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Il primo turno di Russia 2018 è già filato via, ma ci ha lasciato un insieme di cose da ricordare e analizzare, tra grandi sconfitte, gol bellissimi, esultanze folli, stadi stranissimi, giant killing, strette di mano e autogol d’autore. Ecco il recap semiserio della prima giornata del mondiale secondo sette diversi autori. Insieme ad una grande novità che vi terrà compagnia per l’intera durata dei Mondiali: lo psicodrammometro™.

Gruppo A

Russia-Arabia Saudita 5-0

Leonardo Capanni

Che l’Arabia Saudita fosse destinata al ruolo di sparring partner nel girone era cosa piuttosto evidente, a meno di non voler volare con la fantasia verso lidi calcistici inenarrabili come il campionato saudita, ma che la Russia riuscisse a inaugurare un Mondiale casalingo nato sotto cupe sensazioni per il tasso medio di talento in rosa e la posizione più bassa di tutte le 32 nazionali nel ranking con un 5-0 arricchito da gol splendidi, era quanto di più lontano dalle previsioni della vigilia. Vi avevamo già parlato approfonditamente del miglior giocatore in rosa, Golovin, e delle sue capacità associative che servono come l’acqua nel deserto a questa Nazionale.

El Trivelov.

Ma oltre al centrocampista del CSKA si è visto uno spirito collettivo pronto al sacrificio e un Cheryshev formato deluxe (una doppietta mancina di straordinaria fattura).  Ora, con tre punti in tasca e la sfida più semplice alle spalle, la Russia ha in mano il suo destino e può puntare a quegli ottavi di finale che sembrano il massimo traguardo ottenibile, anche in un Mondiale sorprendente dove gli underdog stanno elevando a manifestazione routinaria il ribaltamento dei pronostici. Ad ogni modo, oltre alla cerimonia lampo con un Robbie Williams ingrigito e imbolsito sempre più simile a Morrissey, i veri highlights della partita sono andati in scena sulla tribuna Vip del Luzhniki.

Forse neanche John Landis avrebbe potuto girare una scena tra il comico, il grottesco e il drammatico migliore di questa. La faccia di Infantino davanti al principe saudita fa intuire la reazione umana di fronte a uno che controlla il paese che detiene ed esporta il 30% del petrolio mondiale con un fondo personale stimato in duemila miliardi di dollari. 

Livello psicodramma: 0%.

Egitto-Uruguay 0-1

Gianluca Lorenzoni

A tirare sempre in ballo la garra charrua si rischia di cadere in un eccesso di retorica ma, se c’è di mezzo l’Uruguay, molto spesso ci si azzecca. Nella seconda partita del girone A la Celeste batte l’Egitto con la capocciata di Gimenez a tempo quasi scaduto, ormai specialità tradizionale della casa al pari del chivito o del dulce de leche.

Una partita ricca più di spunti narrativi che di intraprendenza, con i 4-4-2 abbottonati e quasi speculari di Tabarez e Cuper che già facevano presagire una deroga abbastanza volontaria alla spettacolarità. L’assenza di Salah (risparmiato in vista delle sfide decisive e più abbordabili) ha tolto all’Egitto l’imprevedibilità necessaria per poter impensierire i bucanieri della difesa celeste, la presenza di Trezeguet ha invece fatto scendere una lacrima a chi scrive e dato un seguito alla saga dei giocatori tarocchi nati nella terra del Nilo dopo il capitolo Zidan. La curiosità è che se il buon Mahmoud Ibrahim Hassan dovesse segnare un solo misero golletto eguaglierebbe l’altro Trezeguet quanto a gol mondiali, ma forse non siamo ancora pronti.

Dall’altra parte l’imprecisione di Suarez, la sonnolenza di Vecino e la musicalità incostante di De Arrascaeta hanno contribuito a mantenere il risultato in bilico fino all’epilogo, comunque non così inatteso. In questa apatia quasi generale una figura si è però stagliata all’orizzonte come un monte nel deserto: Diego Godin, specialmente nel primo tempo, ha illuminato la scena con fare musagetico. Un governatore del caos capace di donare dignità e spettacolarità anche a giocate poco ortodosse: ha chiuso, spazzato, anticipato, impostato, squarciato il centrocampo africano arrivando addirittura a rifinire. Un Leviatano carismatico capace di guidare con la sola presenza tutto ciò che lo circonda. Una prova entusiasmante e commovente, emblematica di cosa voglia dire essere il capitano di un popolo che ha fatto della resilienza una peculiarità.

Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome…

Da segnalare il portiere El Shenawy, preferito al nonno del torneo El Hadary, che rifiuta il premio di migliore in campo, dopo aver vinto la personale battaglia con Cavani e Suarez, perché sponsorizzato da una nota birra americana; il solito tragico finale per Cuper; Rodrigo Bentancur di anni 21 all’esordio mondiale che con 104 tocchi e 81 passaggi riusciti (93%) ha già fatto meglio di qualsiasi altro uruguagio dal 1966; ma soprattutto il Maestro Tabarez, che al gol di Gimenez sfancula la sindrome di Guillain-Barré e scatta in piedi ad esultare. C’è poco altro da aggiungere.

Gruppo B

Marocco-Iran 0-1

Andrea Madera

Partono forte i Leoni dell’Atlante di Renard, leggendario allenatore delle africane all’esordio mondiale. Ziyech, seguito dalla Roma, è protagonista in una mischia in cui il Marocco sbaglia per tre volte il colpo decisivo. Dopo la prima mezz’ora si sveglia l’Iran, Azmoun (il “Messi iraniano”) spara su El Kajoui, alle sue spalle arriva Jahanbakhsh (capocannoniere in Eredivisie) che non è preciso nella seconda conclusione. Nei minuti finali di una ripresa bloccata, il Marocco si risveglia con Ziyech, fermato da Alireza Beiranvand. Prima di diventare professionista il numero uno di Queiroz ha lavorato come pastore aiutando i genitori nomadi, poi in un autolavaggio e come fattorino, alla fine è diventato famoso anche grazie alle sue rimesse con le mani, veri rinvii che mandano in porta gli attaccanti. Deve ringraziare il Dal Paran, gioco della sua infanzia che prevedeva il lancio di pietre.

Anche Aziz Bouhaddouz, centravanti del St. Pauli, ha fatto lavori umili come il giornalaio e il commesso da Burger King. L’attaccante dei Leoni ha segnato al minuto 95, nella porta sbagliata, con un tuffo che ci ha ricordato un’altra partita contro il Marocco.

Il Team Melli ha dedicato la vittoria alla Nike e a Trump, che con la sua decisione di intensificare le restrizioni contro l’Iran ha portato l’azienda USA a ritirare la fornitura di scarpe da calcio. L’Iran ha risposto, e pensare che Saeid Ezatolahi, uno dei più talentuosi in rosa, era squalificato per il primo match. Forse le sorprese non sono ancora finite.

Portogallo- Spagna 3-3

La partita più bella del primo turno meritava un approfondimento a parte, ne abbiamo parlato in maniera molto pacata ed equilibrata in questo articolo.

Livello psicodramma: giocare contro Cristiano Ronaldo

Gruppo C

Francia-Australia 2-1

L. C.

La Francia arrivava al Mondiale con aspettative da squadra dal grande potenziale, che partiva appena dietro la griglia delle tre grandi favorite. E personalmente credo ancora che il potenziale offensivo a disposizione dei Galletti sia di primissimo livello, nonostante un primo turno faticoso, spesso fuori giri, sfangato grazie alla buona sorte (il gol di Pogba è un autogol stranissimo che entra dentro di 2, e sottolineo 2, centimetri: questo è culo buona sorte, caro il mio Deschamps). In sostanza, quello che pare mancare alla Francia è un vero progetto di assemblaggio tattico e di compiti specifici, una chiarezza di fondo nella visione del calcio da proporre: Griezmann prima punta, o Giroud ad aprire quegli spazi fondamentali per giocatori come Mbappé e Dembelé? Pogba, abbandonato in un contesto sottoritmo, ha smarrito il talento come in Space Jam? Sono numerosi gli interrogativi che aleggiano sui Bleus, pronti a materializzarsi come spiriti maligni impossibili da scacciare.

È un Deschamps comunque fiducioso.

