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Approfondimento: L’ultima chance dell’Argentina

di Federico Castiglioni

Per la Selección argentina, Russia 2018 è l’ennesimo caso di ultima chance di un’altra generazione di campioni che, con la maglia albiceleste, ha mangiato polvere e pianto lacrime amarissime. A 25 anni dall’ultimo trofeo, gli uomini di Sampaoli si presentano ai mondiali come vicecampioni in carica di tutto, con un sistema-calcio in patria pressoché a pezzi e una squadra che ha dovuto sudare sette camicie per poter salire sull’aereo diretto a Mosca, trascinata di peso dal suo diez Messi, uno dei più attanagliati dall’angoscia del “ora o mai più”.

L’Argentina ha maturato la qualificazione all’ultima giornata, nella royal rumble dello scorso 10 ottobre, che vedeva ben sei nazionali sudamericane nell’arco di una manciata di punti a giocarsi i 3 posti +1 (quello dello spareggio interzona) ancora validi. A quella data la squadra è arrivata sull’orlo di una crisi di nervi forse anche peggiore di quella di 8 anni prima, quando ci vollero le zampate di Palermo e Bolatti nelle ultime due gare per salvare Maradona.

Tre allenatori cambiati, il secondo peggior attacco del girone (saranno alla fine 19 le reti segnate, di cui 7 a firma Messi, come Paraguay e Venezuela. Peggio solo la Bolivia a 16), i contraccolpi della doppia sconfitta contro il Cile nelle due finali di Copa América, il pareggio settembrino con il Venezuela ultimo in classifica e quello a reti bianche il 5 ottobre contro il Perù, che portava a cinque partite e 324 giorni l’astinenza da gol su azione. Nel mezzo, il magro interregno di Bauza, subentrato al Tata Martino dopo la Copa Centenario e poi esonerato nell’aprile 2017, due settimane dopo la disastrosa sconfitta a La Paz contro la Bolivia, con l’Argentina in quel momento quinta in classifica.

L’AFA, impegnata allora a chiudere l’agonica fase di transizione dalla morte di Grondona insediando Tapia alla presidenza, tentò la mossa disperata affidandosi ad un caudillo visionario come Sampaoli (già carnefice dell’Argentina nella Copa América 2015) per salvarsi dal disastro, puntando tutto sulla carta dell’emotività e del grande nome prima che la rotta dalla nazionale compromettesse i nuovi equilibri della Federazione, proprio mentre si svolgeva quella famigerata Primera División a 30 squadre.

L’ex tecnico del Siviglia, tuttavia, pur centrando l’obiettivo minimo della qualificazione battendo l’Ecuador, di suo è riuscito a mettere ben poco in questa squadra. La stessa vittoria del 10 ottobre, con l’Argentina finita sotto dopo appena un minuto, è stata merito pressoché esclusivo di Messi, che ha preso letteralmente per mano i compagni salvandoli dal baratro con una tripletta. Al di là di alcuni visionari esperimenti di 2-3-3-2, Sampaoli non è riuscito, sia per mancanza di tempo sia per mancanza di materiale umano, a costruire un gruppo solido e stabile, vera conditio sine qua non per poter effettivamente imprimere il proprio pensiero di gioco associativo e ricco di dinamismo alla sua nazionale.

(foto Getty Images)

Sulla carta, l’Argentina non è forse tra le favorite ma ha una rosa più che spendibile, al netto di certe scelte controverse di Sampaoli in sede di convocazioni (su tutte, l’esclusione di Icardi), alcuni forfait dell’ultimo secondo (Lanzini, nonché Romero che apre l’enigma portiere) e una difesa che nei singoli non pare granché affidabile, tolti forse Otamendi e Fazio reduci da un’ottima stagione rispettivamente con Guardiola e Di Francesco.

