19 min read

Lo studio dei miti e il loro rapporto con le caratteristiche culturali di un’epoca o di una civiltà, è alla base della narrazione e dello studio di ogni credenza religiosa presente sul pianeta, dalla notte dei tempi fino alla realtà contemporanea. Il mito stesso, inteso nella sua accezione culturale più complessa e composita, è spesso il risultato di varie narrazioni e rappresentazioni figurative di personaggi esterni al nostro tempo storico. Qualcosa che appartiene ad un altrove ma che è ben radicato nell’immaginario comune, tanto da poterlo visualizzare e da poter richiamare alla mente eventi realmente accaduti in un passato più o meno remoto.

Se prendiamo per buona la definizione della mitologia così descritta, il campo applicativo della stessa si può estendere senza troppe difficoltà a un gioco complesso ed evocativo come il calcio, forse il fenomeno moderno più simile ad una religione che esista nel globo. All’interno della storia del calcio, infatti, ci sono momenti che hanno rappresentato insieme sia una cesura epocale che un nuovo modo di pensare – o professare – calcio, continuando nell’analogia semantica di matrice teologica. Uno di questi con la sua relativa narrazione da mito fondativo modernista è senza dubbio l’avvento del sacchismo, e in particolare della sua declinazione tattica ai tempi di Milanello: il 4-4-2 a zona pura, modulo-icona e nuovo modo di pensare il gioco.

Nella disposizione geometrica e razionale della scuola di Fusignano un ruolo di assoluto culto è rivestito dalla linea difensiva di quel Milan: Tassotti-Baresi-Costacurta-Maldini, al netto di Filippo Galli e delle varie contingenze, leggi alla voce Rijkaard centrale difensivo. E perché proprio quella linea a 4 si è elevata a modello perfetto, a salmo da snocciolare a memoria, simbolo di una rivoluzione concettuale e insieme capostipite dell’immaginario pop del calcio moderno? Come in ogni analisi del mito bisogna partire dalle basi e dal contesto in cui esso si è generato per poi arrivare ai protagonisti e alle loro gesta.

Yuppies, la Milano da bere e il rampantismo

Nella narrazione generalista degli anni ’80, spesso settaria o superficiale, esiste la tendenza ad incanalare un decennio ricco di sfaccettature, turbamenti e slanci creativi sotto la reductio ad unum del “decennio di plastica”. Se questa interpretazione è corretta per buona parte del modello sociale dominante, lo stesso non si può dire per quell’humus controculturale che permea a livello internazionale un decennio a forti tinte edoniste: dal post-punk alla new-wave, dalla Nuova Hollywood alla neonate scene rap e grunge sospinte dal nuovo canale giovanile simboleggiato da MTV, fino all’esplosione su larga scala dell’estetica dark.

Insomma, gli Ottanta rimangono un decennio ricco di contraddizioni, rivendicazioni e creatività. All’interno di quest’atmosfera accelerata, Milano è senza dubbio il centro di gravità italiano: la capitale morale, fortunatissima definizione di fine ‘800, è più che mai l’epicentro di nuove tendenze, creazioni, produzioni. È quella che Giovanni Verga definì “la città più città d’Italia”, e l’uomo nuovo dietro l’ascesa di Milano è senza dubbio Silvio Berlusconi. È il 1987 e il Cavaliere, ormai in strettissimi rapporti con un Bettino Craxi al massimo della popolarità, è da appena un anno il nuovo presidente e proprietario del Milan.

Il suo progetto è chiaro e ambizioso: portare i rossoneri sul tetto d’Italia e quindi del mondo, farlo velocemente, lasciando negli occhi una diffusa sensazione di novità e di stupore per il passaggio di qualcosa di epocale. Cavalcare il toro Milano come un cow-boy, veicolando i propri interessi – e la propria immagine – attraverso lo straordinario volano del calcio, inserendosi nell’immaginario collettivo come icona-pop, simbolo di un decennio di evoluzioni moderniste e strappi con i riferimenti culturali del passato, anzitutto del ventennio precedente.

La libreria Carlton di Ettore Sottsass, disegnata nei primi ’80 per il collettivo di architettura Memphis Milano, è l’equivalente in forma design della rivoluzione sacchiana. Oppure possiamo chiamarlo postmodernismo.