Col beneficio del dubbio del debutto mondiale, propendo per l’individuazione del problema principale fuori dal campo: Didier Deschamps, ormai sosia ufficiale di Claudio Lippi, sembra uomo incapace di scelte coerenti, o di riflesso nette e coraggiose, che stanno minando e limitando un potenziale tecnico e atletico tra i più interessanti e versatili, anche se di difficile amalgama, dell’intera manifestazione. La prima impressione è che la Francia non potrà fare altro che crescere da questo livello, ma il Mondiale ci ha già insegnato che il tempo utile è ridotto all’osso e che, nel 2018, anche le selezioni più umili (citofonare Islanda, ma non solo) studiano con attenzione maniacale il piano gara da adottare e cucire addosso al grande avversario. L’Australia, con la sua fisicità incanalata in un contesto tattico ordinato e reattivo ma tecnicamente da livello dopolavoristico, ha sì perso e compromesso forse in modo decisivo le chance per gli ottavi ma ha dimostrato che se Berlino sta male, Parigi non se la passa bene. Deschamps, se dovesse uscire prima del tempo, ha già pronta la exit strategy: un posto come spalla di Nicola Savino in quel tripudio del trash che è Balalaika.

Livello psicodramma: 60%.

Perù-Danimarca 0-1

Michele Pelacci

La prima partita del Mondiale alla Mordovia Arena di Saransk, recentissimo stadio nel quale gioca una recentissima squadra (2005) neo-promossa nella prima serie russa, è anche la partita più hipster della competizione a parte i vari intrecci nel girone H(ipster). Un po’ perché, nella fase di avvicinamento a Russia 2018, il Perù si è avvolto nella mistica della squadra dalla forte identità tattica, che gioca palla-a-terra e si prende rischi in impostazione; un po’ perché i peruviani hanno nomi pazzi. La Danimarca, dal canto suo, vanta l’unico giocatore del Mondiale nato in Uganda, che è anche l’unico giocatore del Mondiale a chiamarsi come un Papa del Seicento: Pione Sisto.

Nel primo tempo sgroppano sulla stessa fascia quattro nomi che già fanno parte dell’album dei ricordi di questo Mondiale. Terzino sinistro per il CT Åge Hareide parte Jens Stryger Larsen dell’Udinese, che maledice Pione Sisto ogni volta che l’esterno non rientra. (Sisto verrà sostituito al 67′ da Martin Braithwaite, uno dei giocatori più buggati nella storia della saga di videogiochi FIFA). Di là scorrazzano il terzino più propulsivo e chiacchierato dei Mondiali, il classe ’90 Luis Advíncula, e l’esterno che da Neymar ha rubato i capelli, la fiducia in sé e poco altro, André Carrillo. L’esterno coi capelli più ossigenati del Mondiale ha giocato al Watford con Richarlison e Okaka nell’ultima stagione: qui frega le caramelle dalle tasche di Sisto, drifta verso il centro e tira di sinistro. Parato.

Con gioia gli hipster di tutto il mondo accolgono, al 36′, l’infortunio di Kvist: può entrare Lasse Schöne, centrocampista dell’Ajax nonché un uomo davvero affascinante. Quando Carlos Cueva, l’erede spirituale di Ganso al São Paulo, spedisce in curva il rigore del possibile vantaggio andino, si parla già di #psicodramma, e infatti vince la nazionale di capitan Kjær: al 59′ Advíncula cade nella trappola di Eriksen, che attende il momento propizio per servire Yussuf Poulsen. L’esterno nato a Copenaghen da padre tanzaniano buca Pedro Gallese e vince la partita per i suoi. Proveranno a pareggiare il conto Paolo (da Paolo Rossi) ‘El Depredador’ Guerrero – riqualificato per i Mondiali dopo uno strano caso che coinvolge mummie inca e foglie di coca – e il sempreverde Jefferson Farfán. Eriksen va vicino allo 0-2, invece termina 0-1, questa incredibile partita dai personaggi strani e dalle folli ambizioni.

Gruppo D

Argentina-Islanda 1-1

Federico Castiglioni

L’esordio dell’Argentina è un film tremendamente già annunciato, contro un’Islanda che per caratteristiche fisiche e tattiche era l’avversario più indicato per far impazzire gli uomini di Sampaoli. L’albiceleste, presentatasi con Caballero in porta, Rojo in mezzo alla difesa e Meza (terza presenza in nazionale) nel tridente di trequartisti, mostra tutti i limiti già emersi nell’avvicinamento al mondiale: gioco prevedibile, poco dinamismo, giocatori della vecchia guardia come Di Maria e Mascherano ai limiti dell’immobilismo, difesa traballante, manovra offensiva abulica e totalmente Messi-dipendente. Gli islandesi, alla prima assoluta nel mondiale dopo l’exploit di Euro 2016, rispondono con il poco che hanno a disposizione: fisico e difesa, con linee corte, pressing deciso e ripartenze con palle lunghe.