Tuttavia, lo squilibrio tecnico e persino anagrafico dell’Albiceleste è stato finora un nodo gordiano complicato da sciogliere per Sampaoli. A fronte di un nutrito gruppo di senatori (Messi, Aguero, Mascherano, Biglia, Otamendi, Di Maria, Banega nonché Higuain che pur potrebbe non avere i galloni da titolare), all’hombrecito mancano i “figli della programmazione”, ovvero quei potenziali talenti cresciuti nella trafila delle nazionali giovanili, teoricamente ancora malleabili per assorbire certi dettami tattici, ma già pronti dal punto di vista tecnico e di esperienza internazionale.

Dybala, Lo Celso e Pavon ci sono ma sono pressoché le uniche opzioni del panorama argentino (volendo, manca Lautaro Martinez, oltre al povero Lenzini), e così il resto della rosa è completato da comprimari quali Mercado, il solito Rojo o Meza.

Nel vortice delle convocazioni del trienno, ad esempio, si sono visti gli esordi di giocatori come Benedetto (proprio con Sampaoli) e Lucas Pratto, rispettivamente a 27 e 28 anni e in un reparto (l’attacco) che sulla carta e per tradizione dovrebbe abbondare di talento, a riprova di quanto sia… disorganico l’organico dell’Argentina.

Sampaoli, la cui veste sembra sempre più quella del parafulmine piuttosto che quella del vulcanico tattico, arriva con i suoi da vero e proprio underdog al Mondiale, proprio per questo sommarsi di una serie di fattori (emotivi, politici, programmatici) alquanto avulsi dal campo e dalla concreta sfera d’azione del CT. Il suo maestro Bielsa 16 anni fa ci arrivò da favorito assoluto ma la storia finì dopo sole tre partite in un assoluto dramma sportivo. Anche quella era “l’ultima chanche” per molti campioni. Non resta forse che affidarsi alla sorte. E a Leo Messi.

Approfondimento: Corea del Sud e Giappone, per stupire

Abbiamo chiesto al più esperto conoscitore di pallone orientale, Gabriele Anello, di parlarci del Mondiale delle Tigri Asiatiche e dei Samurai Blu. Gabriele, di recente, si è preso su ed è andato a vedere Svizzera-Giappone a Lugano, per dire.

COREA – Un’altra qualificazione sofferta, un altro Mondiale in cui le cose rischiano di andare di male in peggio. Non sono anni facili per la Corea del Sud, che può contare su quella supernova che è Son Heung-min (a oggi, forse il più grande calciatore asiatico dell’ultimo decennio), ma che non ha grosse prospettive per Russia 2018. La squadra guidata dal c.t. Shin Tae-yong – già molto criticato per un approccio troppo conservatore e per un modulo che avvilirebbe le già poche qualità dei Taeguk Warriors – ha quattro anni in più sulla spalle, qualche nome nuovo, ma più o meno le stesse preoccupazioni. L’unico passo in avanti è rappresentato dalla finale di Coppa d’Asia raggiunta ormai tre anni e mezzo fa, poi persa ai supplementari contro i padroni di casa dell’Australia.

Il cammino della Corea del Sud verso Russia 2018 è stato talmente incidentato che la Corea ha persino rischiato di interrompere la prestigiosa striscia di partecipazioni consecutive: la squadra è al decimo Mondiale della sua storia (il nono di fila), ma ha dovuto cambiare allenatore in corsa, rinunciando a Uli Stielike, l’uomo che aveva ridato sprint al movimento dopo Brasile 2014. La corsa della Corea del Sud è stata scricchiolante, con sconfitte esterne persino in Cina e Qatar. Cambiato Stielike, Shin Tae-yong ha portato la squadra al Mondiale più approfittando delle combinazioni altrui: due scialbi 0-0 contro Iran e Uzbekistan hanno consentito di staccare il biglietto per la Russia, ma per mezz’ora dell’ultima giornata di gara, i sud-coreani sono rimasti in zona spareggio intercontinentale a favore della Siria (poi rimontata in Iran).

Il girone non è dei più semplici ed è possibile che un altro 2014 sia alle porte, con la Corea del Sud fanalino di coda del girone: lo confermano anche le ultime amichevoli, con le sconfitte nette contro Bosnia e Senegal, oltre a un povero 0-0 contro la Bolivia. Ci sono anche profili interessanti in squadra – come Hwang Hee-chan, Lee Jae-sung o lo stesso Lee Seung-woo, che abbiamo visto (poco) quest’anno a Verona –, ma l’intera situazione sembra confermare un grigiore dal quale non ci si riesce a staccare.