All’interno di questo scenario Berlusconi intuisce prima di tutti che per lasciare in eredità qualcosa di realmente diverso e unico, deve rischiare. Assumersi l’onere di una scommessa spericolata per ricevere in cambio, eventualmente, dividendi altissimi, seguendo una regola sempreverde che detta i comportamenti del mondo finanziario/speculativo: più alto il rischio, maggiore il ritorno dell’investimento e, di conseguenza, il guadagno.

Una visione che proprio nel 1987 viene plasticamente trasportata su pellicola da un outcast hollywoodiano come Oliver Stone in uno dei film cult del decennio: Wall Street, in cui uno straordinario Michael Douglas veste i panni di Gordon Gekko, ricordando attraverso un monologo intriso di cinismo ed individualismo reaganiano che l’unico fattore che muove il mondo è l’avidità umana, intesa in senso lato.

Ma se i pensieri di Gordon Gekko rappresentano fedelmente – e senza filtri morali – un modo di concepire e gestire il mondo che egemonizzerà la società occidentale negli anni a venire, diverso è il discorso sul piano calcistico: dopo un anno di transizione in cui si erano succeduti alla guida della squadra due figure agli antipodi come Liedholm e Capello, Berlusconi – per mano della dirigenza – aveva già piazzato il coup de theatre che ne rappresenterà poi la cifra stilistica dell’intera carriera imprenditoriale/mediatica/politica. Arrigo Sacchi, outsider tra gli outsider, è il nuovo allenatore per la stagione 1987/88, la prima che nasce totalmente sotto le scelte della nuova presidenza.

Oggi è operazione oltremodo complessa capire quanto fosse spiazzante e spericolata quella scelta: chiamare un allenatore che non aveva messo piede in Serie A, che era passato di panchina in panchina lungo la via Emilia della provincia calcistica italiana – da Cesena a Rimini fino a Parma -, uno che nella sua carriera da giocatore mai si era lontanamente avvicinato alle categorie professionistiche; ma lo stesso Sacchi aveva dominato il Milan di Liedholm in Coppa Italia vincendo 1-0 una partita senza storia a San Siro, sotto gli occhi del neo-presidente, e infine il tecnico romagnolo rispondeva esattamente alla visione di Berlusconi perché portava in dote una caratteristica su tutte: la paranoia della vittoria; l’estenuante ricerca della perfezione attraverso applicazione e metodo. Un’ossessione che scandirà, nel bene e nel male, l’intero cursus honorum del tecnico romagnolo.

“Quando firmai il mio primo contratto con il Milan lo feci in bianco. Dissi a Galliani e Berlusconi: ‘O siete dei geni, o siete dei matti’. Alla fine ebbero ragione loro.”

Sacchi diventa il colpo grosso da celebrare sulle emittenti private, l’intuizione sconosciuta figlia dell’imprenditore che sa azzardare, è l’innovazione massima in anni spinti da un’irrefrenabile mania di protagonismo, è l’escluso che dimostra che non è necessario aver giocato a calcio ad alti livelli per primeggiare: è la forza delle idee e dell’applicazione di esse che spazza via i cliché del mondo calcistico italiano, da sempre diffidente verso figure esterne al proprio microcosmo, considerate alla stregua di piccoli santoni di provincia un po’ matti e un po’ masochisti. Come se si trattasse di personaggi usciti da romanzi come Un’anima persa di Giovanni Arpino. Il fatto è che Sacchi un po’ matto lo è davvero. E lo dimostra in pochissimo tempo, quello che intercorre tra la firma del contratto col Milan e il primo allenamento a Milanello.

Se Berlusconi era rimasto basito da un particolare tattico di quel Parma che aveva sbancato San Siro – l’altezza vertiginosa dei terzini sul campo – Sacchi già dalle primissime sedute fa capire come si possa arrivare a quel risultato. Il suo lavoro sul campo è il prolungamento fisico di un’idea ossessiva, accelerata e intensa del calcio. Il tecnico di Fusignano è anzitutto uno straordinario nerd del gioco, un osservatore compulsivo, spinto da una mania di controllo che ha del patologico; le sue idee tattiche sono una rivoluzione, ma hanno radici ben piantate nel culto del totaalvoetbal olandese di Michels e, in maniera più derivativa, nell’avanguardismo sovietico di Maslov e del suo allievo e perfezionatore Lobanovsky.

