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Capocannoniere

di Gianluca Lorenzoni

I mondiali, si sa, rappresentano la vetrina privilegiata per dare un boost significativo alla carriera di un calciatore, e secondo un punto di vista abbastanza popolare una discriminante decisiva per alcuni per passare dallo status di campione a quello di leggenda (citofonare Leo Messi). A maggior ragione chi per mestiere e vocazione è chiamato a massimizzare le occasioni che gli si presentano non può permettersi di toppare l’appuntamento più importante. Parliamo ovviamente dei bomber o più in generale di quella schiera di fenomeni ai quali sono appese le fortune della propria squadra e, in maniera più simbolica, di intere nazioni. In un’ipotetica griglia di partenza su chi possa aggiudicarsi la Scarpa d’oro quattro anni dopo l’exploit di James Rodriguez quindi non si può non partire dai soliti noti: Ronaldo, Messi, Neymar e se vogliamo Griezmann. A ruota tutta la restante alta nobiltà dell’area di rigore.

Dando però un’occhiata all’albo d’oro si nota come, escludendo il Ronaldo nippo-koreano, i migliori abbiano dovuto sistematicamente lasciare il passo a sorprese più o meno preventivabili, giocatori che in 5/6 partite sono stati in grado di strapazzare difese e pronostici. Soltanto in quattro edizioni infatti il capocannoniere si è anche laureato campione del mondo (Vavà e Garrincha ’62 , Kempes ’78, Rossi ’82, Ronnie ’02) a dimostrazione di come una certa dose di irrazionalità governi le sorti di un torneo sui generis che quest’anno si giocherà, oltretutto, nella terra di colui che è stato l’esempio massimo e inarrivabile di carneadismo applicato ad un campionato del mondo. Nel ’94 Oleg Salenko segnò le sue uniche sei reti in nazionale durante il mondiale americano, cinque contro il Camerun (record tuttora ineguagliato), guadagnandosi un posto nella storia al fianco dei vari Eusebio, Müller e Lineker. Difficile possa accadere di nuovo una cosa del genere ma il passato può aiutare a capire meglio il presente, ecco perché per il nome del possibile capocannoniere tento di uscire dalla primissima fascia e pescare qualcuno meno quotato dei mammasantissima elencati poco sopra. Il nome secco è quello di Gabriel Jesus.

Se Neymar sarà il deux ex machina del Brasile, il giocatore deputato a fare la differenza su più livelli, il talento del City potrebbe essere il braccio armato dei trequartisti/esterni verdeoro. Una stagione non usurante a causa dell’infortunio che lo ha tenuto fuori tre mesi unita alle capacità tecniche e realizzative del classe ’97 (media realizzativa di due gol ogni tre partite, precisione di tiro del 60%) potrebbero garantirgli un torneo da protagonista, tanto più che questo Brasile sembra in grado di poter arrivare fino in fondo. Per Jesus, che ha avuto un impatto significativo nell’undici di Tite con 10 reti in 17 presenze, sarebbe la consacrazione definitiva dopo il grande esordio in Premier e le sette reti nelle qualificazioni, miglior marcatore tra i brasiliani, dietro soltanto a Cavani in assoluto.

Per vincere la classifica marcatori c’è un altro aspetto spesso rivelatosi fondamentale da tenere a mente, quello delle marcature multiple (Salenko docet): dall’82 ad oggi soltanto Schillaci e Suker non hanno messo a segno almeno una doppietta. Fattore chiaramente correlato alla caratura degli avversari ed un girone con Costarica, Svizzera e Serbia potrebbe non essere proibitivo per provare a partire con il piede giusto già dalla fase a gironi. Girone facile sulla carta anche per Belgio e Inghilterra (Tunisia e Panama), Kane e Lukaku potrebbero mettere fieno in cascina nelle prime partite e un penny come possibili outsider è quasi d’obbligo spendercelo. E poi ci sarebbe Thomas Müller, uno che fin dall’esordio ha trasformato i mondiali nel suo parco divertimenti, passando da sconosciuto a trascinatore: 10 gol in due edizioni equamente distribuiti e la sensazione che possa non essere finita qui, nonostante un Europeo disastroso e un’ultima stagione lontana dai fasti delle annate con Heynckes e Guardiola. Ma resta comunque il top scorer della competizione e con i tedeschi non si scherza…

