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Sul manifesto del Mondiale 2018 non c’è il disegno di un anonimo calciatore stilizzato. La Russia ha scelto come simbolo della competizione Lev Yashin, l’unico portiere in grado di vincere il Pallone d’Oro nel 1963, un mito paragonabile soltanto a Jurij Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio. Il richiamo iconografico alla tradizione sfugge alla banalità di un mondo affamato di gol e spettacolo in favore di una parata e ricorda con nostalgia un passato glorioso. Il Ragno Nero era un operaio diventato calciatore, cittadino esemplare e uomo di Stato, simbolo di organizzazione e di popolarità dentro e fuori dalla Russia (allora Urss).

Vladimir Putin ha scelto Yashin come simbolo di un’era vincente, quando l’URSS si imponeva all’Olimpiade del 1956 e all’Europeo del 1960. Di quella gloria lontana ormai rimane poco, il brillante Europeo del 2008 è stato l’apice del momento migliore del calcio russo versione ventunesimo secolo, quello che sembrava essere l’inizio di un periodo d’oro. La Russia di Guus Hiddink si era fermata soltanto con la Spagna in semifinale, trascinata fino a lì dai suoi assi Arshavin e Pavlyuchenko, pronti dopo il torneo continentale a fare le valigie, direzione Premier League.

Nello stesso periodo Sky comprava i diritti di un campionato in ascesa di cui faceva parte lo Zenit San Pietroburgo, fresco vincitore di Coppa Uefa e Supercoppa europea. Da allora, si è spenta la luce. I club russi hanno recitato un ruolo marginale nelle coppe europee e la Nazionale ha inanellato una serie di brutte figure anche dopo aver ricoperto di milioni un allenatore come Fabio Capello. Il fair play finanziario non ha aiutato: senza investimenti non regolamentati è stato impossibile ridurre il divario economico con le leghe più ricche.

Il Mondiale 2018 dovrebbe migliorare le cose, lasciando quantomeno in eredità ai club stadi più moderni. Quando le regole del FFP saranno fissate, sarà possibile capire che margini avranno i capitali russi per finanziare il movimento. La lega intanto dovrà ideare un progetto di sviluppo rendendo il prodotto più appetibile per sponsor, televisioni e giocatori di primo piano. Il Mondiale di casa potrebbe dare un grande contributo in questo senso, ma la Sbornaya guidata da Stanislav Cherchesov sembra essere tutto tranne che una squadra competitiva. Rischia di uscire dai giochi già nel Gruppo A, dove soltanto l’Arabia Saudita sembra abbordabile, decisamente meno l’Egitto di Salah e l’Uruguay di Suarez e Cavani.

Fase difensiva

Ritorniamo ancora a lui, il portiere. Come scriveva Vladimir Nabokov nella sua autobiografia ricordando la sua esperienza tra i pali, il portiere è “l’aquila solitaria, l’uomo del mistero, il difensore estremo”. Il capitano della Russia Igor Akinfeev è un buon numero uno, noto per riflessi e senso della posizione, sicuramente non all’altezza di leggende come Yashin e Dasaev,ma degno erede dei vari Cherchesov (sì, il suo allenatore), Kharin, Ovchinnikov, Nigmatullin e Malafeev. Macchia indelebile sul curriculum del 32enne l’errore contro la Corea del Sud allo scorso Mondiale, seguito poi da un’uscita improvvida contro l’Algeria giustificata però da un laser puntatogli in faccia dagli spalti.

Appassionato di musica, Igor ha perfino cantato con il gruppo pop “Hands Up!”. Nonostante i suoi dubbi gusti musicali, la Russia non può fare a meno di lui, uno dei pochi titolari inamovibili nell’undici di Cherchesov. In alternativa al portiere del CSKA Mosca, Lunyov dello Zenit e il 34enne Gabulov del Club Brugge, superstite della Russia del 2008 insieme al suo capitano, Zhirkov, e Dzagoev. Dopo l’eliminazione e l’ultimo posto nel girone a Euro 2016, l’addio alla panchina di Leonid Slutsky è stato inevitabile ed è arrivato il momento di Stanislav Cherchesov, storico ex portiere della Nazionale che da allenatore ha vinto soltanto una Coppa di Polonia e un campionato con il Legia Varsavia.