Mondiale ’86. Il calcio scientifico di Lobanovsky all’opera: sovrapposizioni, massimo 2-3 tocchi a testa, interscambio di posizione tra gli interpreti, fraseggio rapido e volontà di attaccare tutti gli spazi sfruttando il lato debole, disorganizzando la struttura avversaria. 

Dalla fusione e il ri-modellamento di due tra le avanguardie più estreme del gioco nasce la sintesi sacchiana: dall’Olanda assorbe la capacità e la volontà di imporre un gioco che esalta il concetto di aggressione e organizzazione collettiva, portando con ferocia pressing e ri-aggressione sulla palla generando densità, rotazioni fra giocatori e volontà di dominio dello spazio; dall’Unione Sovietica la razionale occupazione degli spazi plasticamente esposta nel 4-4-2 romboidale e, soprattutto, l’idea filosofica del giocatore come elemento atletico che si esalta nella corsa e nelle fasi dinamiche di gioco all’interno di un collettivo, grazie all’interpretazione di schemi universali prefissati: pensati, applicati e infine mandati a memoria sul campo come equazioni matematiche.

In un periodo storico in cui l’ultima avanguardia calcistica chiamava il movimento europeo a guardare in Belgio, verso il lavoro sulla zona – ma più conservativo – di Guy Thys e della sua Nazionale che stupì per compattezza al Mondiale in Messico, e dopo gli anni di sperimentazione italiana della zona mista a firma Liedholm e Radice, ciò che Sacchi riesce a plasmare è una cesura epocale. Uno strappo netto, una forma di modernità condensata in un lavoro tattico, fisico, mentale e comportamentale. Ma se spesso si tende a ricordare quel periodo e quel Milan come la squadra dei tre olandesi (Gullit, Rijkaard, Van Basten) o del tecnico romagnolo, meno frequentemente è stato posto l’accento sulla linea difensiva di quella creatura tattica mitologica.

Difendere, offendere, distruggere

I terzini, passati alla storia del calcio come esponenti di un ruolo di fatica e spesso figure dall’aura proletaria, quasi pasoliniana nel loro pauperismo tecnico, si trasformano nei cardini su cui poggia un intero sistema modernista. Figure assimilabili a crudeli specialisti, mossi da un’inarrestabile tensione verticale che sovrasta avversari e sistemi di gioco senza soluzione di continuità.

Tassotti e Maldini non potrebbero essere due figure più antitetiche nell’immaginario collettivo, eppure si fondono perfettamente in quel Milan. Uno destinato in eterno al ruolo di numero 2, affidabile e generoso compagno: un protagonista per sbaglio, poco fotogenico e molto pragmatico, il terzino romano non portava in dote nessuna qualità tecnica innovativa o da giocatore di primissima fascia, per quanto fosse senza dubbio uno dei migliori interpreti italiani del ruolo grazie soprattutto a una capacità feroce di attaccare in verticale lo spazio; l’altro, Paolo Maldini, con la sua figura angelica, da predestinato appena sbarcato sul pianeta Terra da una galassia lontana ed eterea, era la nemesi dell’idea comune di terzino: di un’eleganza rarissima, tecnicamente superbo, perfettamente ambidestro, fisicamente ingiocabile, figlio d’arte e meneghino doc.

I terzini della linea a 4 rossonera sono i punti di rottura col passato, segnano – più di altri ruoli – il ribaltamento di regole non scritte che poggiavano le fondamenta su decenni di calcio concreto e speculativo, perfettamente cristallizzato dai pensieri e dalla semantica di Gianni Brera all’indomani della vittoria del titolo mondiale in Spagna: “La vittoria è limpida, pulita: non è neppure venuta dal caso, bensì da un’applicazione soltanto logica del modulo che ci è proprio, e in tutto il mondo viene chiamato all’italiana”.