Under 23: El muñeco diabólico

di Gio Piccolino Boniforti

Ci sono tanti giovani da seguire in questo mondiale. Dai più noti Alli, Rashford, Dolberg e Lemar, passando per i Goretzka, Iheanacho e Iwobi, fino a quelli ancora tutti da scoprire come Guedes, Bentancur, Sarr e Hakimi del Real Madrid, c’è sostanzialmente l’imbarazzo della scelta. Perché questo, forse più di altri, è il mondiale delle scommesse, sia per i successi di squadra che per quelli individuali. Se però non esiste una squadra due spanne sopra le altre, allo stesso modo non c’è alcun Under 23 che si possa considerare nettamente più avanti dei coetanei.Sicuramente, quello in grado di farci maggiormente divertire potrebbe essere Hirving Rodrigo Lozano Bahena, da Ciudad del Mexico. Nome (scozzese) che la dice lunga sul mix genetico della famiglia, già padre di due figli, fisico insolito per un’ala messicana (sfiora i 180 cm) e un’insospettabile capacità di adattamento al clima nord-europeo, il folletto del PSV Eindhoven è il principale motivo, oltre all’ennesima reincarnazione di Rafa Marquez, per osservare le partite de El Tricolor. Lozano è un’ala sinistra, ma totalmente ambidestra, à-la Angel Di Maria con la palla al piede, ma con una abilità sui generis d’inserirsi in area, partendo dalla trequarti in zona centrale o tagliando negli spazi dalla parte opposta del campo (in questi movimenti ricorda Ivan Perisic).  Se nella sua prima parte di carriera preferiva giocare largo e portare uno vs uno in isolamento, adesso va seguito anche come potenziale e grande finalizzatore: ha segnato 16 reti nell’ultima Eredivisie in 27 apparizioni.

“In realtà, molti lo considerano un chitarrista talentuoso, ma diventerà un super bassista. Sul campo è molto calmo e ragiona molto lucidamente. Non passerà molto tempo prima che a El Chucky venga chiesto di produrre calcio, invece che dribblare e segnare e basta”. (Juan Carlos Osorio, CT del Messico)

Il suo soprannome, El Chucky, come la protagonista del film horror La bambola assassina, lo si deve al fatto che da piccolo, durante le trasferte, il suo passatempo preferito era nascondersi sotto il letto, per poi sbucare all’improvviso e terrorizzare i compagni di stanza. Spavento che puntualmente coglie anche i suoi avversari diretti, adesso che è un calciatore che calamita attenzioni in mezza Europa. Anche se, va sottolineato, ha ancora parecchio margine di miglioramento: la presenza alle sue spalle di un vero trequartista, o comunque di un giocatore che costruisca il gioco, come poteva essere il regista Rodolfo Pizarro al Pachuca, rimangono ancora elementi fondamentali per esaltare le sue qualità. Insomma: non ha ancora (e ci mancherebbe) la personalità e la maturità per cambiare radicalmente le partite.

Calcisticamente parlando è tutt’altro che agli esordi, visto che ha messo piede in campo nella massima serie messicana, e con la maglia del club più antico del Messico, il Pachuca, già l’8 febbraio 2014 a 18 anni, segnando pure la rete decisiva al debutto. Nelle successive quattro stagioni disputate in patria ha totalizzato 43 gol in 149 presenze, guadagnando celebrità grazie anche ai Mondiali Under 20 del 2015, e all’esordio in Nazionale maggiore l’anno seguente; a tal proposito, va detto che soltanto la vittoria del titolo, che ha aperto le porte al club della sua vita alla Coppa del Mondo per Club, ha impedito a José Mourinho di portarlo a Manchester nel mercato di gennaio del 2016.

Scippo che non è riuscito neanche a Pep Guardiola nella sessione successiva di mercato: a un certo punto, semplicemente, il PSV è giunto alla conclusione che fosse meglio comprarlo per due spicci, che prelevarne metà del cartellino con i Citizens, e affittarlo per due misere stagioni. Ad oggi, l’Eredivisie e l’Europa League sono palcoscenici perfetti per il suo percorso di crescita, ma tutto sembra suggerire che presto lo vedremo in un top team. In attesa di nuove sul suo futuro, il mondiale pare la ribalta ideale per godere dei suoi lampi imprevedibili palla al piede.