Cherchesov ha iniziato cancellando la difesa a quattro e cercando la giusta combinazione per una retroguardia a tre. Complice anche il ritiro dei gemelli Berezutsky, è iniziata una lunga fase di sperimentazione. I titolari in Confederation Cup, Vasin e Dzhikiya, si sono infortunati insieme al jolly difensivo Kambolov, la cui assenza ha costretto il selezionatore a richiamare il 38enne Ignashevich, che aveva annunciato l’addio alla Sbornaya dopo Euro 2016. Il recordman di presenze è stato scelto a sorpresa come titolare nelle amichevoli pre Mondiale con Austria e Turchia. Nel caso dovesse ritornare in panchina potrà ingannare il tempo con un hobby inusuale per un calciatore: la lettura dei romanzi di Jack London, i suoi preferiti.

Prima dell’inaspettato ritorno di Ignashevich, si pensava che il trio di partenza davanti ad Akinfeev dovesse essere quello composto da Granat, Kutepov e Kudryashov. Granat deve la sua fortuna nel ruolo di difensore centrale al suo allenatore alla Dinamo Mosca Sergey Silkin, che lo ha spostato al centro delle operazioni. In mezzo ai tre il 24enne dello Spartak Mosca Kutepov, solido difensore nonostante la corporatura esile (e pensare che voleva diventare un lottatore di MMA come suo fratello Oleg), a sinistra il compagno di squadra di Granat al Rubin Kazan, Kudryashov. Imponente e aggressivo, noto per le sue intemperanze dentro e fuori dal campo (dopo un match contro il CSKA ha sfasciato la porta dello spogliatoio urlando), il mancino Kudryashov era stato lanciato proprio da Cherchesov allo Spartak e si è riciclato centrale di difesa per la Nazionale, dopo aver giocato per anni come terzino.

Alternativa affidabile sulla destra Smolnikov, che dopo aver considerato perfino l’ipotesi di ritiro quando aveva 22 anni perché la sua carriera non decollava, oggi è un terzino destro di riconosciuto valore, pericoloso per le difese avversarie grazie alla sua progressione e ai suoi inserimenti. Oltre a lui tra i convocati in difesa ci sono anche il brasiliano naturalizzato Mario Fernandes, terzino destro, e il centrale Semyonov, dell’Akhmat Grozny.

Dal centrocampo in su

Anche a centrocampo, più dubbi che certezze. Al centro manca qualcuno che sappia difendere e dare equilibrio. L’identikit di Igor Denisov, insomma. Purtroppo per la Russia, il carattere fumantino del giocatore della Lokomotiv Mosca si è acceso una volta di troppo nel 2015 e contro la persona sbagliata, il suo allenatore alla Dinamo Stanislav Cherchesov. Denisov è perfetto per quel ruolo, ma Cherchesov non lo ha mai convocato. In assenza di Denisov, la brutta stagione di Glushakov, suo sostituto nelle idee del CT, ha lasciato spazio a un quartetto in lizza per i tre posti in mezzo: Golovin, Zobnin, Kuzyaev e Dzagoev, che si candida anche al ruolo di seconda punta.

Da piccolo Alan Dzagoev è sopravvissuto alla seconda guerra cecena grazie al padre che lo portò via da scuola pochi giorni prima che 334 ostaggi, tra cui 186 bambini, venissero uccisi nello stesso edificio. Lasciatosi alle spalle l’incubo della guerra, il fantasista osseta ha esordito in Nazionale del 2008 mostrando subito il suo enorme talento. Purtroppo gli anni seguenti sono stati segnati dagli infortuni. Due estati fa è stato costretto a rinunciare agli Europei per la rottura del metatarso del piede destro, ora è già molto ritrovarlo sano ad un appuntamento così importante della carriera. Pensare di rivederlo ai livelli di eccellenza di Euro 2012 forse è chiedere troppo, ma la classe non gli è mai mancata.

E se parliamo di talento, non possiamo dimenticare il compagno di Dzagoev al CSKA, Aleksandr Golovin. Il più giovane giocatore della rosa è l’unico che può aspirare a diventare un top player nel panorama mondiale, come testimonia l’interesse per lui di club come Juventus, Arsenal e Chelsea. Sono lontani i tempi in cui era solo un ragazzino siberiano pelle e ossa, adesso Golovin è un playmaker dinamico con un passing game raffinato e un tiro micidiale.