I terzini, fin dalle prime sedute di allenamento, sono sollecitati a un lavoro fisico e atletico che non ha paragoni a queste latitudini; se a questo aggiungiamo intere sessioni in cui i movimenti di reparto vengono provati e ripetuti schematicamente per ore, partitelle a campo ridotto in 4 contro 6, e – al centro di questa officina fordista che produce calcio – una strana figura che interrompe continuamente gioco, tempo e giocatori richiamando e spiegando con zelo i singoli movimenti da effettuare in sincrono, la rivoluzione è cosparsa da una coltre di paranoia e mania. Uno scenario che non stona nel contesto internazionale, caratterizzato fino a pochissimi anni prima dagli ultimi spasmi della Guerra Fredda, ormai avviata alla conclusione dall’avvio della glasnost’ a firma Gorbačëv.

Sacchi sa che prima di riuscire a proporre in maniera efficace il suo credo monoteista in un habitat dalle caratteristiche culturali opposte come la Serie A, deve necessariamente anteporre la cementificazione tattica dell’undici rossonero al massimo livello di coesione. Per raggiungere questo obiettivo la linea difensiva a 4 diventa l’architrave su cui poggia l’intero sistema e dove, al centro, agiscono due elementi complementari: Franco Baresi e Filippo Galli, alternato col passare del tempo e degli impegni prima a Frank Rijkaard e poi ad Alessandro Costacurta. Ma Baresi è probabilmente la pedina più importante da un punto di vista cerebrale dell’intera struttura.

Libero elegante, dotato di una tecnica eccellente, di un senso del tempo innato e di una conduzione palla quasi stordente per la sua efficacia e leggerezza, oltre che di un repertorio che unisce tackle ad intercetti in anticipo sull’avversario sfruttando la sua abilità quasi meccanica nel leggere lo sviluppo di un’azione, Baresi è costretto a studiare – come una matricola che si affaccia con timidezza al primo corso universitario – i movimenti e le intuizioni difensive di un libero che stava bruciando i tempi innovando la concezione del ruolo: Gianluca Signorini, ex allievo di Sacchi a Parma. Contro il suo volere, il tecnico di Fusignano lo costringe a infinite sedute di VHS, in una riproposizione calcistica della Cura Ludovico di kubrickiana memoria. È, però, un passaggio necessario per progettare e consolidare l’architrave del sistema.

E sulle qualità cerebrali e in conduzione palla di Baresi, si potrebbe creare una serie tv da 6 stagioni soltanto montando le sue migliori azioni. Semplicemente fuori categoria. Uno spin-off di ulteriori 6 stagioni, poi, per le sue chiamate di fuorigioco mentre alza la linea rossonera.

Dal 27 luglio, giorno del raduno, al 2 settembre, Sacchi schedula una programmazione senza precedenti: 45 sedute di allenamento – con l’esclusione di domenica 9, sabato 15, domenica 16 agosto e venerdì 21 – il che significa una media di 1,37 sedute al giorno in tempi in cui il concetto di doppia seduta era assimilabile a quello di fissione a freddo. Qui ho trovato l’intera tabella di quell’estate, con tanto di appunti: è come infilarsi in un wormhole e ritrovarsi proiettati in avanti nel tempo di 20 anni, in un mondo simile ma già profondamente cambiato. Partitelle con le mani e gol di testa, mezz’ora di rimesse laterali e altrettanti di corner, tabelle ossessive sui tempi delle ripetute per reparti, partitelle a un tocco in campi da 50×40 metri, perfino la semantica muta bruscamente con espressioni come conduzione palla, sovrapposizioni, pressing aggressivo a tutto campo. Più che a un ritiro, somiglia a un piano bellico di distruzione.

Le primissime uscite di quel Milan, però, non sembrano raccogliere i frutti di un lavoro così profondo. I rossoneri partono bene ma il Napoli di Maradona ha inizialmente un altro passo, il Milan vive la sua prima stagione come una rincorsa frenetica e selvaggia, senza possibilità di errore. La chiave dello storico scudetto finale sarà proprio la difesa, o meglio la fase difensiva, con 14 gol subiti in 29 partite (a cui si aggiungono i due “virtuali” della partita persa a tavolino contro la Roma, a causa del petardo lanciato dagli spalti del Meazza verso il portiere Tancredi) per una media di 0,48 a partita. Ma, come accennato, sarebbe operazione miope e fuorviante limitarsi alla pur significativa sfera della compattezza difensiva e dei suoi numeri fuori scala perché quel Milan è una creatura connessa, dove l’interscambio di compiti e movimenti tra singoli è generato da un pensiero dominante che ha come fine ultimo una perfetta applicazione collettiva. Un’armonia stordente, generata dagli interpreti e sospinta da un ritmo martellante, più vicina a un pezzo accelerato di elettronica che a una suite orchestrale o ad assoli strumentali: più New Order che Rolling Stones.