I primi guizzi sono sudamericani, ma anche i primi svarioni: un lancio lungo sorprende Rojo e lascia Caballero incerto nell’uscita, ma Finnbogason non ne approfitta. Segue un pasticcio in disimpegno ancora firmato Rojo-Caballero che innesca una carambola per Bjarnason, ma l’ex Pescara si divora il vantaggio. Al 19′ l’Argentina passa: Rojo in proiezione offensiva fa un tiro senza pretese, Aguero arpiona il pallona in area e lo trasforma in gol da vero centravanti. Passano solo sei minuti e gli argentini sono di nuovo in difficoltà: palla rimessa dentro e Caballero la recapita con una respinta corta sui piedi di Finnbogason, pareggio. L’Islanda alza il fortino, e Messi e compagni non trovano più la porta nei primi 45′, dove anzi l’occasione più ghiotta è ancora per Finnbogason ma Caballero stavolta risponde bene. All’Argentina resta un tiro alto di Biglia e le proteste per un mani in area.

Niente da segnalare nei primi 20 minuti della ripresa, nonostante l’assoluto dominio territoriale argentino. Al 64′ però Messi premia il taglio dentro di Meza, che va giù in contrasto con Magnusson: rigore (generoso). Leo va dal dischetto ma si fa impnotizzare da Halldrosson. La gloria è per il regista televisivo prestato al calcio, lo stesso che aveva fatto impazzire CR7 e soci nel primo match degli europei francesi (e rischiato di far fuori i suoi negli ottavi di finale, ma contro Hart è difficile sfigurare).

Il tempo per raddrizzarla ci sarebbe anche, ma l’Argentina paga il colpo e continua a creare poco o nulla in avanti: Banega entrato per Biglia telefona a Halldrosson da fuori area, più concretamente ci prova ancora Messi con una conclusione a giro di poco a lato. Intanto Sampaoli si gioca il 22enne Pavon per il fantasma di Di Maria, ed è proprio il gioellino del Boca Juniors che prima prova a rimediare un altro rigore (ci stava), poi con un tiro cross velenoso riesce ad impegnare per l’ultima volta il portiere islandese. Dybala resta fuori, senza voto Higuain (al posto di Meza) nei pochi minuti a sua disposizione.

Livello psicodramma: Over 9000

Croazia-Nigeria 2-0

Andrea Madera

Nella sua breve storia la Croazia aveva vinto all’esordio mondiale soltanto a Francia ’98, quando arrivò terza. Il precedente potrebbe portare bene, ma la squadra di Dalić ha vinto senza convincere, approfittando dell’autorete di Etebo nel primo tempo e della freddezza di Modrić dal dischetto a venti dalla fine.

La formazione croata dalla cintola in su non aveva nulla in comune con le soluzioni adottate nei match precedenti, e si è visto. La coppia di centrocampo formata da Modrić e Rakitić è sembrata abbandonata a se stessa, con i quattro attaccanti troppo lontani. Davanti e dietro ai due creatori di gioco rimaneva troppo spazio scoperto: se la Nigeria fosse stata una squadra in grado di attaccare centralmente (vero Obi Mikel?), dopo il primo tempo i croati avrebbero avuto ricordi molto peggiori rispetto al giallo di Rakitić e a qualche minuto di affanno. Nell’intervallo Rohr ha spostato Obi Mikel e Ndidi ai lati della coppia centrale croata per approfittare delle praterie lasciate libere dai balcanici, ma Dalić è corso ai ripari inserendo Brozović per Kramarić e riequilibrando lo spartito.

La Croazia deve ringraziare Mandzukić, che ha propiziato il vantaggio colpendo di testa sugli sviluppi di un angolo e poi si è procurato il rigore grazie all’ingenuità di Ekong, ma che il primo tiro in porta su azione sia arrivato dopo 92 minuti è preoccupante. Le Super Eagles, squadra più giovane del Mondiale, devono fare qualcosa in più che sperare in un contropiede o dare il pallone a Moses sulla fascia sperando in una sua invenzione nell’uno vs uno.

Livello psicodramma: 20%.

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