Il ct: Gareth Southgate, un tipo serio

di Leonardo Capanni

La scelta nella categoria “allenatore da tenere d’occhio al Mondiale” sarebbe andata, senza dubbio, direttamente su Hervé Renard, ct del Marocco, ex difensore francese stregato dal calcio di Sarri e Sacchi, ma al tempo stesso grande simpatizzante juventino e capace di frasi come “Il collettivo è un’istituzione superiore a tutto, tranne che alla nazione – cioè il Marocco – che viene davanti a tutti, sia all’allenatore che ai giocatori.” E: “Gli europei hanno uno sguardo sull’Africa che mi disturba. Troppi cliché, non si può sostenere che un intero continente sia arretrato e non civilizzato: non esistono delle generalità, ma delle specificità. Basta mettere tutto nello stesso calderone”. Ma messo alle strette e dopo un ballottaggio serratissimo, la spunta Gareth Southgate, ct dell’Inghilterra. I motivi sono sostanzialmente due: il tratto di discontinuità tattico che sta provando a regalare ad una selezione mediamente molto giovane e dall’ottimo tasso tecnico, e il suo modo di approcciarsi alla panchina più foriera di delusioni e polemiche al mondo da tempi ormai immemori: con garbo, serietà e un piglio da antistar.

Southgate ha già messo sul banco almeno un elemento che storicamente segna un punto di rottura con il passato inglese: tra le varie sperimentazioni tattiche portate avanti, che fanno dell’Inghilterra una nazionale non più monodimensionale e di facile lettura, c’è anche la linea di difesa a 3, con l’alternanza di due moduli che segnano una nuova, coraggiosa stagione per i Tre Leoni: il 3-4-3 e, più recentemente, il 3-5-2. Qualcosa che va a cozzare con l’immagine idealtipica della nazionale britannica, immutata nei tempi e cementata su una linea a 4 dietro e un centrocampo simmetrico a 4 fin da che abbiamo memoria: da Hoddle a Capello fino ad Hodgson. Southgate con un approccio tipicamente understatement da laborioso uomo di provincia, ha modificato un impianto conservatore, una regola non-scritta che ha storicamente portato dividendi bassissimi all’Inghilterra. E lo ha fatto anzitutto analizzando le forti innovazioni arrivate in Premier League negli ultimi due anni: si è aperto a visioni lontane, continentali, da sempre viste con altezzoso distacco dall’establishment d’Oltremanica.

Pillole di Inghilterra che presidia e attacca gli spazi di mezzo con un fraseggio strutturato. Diverso, no?

Conte, Pochettino, Guardiola e, in maniera diversa anche Klopp, stanno riuscendo a cambiare una mentalità dominante che ha costantemente soffocato i migliori talenti nazionali – sia in campo che, soprattutto, in panchina – per una visione precostituita e tradizionalista che ha portato risultati a dir poco deludenti negli anni, nonostante un considerevole potenziale tecnico a disposizione. Southgate, chiuso nelle sue espressioni un po’ corrucciate da noir à-la Chandler, sta percorrendo con decisione una strada inedita, assorbendo alcuni dettagli e indicazioni direttamente dai tecnici che si sono imposti nell’ultimo biennio in Premier.

Kane come riferimento assoluto davanti, con una variabile impazzita come Sterling (e Rashford) elevato e responsabilizzato nel ruolo di seconda punta d’appoggio pronto a sfruttare i movimenti ad aprire gli spazi del centravanti degli Spurs, è una mossa su cui si giocheranno parte delle fortune di una spedizione che non sa fino in fondo cosa aspettarsi e quale sia il suo reale potenziale: quasi una mina vagante pronta ad esplodere con forza. Anche le altre scelte di far giocare assieme in una mediana a 5 asimmetrica Dele Alli e Lingard, chiedendo un lavoro costante di attacco in verticale dei corridoi di gioco e prendendosi così dei rischi specialmente in fase di transizione negativa, è il risultato di un pensiero che vuole rompere con l’anemica ricetta brit del 4-4-2, gioco portato quasi esclusivamente sulle fasce, e sue varianti.