Azzardando un paragone musicale, il ritmo incessante e ossessivo del Milan di Sacchi su avversari e spettatori genera la stessa sensazione di straniamento e fascino magnetico che Blue Monday, capolavoro alt-dance dei New Order, ebbe alla sua uscita sulla scena new wave internazionale. Qualcosa di epocale.

La linea a 4, a prescindere dalle rotazioni degli interpreti col passare del tempo, rimane l’elemento di ritmo di quella squadra rivoluzionaria, la sua drum-machine che allarga e restringe il campo e i tempi di gioco, che accelera e toglie respiro e sviluppo del pensiero agli avversari attraverso la sua applicazione assillante che sorregge l’intero sistema rossonero. Non si scende in campo soltanto per vincere, ma per soffocare sul nascere ogni velleità avversaria.

“Io, mai da bambino né da ragazzo e da giocatore, avevo visto una squadra venire al Santiago Bernabéu ad aggredirci 90 minuti, a portarci via il dominio del pallone e del campo. E avere costantemente l’iniziativa. Eravamo frastornati, ed era la prima volta.”

Le parole di Emilio Butragueño, monumento vivente del madridismo, scolpiscono con fermezza e sincerità le sensazioni espresse dal campo durante il doppio confronto che resta il mito fondativo di quel Milan: la semifinale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid. Se è ormai celeberrimo lo storico 5-0 inflitto ai Blancos nel ritorno a San Siro, l’1-1 dell’andata è la trasposizione plastica di un evergreen calcistico: “il risultato è bugiardo”. Il Real non è mai in partita, forse non si può neanche parlare di partita applicando i classici schemi di un confronto tra due squadre perché quella che si materializza in campo sembra una contesa tra due civiltà separate da secoli di sviluppo: da una parte una squadra attaccata alle singole individualità d’eccellenza – la Quinta del Buitre -, dall’altra una macchina futurista che bombarda un villaggio di palafitte abitato da pescatori che si difendono con armi di fortuna. Il clamoroso 5-0 del ritorno, che apre le porte alla finale di coppa dopo 20 anni, è soltanto la razionale conseguenza di quanto seminato – e dissipato – a Madrid.

Più dei gol e della classe di Van Basten, più del dominio fisico e tecnico di Gullit, quello che colpisce è l’applicazione del fuorigioco, che con Sacchi cambia la sua semantica e diventa “trappola del fuorigioco”: perfetta sintesi di una tattica meticolosamente studiata a tavolino e messa in funzione per distruggere certezze tecniche e mentali dell’avversario. Nel video sopra, si notano alcuni grandi giocatori del Real come Schuster, Butragueño, Michel e Vázquez andare fuori giri e perdere ogni punto di riferimento con ciò che sta avvenendo in campo. L’interpretazione del fuorigioco della linea a 4 rossonera, comandata con tempi robotici da Baresi, è parossistica, quasi forzata, e scatena una sensazione di spaesamento anche osservandola oggi.

Quella trappola così estrema fu resa possibile dall’arretratezza delle regole del tempo, che prevedevano che i giocatori in posizione passiva contassero al fine del fuorigioco: chiunque fosse al di là dell’ultimo difensore sarebbe stato in fuorigioco. Proprio l’applicazione esasperata del fuorigioco da parte di quella linea a 4 obbligò la FIFA negli anni successivi a mettere mano ad una regola rimasta immobile per decenni, non più al passo con la contemporaneità.

