico: ha fatto disperare allenatori, danneggiato spogliatoi, si è fatto espellere da un ritiro e ha mandato in crisi ogni tutor che gli è stato assegnato.

Dentro di lui si agita un impulso autodistruttivo, qualcosa che alberga sottopelle e ha bisogno di materializzarsi alla prima occasione utile, anche la più futile. Depay è più assimilabile a un quadro espressionista come l’Urlo di Munch che al De Stijl, il neoplasticismo che ha nell’essenzialità di Piet Mondrian il suo più celebre esponente pittorico e che caratterizza l’architettura e buona parte del pensiero della sua terra; mosso da violenti contrasti interiori e da una rabbia faticosamente tenuta a freno, Memphis può esorcizzare i suoi traumi soltanto con un pallone incollato al piede. Il suo è un approccio al gioco aggressivo, strafottente, egocentrico: anticonformista. Di chi ha piena coscienza che i mezzi naturali a disposizione superino di gran lunga il contesto di appartenenza. In altri termini: sicurezza e personalità, le sue più grandi e riconoscibili doti che influenzano il suo stile di gioco, sono anche la sua nemesi.

Quello che non è accaduto a Manchester, schiacciato anche dalla responsabilità di portare sulle spalle la maglia più pesante d’Inghilterra foriera di una mistica inarrivabile – la 7 dello United -, sta però accadendo in una città e in una nazione diversa: a Lione, Depay ha fatto pace con il suo peggior antagonista: se stesso; e ha finalmente dato sfogo al suo talento, assecondando l’ambiente circostante e il contesto tattico di riferimento. Una rivoluzione copernicana, che quest’anno ha portato dividendi altissimi all’OL.

Con questo gol l’ego di Depay ha toccato la vetta del K2. Però trovare un giocatore che riesce a segnare dalla linea di centrocampo senza neanche guardare la porta, ecco, è pura esaltazione. Atti di bullismo sulla Ligue1.

L’olandese ha chiuso la sua stagione con numeri da urlo: 22 gol tra Ligue1 ed Europa League, 13 assist – di cui 4, record assoluto in campionato, in un solo match contro il Metz – 3,4 tiri in porta a partita, il 63,2% di dribbling riusciti su 7,28 tentativi a partita, l’80,3% di pass accuracy su 39,7 passaggi per match con una percentuale di riuscita notevolissima del 76% sui passaggi in verticale, insieme a 4,22 passaggi riusciti nell’ultimo terzo di campo e, vero tratto di discontinuità, 36 presenze dal primo minuto con 2 soli cartellini gialli: un tempo classico souvenir da sfoggiare nei post-partita (via Wyscout).

Qualcosa è cambiato e Memphis ha assecondato il cambiamento, abbracciando una maturazione e una crescita mentale ed applicativa sul campo che per troppo tempo ha trattato come fosse la sua kryptonite: materiale da scansare per non sporcare il suo calcio così diretto, espressione primigenia del suo talento naturale e della sua anima da maverick moderno. E il tratto di crescita più significativo è suggellato dal suo finale di stagione: un crescendo rossiniano, inarrestabile, con cui ha letteralmente trascinato di peso l’OL al terzo posto che vale i preliminari di Champions League; lo ha fatto cambiando per la prima volta in carriera la sua posizione in campo, e conseguentemente i suoi compiti, adattando così le sue qualità al contesto collettivo, e non viceversa.

La posizione media tenuta da Depay fino a febbraio. Che è poi la posizione di una vita: il suo modus vivendi applicato al calcio.

La posizione media da febbraio in poi: quando Memphis si è trasformato in una fabbrica fordista di gol ed assist e ha deciso di prendere per la collottola l’Olympique e trascinarlo in Champions. 

Depay, sfruttando alcune contingenze e ristrettezze in rosa – come l’infortunio che ha tenuto fuori un uomo-chiave come Fekir – ha agito soprattutto da seconda punta, espandendo le sue capacità realizzative e intellettive, affinando le sue letture di gioco e scarnificando il suo bagaglio extralusso di tricks e numeri da partitella in cortile, limando la sua eccitazione anarchica in conduzione palla, grazie alla mano e all’intuito di un tecnico versatile e disposto a liberare le energie creative del singolo come Bruno Genésio. Ricordando sotto certi aspetti ciò che è successo a Mertens nel novembre del 2016, a seguito dell’emergenza per il ko di Milik, anche se accaduto in un contesto tattico e filosofico totalmente diverso, in quanto Genésio è passato da un 4-3-3 elastico ad un 4-4-2 verticale, che fa dei ribaltamenti di campo e della velocità di transizione i suoi punti chiave, insieme a una significativa dose di libertà per i quattro giocatori offensivi: Depay, Fekir, Mariano Diaz e Traoré.

“Mi piace moltissimo giocare in questa posizione, perché sono più vicino al goal.”

La frase di Memphis, nella sua semplicità quasi banale racchiude però alcuni sottotesti per intuire il suo nuovo approccio al gioco: non c’è più quell’urgenza adolescenziale di dover stupire a tutti i costi, di giocare esclusivamente palla al piede alimentando una concezione selvaggia del gioco. In quel più vicino al goal – e non alla porta – vive un desiderio di volontà di potenza che mira all’utilità, al traguardo ultimo che è base stessa del gioco: il gol, appunto. “È felice in campo. E la sua posizione avanzata, con più libertà e meno lavoro difensivo, lo ha aiutato in questo”. Sono le parole del tecnico che è riuscito a regalare spensieratezza e insieme certezze a un giocatore instabile, materiale altamente infiammabile in campo e fuori.

Questo è uno dei tre gol decisivi per portare il Lione in Champions all’ultima giornata: punizione diabolica e sfacciata sotto la barriera. Cos’è il genio?

E questo è quello con cui ha calato il sipario sulla contesa: scatto feroce in ripartenza, controllo agile senza perdere il passo e infine lob di una morbidezza irreale.

Forse il più importante dono per qualcuno che ha toccato il fondo e, dopo averlo fatto e aver sperimentato tutte le gradazioni conosciute della delusione, della rabbia e della frustrazione, ha smesso di cercare di essere speciale ad ogni costo: ha preso coscienza di sé, è venuto a patti con la propria natura e si è lasciato andare grazie all’appoggio di un allenatore che ha privilegiato la cifra tecnica e l’unicità di un giocatore rispetto a princìpi tattici rigidi, afferrando finalmente quella serenità rincorsa inutilmente per anni, come se stesse rincorrendo la propria ombra per rendere espliciti al mondo i suoi tormenti.

Depay è oggi un giocatore nuovo, evoluto, riconosciuto e riconoscibile all’interno di un contesto di gioco che ha assecondato le sue peculiarità ma che, al tempo stesso, l’olandese ha piegato al suo stile di gioco così eccitante e spontaneo, elevandone il valore complessivo. A 24 anni, Memphis ha forse chiuso un capitolo della sua già copiosa autobiografia, scoprendosi grande all’improvviso. Adesso le sirene del mercato echeggiano assordanti, si è parlato di Milan – prima della sentenza UEFA – si parla di un ritorno da figliol prodigo in Premier, si sussurra anche di Roma. Quel che è certo è che un giocatore così talentuoso, ribelle e divertente sarebbe di per sé un incentivo a seguire un gioco spesso soffocato in un alveo di regole e giocate fin troppo prevedibili, alla costante ricerca di appeal creativo e dosi di anticonformismo.

“Il primo sapone fu fatto con le ceneri di eroi: come le prime scimmie mandate nello spazioSenza dolorenon avremmo niente.” (T. Durden).