La reazione di Southgate al gol di Kane nell’ultima amichevole. Se la può tranquillamente giocare con Ryan Gosling per un ruolo da protagonista in un noir diretto da Nicholas Winding Refn.

Il tassello finale della scommessa di un uomo all’apparenza tranquillo ma che ha conosciuto meglio di tutti il fardello del fallimento delle aspettative di un’intera nazione – suo il rigore decisivo fallito in semifinale ad Euro ’96 davanti al pubblico di Wembley -, si giocherà soprattutto sul quanto la capacità di rischiare e provare nuove soluzioni – come il 4-2-3-1 – riesca davvero a far presa su un gruppo talentuoso, ma molto giovane ed eterogeneo. Due cose sono certe: 1) puntare sull’Inghilterra è come affidarsi alla roulette russa nei bassifondi di Saigon; 2) questa squadra è comunque da tenere d’occhio ma, forse, l’uomo che siede sulla panchina più stressante d’Europa ancor di più: alla ricerca di una seconda opportunità e di un riscatto attesi da 22 anni.

Il Mondiale dal divano

di Alberto Mapelli

Non può esistere edizione della competizione più affascinante del mondo senza qualche polemica sugli esclusi eccellenti. Essere il Commissario Tecnico della nazionale italiana – lo sport preferito da ogni italiano che si rispetti – è un appuntamento che ci è stato negato ma, non per questo, possiamo evitare di toglierci il brivido di giocare con le figurine degli altri paesi.

L’unica esclusione che mi sento di definire davvero clamorosa e inaspettata è quella di Leroy Sané. Il pupillo di Guardiola ha giocato un’annata impressionante per continuità e incisività nell’ultimo terzo di campo – 10 reti e 15 assist – e sembrava doversi presentare in Russia per certificare la definitiva esplosione. Invece giocherà il suo primo mondiale in Qatar, alla veneranda età di 26 anni, sostituito nella lista dei 23 da Julian Brandt, 9 reti e 5 assist in stagione. Le accelerazioni di Sané sarebbero state una delle poche cose per cui simpatizzare con la Germania. Ci toccherà tifare contro i crucchi, spiace.

Tante figure note alla nostre latitudini non hanno ottenuto un pass per sbarcare sotto il Cremlino. Dagli “ex-italiani” come Morata – esclusione giusta – e Marcos Alonso – sì, ok, non è mai stato nel giro ed ha raggiunto il livello attuale giocando in una linea a 5, però ha appena concluso la sua miglior stagione in carriera e hai portato Monreal – agli “italiani” attuali. Se la mancata convocazione di Mauro Icardi, fresco centenario con la maglia nerazzurra, era nell’aria ed è anche giustificabile visto l’affollamento nel reparto offensivo argentino, quella di Nainggolan ha fatto un po’ più di scalpore. Ufficialmente non è stato convocato per motivi tattici, ufficiosamente potrebbero aver pesato cattivi rapporti nello spogliatoio e/o comportamenti spesso fuori dalle righe. Nel dubbio, Radja ha chiuso con il Belgio. Chiudono la carrellata nostrana Allanmostruoso con Sarri ma mai considerato da Tite, che ha preferito uno dei suoi pretoriani come Renato Augusto – e Alex Sandro – il quale sarebbe stato comunque chiamato per fare la controfigura del titolarissimo Marcelo.

Nomi sparsi di personale qualificato lasciato sul sofà. La Francia lascia a casa Lacazette, Laporte, Payet, Martial, Benzema, Rabiot e Coman. Serve altro per dimostrare che i galletti sono tra i favoriti dell’edizione? Fabregas e Mata sono ormai furie rosse sbiadite, a Bellerin è stato preferito Odriozola, i tedeschi hanno talmente tanto talento che possono lasciare a casa anche Leno, Gotze, match winner quattro anni fa, e Schurrle. Giochino finito. Divertente, ma non appagante quanto farlo con i nostri. Grazie Gian Piero.

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