In finale contro la Steaua Bucarest, poi, è soltanto questione di tempo. In un Camp Nou gremito da circa 80.000 tifosi rossoneri – la più numerosa trasferta europea di sempre? – si assiste al consueto copione di manifesta superiorità, con un piccolo ma decisivo cambiamento destinato a rimanere nella memoria collettiva: Rijkaard viene spostato a centrocampo – per sopperire all’assenza di Evani – e Costacurta debutta da titolare in Coppa, protetto dall’aura emanata da un leader gentile come Baresi. Quella linea diverrà poi il mantra da recitare a memoria negli anni a venire, un nuovo standard internazionale che egemonizzerà la scena fino alla finale del Mondiale di USA ’94, dove Tassotti non sarà presente a causa della squalifica inflitta per la gomitata a Luis Enrique nei quarti di finale.


Anche contro la Steaua si assiste a una non-partita da un punto di vista agonistico, organizzativo, di ritmo, velocità e sfruttamento delle possibilità regalate dal gioco e dal campo in proprio favore. Il primo gol arriva da un vero e proprio assalto all’area rumena dove tre uomini si gettano in verticale sul tiro di Colombo; il secondo gol arriva da una sovrapposizione perfetta di Tassotti con cross; il terzo da una riaggressione con riconquista palla di un Rijkaard ingiocabile che poi trova il taglio in verticale, ad attaccare lo spazio tra centrale e terzino, di Van Basten. Mentre i fuorigioco della Steaua non si contano. Ogni azione è un libro che racconta di una mentalità e di un approccio al gioco modernissimi.

“Onestamente: quella finale fu addirittura troppo facile.” (A. Sacchi).

A meno di due anni dal debutto in Serie A, il cerchio è idealmente chiuso. Non si può aggiungere altro materiale – se non puramente tecnico – a quell’undici, il suo pensiero e le sue innovazioni sono già entrate in circolo nei gangli nervosi del calcio europeo, diffondendosi con la rapidità di un’epidemia. In seguito al passaggio stordente di quel Milan tutto si modificherà: le squadre si accorceranno, e conseguentemente il campo, o meglio: lo spazio di gioco; il pressing e l’intensità di gioco inizieranno a ricoprire un ruolo fondamentale dalla metà degli anni ’90 arrivando a sacrificare interi ruoli come quello del fantasista centrale col 10 sulle spalle, e la copertura e successivo sfruttamento degli spazi – quella che al tempo era conosciuta semplicemente come “zona” – diverrà il paradigma centrale, irrinunciabile, dell’intero movimento di lì a un decennio: Guardiola, Bielsa, Klopp, Sarri, Ancelotti, Simeone, quasi tutti i grandi tecnici contemporanei sono figli o figliastri – diretti o indiretti – della rivoluzione concettuale di fine anni ’80 di Sacchi, scandita da quell’iconica linea a 4.

Una linea composta da giocatori destinati a restare scolpiti come un unicum nell’immaginario collettivo, un po’ come i volti dei quattro presidenti americani sulle pareti rocciose del Monte Rushmore – simboli di nascita, crescita, sviluppo e conservazione dello stato -, Tassotti-Baresi-Costacurta-Maldini andranno avanti, continueranno a rinverdire e rafforzare l’epica europea del Milan fino al secondo apogeo: il 4-0 al Barcellona del più straordinario innovatore del calcio, Johan Cruijff, sotto la guida di un conservatore nell’animo, quel Fabio Capello che raccolse idealmente il testimone da Sacchi, destinato ad un oblìo tecnico dopo l’esperienza in Azzurro perché “divorato dal mio più grande alleato e nemico insieme: il tarlo del perfezionismo”, citando le sue parole sul ritiro avvenuto a soli 54 anni.

Ed è forse questa la vera eredità da ricercare oggi – a distanza di 30 anni da quella folgorante stagione cristallizzata in poco più di un biennio -, più che nei successi europei in sé, che furono anche in parte favoriti dall’esclusione delle squadre inglesi fino al 1991: la voglia e la volontà di creare qualcosa di realmente rivoluzionario, di porre al centro un pensiero strutturato e coraggioso, d’avanguardia, rischiando molto se necessario, e affidandosi agli uomini giusti nel posto giusto al momento giusto. Un ex venditore di scarpe di Fusignano, girando l’Italia e l’Europa, riuscì in questa sintesi impossibile, consegnando alla storia del gioco e alla cultura pop quattro interpreti che oggi assurgono a icone dell’ultima grande rivoluzione concettuale italiana: quella che scosse dalle fondamenta il mondo del calcio, cambiandolo per sempre.