GIAPPONE – Cambiare tutto per non cambiare nulla: è un Giappone “gattopardesco” quello di Russia 2018. Una nazionale abituata alla fase finale del Mondiale (sesto consecutivo e in assoluto), ma simile a quella di Brasile 2014, dove ha deluso diverse aspettative. In un gruppo con Costa d’Avorio, Grecia e Colombia, il Giappone non è riuscito a vincere nemmeno una gara, arrivando ultimo con un solo punto. A differenza del 2014, però, stavolta i Samurai Blue si presentano da probabili fanalini di coda del Girone H. Il Giappone si è qualificato con una giornata d’anticipo per il Mondiale, battendo l’Australia e costringendo gli Aussies ai Playoff, visto che nell’ultima partita la Nippon Daihyo ha poi perso in casa dell’Arabia Saudita, che ha staccato il biglietto per il Mondiale dopo 12 anni. Peccato che da lì una situazione già statica sia ulteriormente peggiorata.

Riassunto delle puntate precedenti: Zaccheroni fallisce in Brasile e opta per le dimissioni. La JFA punta su un nome esperto come Javier Aguirre, che ha portato il Messico a due ottavi di finale nel 2002 e nel 2010. Purtroppo, il Giappone sbatte contro gli Emirati Arabi Uniti ai quarti di finale della Coppa d’Asia, perdendo ai rigori (nonostante una conta tiri di 29-3!). Pizzicato in un’indagine spagnola su un possibile scandalo-scommesse (possibilità di cui si sapeva già al momento della sua assunzione), Aguirre viene silurato nel febbraio 2015 e al suo posto arriva Vahid Halilhodžić, l’uomo che ha portato l’Algeria agli ottavi di finale di Brasile 2014.

(foto Getty Images)

Uomo polemico al limite del controverso, Halilhodžić non ha mai vissuto troppo bene la realtà giapponese, tornando spesso in Francia, dove ha a casa a Lille. Il suo gioco solido, fatto di linee strette e di una fantasia sacrificata sull’altare della rigidità, non ha mai convinto i giapponesi. Così come non hanno convinto le sue conferenze stampa, come quando mostrò la percentuale di massa grassa dei giocatori o spiegò come il PSG avesse fatto bene a lasciare il possesso al Bayern nella vittoria per 3-0 dell’ultima fase a gironi.

Ma il rinnovamento è arrivato solo parzialmente, sperimentando giocatori fuori dal contesto e lasciando da parte i giovani. Ma Halilhodžić ha anche scombinato qualche piano, tanto che l’esclusione di Keisuke Honda e Shinji Kagawa dai 23 per Russia 2018 non era impossibile. Dopo due amichevoli incolore contro Ucraina e Mali, la JFA ha esonerato il bosniaco, scatenando l’ira del tecnico, per una volta fuori dal personaggio. Halilhodžić ha poi persino intentato una causa alla JFA (auguri). Perché ora? Non ha senso… ma forse sì, perché gli sponsor premevano affinché i giocatori più rappresentativi fossero invece convocati. E gli stessi senatori non hanno preso bene le esclusioni: da lì il licenziamento a tre mesi dal Mondiale. Un dejà-vù per Halilhodžić, che ha perso anche il Mondiale del 2010 dopo aver portato la Costa d’Avorio al torneo. Un tweet criptico e le dichiarazioni di Honda hanno poi confermato questa versione.

In questo parricidio, ne risente il Giappone. Che ha sì scelto la miglior opzione a breve termine, ma ha di fatto buttato un ciclo di tre anni per presentarsi con una squadra di certo non migliorata. Le perplessità tattiche sul modulo da scegliere e le ultime amichevoli – due sconfitte per 2-0 contro un Ghana-B e la Svizzera – non fanno che confermare questi dubbi. Forse è presto per dirlo, ma rischia di essere il peggior Mondiale della storia nipponica.

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