Roman Zobnin, siberiano come Golovin, ha fatto il salto di qualità nello Spartak di Carrera: è una mezzala che all’occorrenza può agire anche sull’esterno. Possiede una forza nelle gambe che lo rende instancabile ed è bravo a inserirsi in area sfruttando un timing corretto. Ha un solo difetto: non segna mai. Anche il suo compagno di reparto Kuzyaev non segna molto, ma quando lo fa non gli manca certo lo stile.

Di origine tatara, il 24enne dello Zenit ha ereditato le sue qualità dal nonno e dal padre, entrambi ex calciatori. Perfetto in fase difensiva, in attacco, sotto la guida di Roberto Mancini, ha iniziato a mostrare lampi di classe: è veloce, ha un ottimo primo controllo e quando è in possesso di palla evita gli avversari con una facilità sorprendente. Ha un buon tiro, e può adattarsi a diversi ruoli senza troppe difficoltà.

Sulla fascia destra, Samedov, grande fan dell’NBA che ha scelto come professione quella dove la palla si tocca con i piedi. Il padre è azero e a inizio carriera Samedov ha dovuto scegliere per chi scendere in campo, anche stavolta senza sbagliare. Ha sempre giocato come esterno alto in un centrocampo a quattro ed è difficile per lui adattarsi al 3-5-2 della Russia attuale, dato che la resistenza e il movimento senza palla non sono il suo forte.

A sinistra troviamo l’eterno Zhirkov, noto per la sua versatilità, per la capacità di leggere il gioco e per il carattere introverso. Sua moglie Inna è stata molto meno timida in passato e non è stata una scelta felice, visto che dimostrò di non sapere che la Terra girasse intorno al Sole, una magra figura che la portò a rinunciare al titolo di Miss Russia 2012. Zhirkov è rimasto in silenzio anche in quella occasione, forse preferendo concentrarsi sul suo hobby preferito, collezionare reperti della seconda guerra mondiale.

Tra le altre opzioni per il centrocampo troviamo anche Erokhin dello Zenit, altissimo trequartista bravo a inserirsi e in grado anche di fare gol. Il prodotto del vivaio della Lokomotiv, classe ’89, ha faticato per emergere e ha militato anche nel campionato moldavo, con lo Sheriff. A San Pietroburgo Mancini lo ha utilizzato come centrocampista difensivo, ruolo inadatto alle sue caratteristiche.

Fa parte delle alternative anche l’ala sinistra del Villareal, Cheryshev, nato in Russia ma cresciuto nelle giovanili del Real Madrid. Nel 2011 ha dichiarato a Marca di “sentirsi più spagnolo che russo”, anche se difficilmente troverebbe spazio con le Furie Rosse. La sua “notorietà” è dovuta alla Coppa del Re del 2015, quando la sua presenza sul terreno di gioco nonostante una squalifica portò all’eliminazione del Real di Benitez. Gazinsky è un’altra valida riserva, centrocampista difensivo del Krasnodar che predilige i passaggi semplici, non porta troppo palla ma sa come innescare i compagni.

Gemelli diversi

Nella Lokomotiv che quest’anno ha vinto il campionato russo hanno impressionato i 22enni gemelli Miranchuk. Per anni l’unico ad essere illuminato dai riflettori è stato Alexey, che al Mondiale si candida come titolare nel ruolo di seconda punta. A 17 anni viene fatto debuttare tra i professionisti da Slaven Bilić, che ne intuisce subito le qualità. Due anni dopo, nel 2015, esordisce in Nazionale maggiore contro la Bielorussia e segna 12 minuti dopo il suo ingresso in campo.

Mentre il gemello iniziava una carriera da predestinato, Anton faticava, tra infortuni e poca considerazione da parte degli allenatori. Nel 2015 Olga Smorodskaya, presidente della Lokomotiv, si precipita negli spogliatoi per complimentarsi con Alexey, autore di un gol nel supplementare della finale di Russian Cup appena vinta contro il Kuban Krasnodar. Il gemello che riceve i complimenti, però, è quello sbagliato. A inizio 2016 Anton finisce in prestito al Levadia Tallinn, in Estonia. Sembra la fine, ma Anton ignora chi lo considera già al capolinea: 40 partite, 15 gol e 11 assist. Nell’agosto 2016 torna alla Lokomotiv il leggendario allenatore Yuri Semin e cambia tutto: in questa stagione Anton si è preso il posto da titolare ed è arrivato anche il titolo. Adesso può finalmente uscire dall’ombra di Alexey e trovare spazio nell’undici russo.

In attacco, davanti ad Alexey Miranchuk (o magari Dzagoev), che potrebbe rivelarsi molto utile nel gioco offensivo per la sua capacità di rifornire i compagni con il suo repertorio di passaggi filtranti, il posto da centravanti se lo contendono Smolov e Dzyuba, con il primo nettamente favorito. Qualche anno fa Fedor Smolov era il bersaglio preferito dei giornalisti: stava con la modella Victoria Lopyreva e si dicesse fosse troppo distratto per segnare. Complice la fine del matrimonio con Victoria (siamo sicuri?) e il passaggio al Krasnodar, ha iniziato a fare sul serio. 24 gol la prima stagione, 25 la seconda, capocannoniere del campionato in entrambe. Un lieve calo quest’anno, dove si è fermato a quota 14.

Ultimamente Fedor the Creator, soprannome che si è dato da solo, sta prendendo confidenza con il gol anche in Nazionale, riscattandosi dopo il deludente Europeo di due anni fa quando era stato schierato da esterno sinistro per farlo convivere con Artem Dzyuba. Stavolta per il gigante moscovita non ci sarà molto spazio, Cherchesov non lo considera molto. Già noto per il suo carattere difficile (insultò pesantemente Unai Emery quando lo allenava allo Spartak), pare che Dzyuba sia riuscito a litigare anche con il suo CT.

Avrebbe dovuto scendere in campo in Confederation Cup la scorsa estate, ma è stato rispedito a casa l’ultimo giorno di allenamento prima del torneo. Il suo allontanamento era stato spiegato con un infortunio, però il giorno dopo l’eliminazione della Russia lui e Aleksandr Kokorin avevano postato un video su Instagram mentre mettevano le mani sotto il naso, come a richiamare i baffoni del loro allenatore. Per un anno Dzyuba non è stato convocato, poi l’infortunio di Kokorin e le sue buone prestazioni all’Arsenal Tula gli hanno restituito il posto in gruppo.

Il grande assente

Una delle ultime foto sul profilo Instagram di Kokorin lo ritrae di spalle, mentre osserva il mare di Ibiza. Sempre meglio delle foto con pistola in pugno che tanto rumore avevano fatto a dicembre, ma forse ora un pizzico di malinconia si fa strada anche nell’animo di un guascone come lui. La rottura del crociato negli ottavi di Europa League gli ha tolto la possibilità di disputare il Mondiale di casa da titolare nel momento migliore della carriera.

Fino all’arrivo di Roberto Mancini allo Zenit i lampi di follia più incredibili di Kokorin sembravano essere quelli fuori dal campo. Memorabile la risposta durante una conferenza stampa in occasione di una trasferta a Napoli con la Dinamo Mosca nel 2015: “Maradona? Non sapevo avesse giocato qui”. Non male neanche l’idea di creare un account Instagram al suo bulldog durante Euro 2016, iniziativa che aveva fatto quasi dimenticare il suo rendimento deludente. Con Mancini e con l’avvicinarsi del Mondiale in casa, l’improvviso cambiamento. Basta locali e spogliarelliste, si pensa al lavoro (almeno per un po’). 19 gol in 35 partite e soprattutto un’inaspettata continuità, agendo in tutti i ruoli dell’attacco.

Era destino che anche stavolta un infortunio dovesse privare la Russia dell’elemento migliore poco prima dell’appuntamento più importante, come già successo nel 2014 con Shirokov e nel 2016 con Dzagoev. La Russia ha una grande storia ma pochissimo talento da mettere in mostra, negli ultimi match contro Austria e Turchia (una sconfitta e un pareggio) si sono visti i limiti della Sbornaya in tutte le fasi di gioco. Ai tifosi non resta che sperare in un piccolo miracolo, che renda questi ventitré giocatori degni di essere ricordati al pari di simboli come Gagarin e Yashin.