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Nel mondo del calcio ci sono, o almeno ci dovrebbero essere, alcuni nomi che mettono d’accordo tutti. Calciatori che incantano, che appena entrano in possesso del pallone riescono a generare un moto di ammirazione completo, unanime. In questo senso, la partita di ieri sera di Luka Modric è quanto di meglio si possa chiedere al calcio. Il numero 10 e capitano della Croazia che ha affossato in modo fragoroso, stordente, ciò che è rimasto di una nazionale un tempo conosciuta come Argentina, è all’ennesima dimostrazione di manifesta superiorità tecnica in un grande torneo. Non bastassero le Champions ammassate in bacheca a Madrid con il ruolo da uomo-chiave e assoluto protagonista dei Blancos, ieri il Maestro croato ha voluto rendere manifesta la materia stellare di cui è composto il suo calcio.

Modric è arrivato alla manifestazione calcistica più seguita e affascinante al mondo tirato a lucido, in condizioni psico-fisiche invidiabili nonostante il logorio di una stagione da 60 partite e una carta d’identità che recita 33 anni. Il suo stile di gioco unico, così sciolto e naturale che fa sembrare semplice ogni giocata proposta – dall’appoggio più banale al lancio più complesso – è qualcosa che sta tracimando la dimensione del terreno di gioco per imporsi come un inno alla qualità tecnica del calcio: un nuovo standard che segna lo zeitgeist contemporaneo, elevandosi a termine di paragone apicale per i centrocampisti prossimi venturi. Un po’ come successe a Zidane nel 2006, capace di un Mondiale semplicemente fuori scala a 34 anni, suggellato da una singola prestazione passata alla storia – quella nei quarti contro il Brasile – che gli valse la qualifica di “the finest player we’ve ever seen in the modern era” da parte della BBC in diretta tv.

Con le dovute proporzioni – tangibili soprattutto a livello di trofei vinti con la propria nazionale – Modric si è inserito, de facto, nella scia di questi fuoriclasse: come il 33enne Pirlo agli Europei di sei anni fa. Il capitano della Croazia, centrocampista conosciuto in ogni sua qualità e caratteristica, continua a stupire e a generare un terremoto social e mediatico di ovazioni, riconoscimenti e pura ammirazione. La sua capacità quasi ultraterrena di piegare elegantemente la partita al suo spartito, alle sue intuizioni, al suo ritmo, capace di imporre accelerazioni violente o dilatazioni morbide ai tempi e agli spazi di gioco e di trascinare con sé l’intera squadra è qualcosa di rarissimo ed inusuale.

Pronti-via, e far collassare lo schieramento avversario palla al piede come se fosse una montagna di pannacotta.

I suoi controlli irreali in spazi congestionati, la sua invulnerabilità ad ogni forma di pressing o copertura delle linee di passaggio, è materia da studiare, da metabolizzare e da applaudire in un calcio sempre più analizzato e vivisezionato in tutte le sue componenti tattiche e tecniche. Modric, più che giocare, professa calcio dall’alto di una cattedra concessa a pochi giganti. Come una forma di intelligenza superiore.

Controllo, sterzata, controsterzata a palla ferma, tocco preparatorio, Otamendi in cura psichiatrica, e poi capolavoro d’interno che suona come una sinfonia pastorale. 

Chiunque ami il calcio, inteso nell’accezione più pura e primigenia: manifestazione semplice di talenti e intelligenze complesse, non può restare indifferente davanti al Mondiale di Modric, Patrimonio Unesco del perfetto centrocampista, o sarebbe meglio dire del giocatore totale: regista, trequartista, rifinitore, risolutore, leader calmo e carismatico, palleggiatore, architetto, pensatore e artigiano. Modric, come solo gli eletti, sta elevando il livello del Mondiale in Russia da solo, rendendolo una manifestazione da ricordare, di quelle che tra una ventina di anni ricorderemo come il Mondiale dove, finalmente, ha ottenuto quella forma di riverenza e riconoscimento personale che nel Real Madrid gli è parzialmente preclusa a causa della convivenza con altri marziani prestati al gioco (e soprattutto di un cannibale che fagocita chiunque gli graviti intorno).

Modric, con la partita di ieri sera, ha lasciato l’impressione che per questa Croazia che conta sul suo apporto e su quello di un Rakitic deluxe a centrocampo, nulla possa essere davvero proibito in un Mondiale che sembra non avere padroni, almeno non ancora, anche perché i due padroni del centrocampo dei Vatreni sembrano aver raggiunto un livello di intesa, complementarietà e capacità di dominio tecnico del gioco simile a quello espresso in tempi recenti dal duo Xavi-Iniesta, seppur con caratteristiche differenti. Il suo calcio balcanico fatto di assoluta padronanza tecnica, pennellate espressioniste con l’esterno del piede, conduzioni palla al limite delle possibilità umane, abilità luciferina nel trovare i corridoi di gioco, regalare la pausa di gioco al momento giusto, consolidare il possesso e guadagnare metri oltre le linee avversarie giocando palla a terra con soluzioni talmente intelligenti e al contempo semplici da apparire artefatte, è ormai merce irrinunciabile per gli occhi di chiunque stia seguendo il Mondiale: ormai ridotto a spettatore-tossico da Modric dipendenza. Per una volta, non mi addentro neanche nelle statistiche e nei report della sua partita contro l’Argentina: già so che i passaggi chiave saranno numerosissimi, già so che la pass accuracy si avvicinerà a livelli disumani, così come le chance create e gli intercetti effettuati.

Il magnifico rettore del gioco visto da Sarita.

Quello che stavolta conta sono sensazioni più profonde e viscerali come la bellezza intrinseca del gesto, la finezza nelle scelte, la sua “ardente pazienza” – quella che Pablo Neruda pone come condizione necessaria e indispensabile per “il raggiungimento di una splendida felicità” in Lentamente Muore. Dopo ieri sera, con l’ultimo chiodo piantato sulla bara del cadavere albiceleste grazie ad un gol di una magnificenza classica, Modric ha definitivamente rubato la scena davanti al #10 più atteso e talentuoso, gridando al mondo la sua quieta eccezionalità e ammantando di poetica ogni ricamo, ogni decision-making, ogni passaggio, ogni controllo orientato, ogni lancio, ogni dribbling. E non importa come finirà il Mondiale la sua Croazia: perché Modric non sa soltanto giocare meravigliosamente a calcio, da ieri Modric è la dimostrazione plastica di ogni cosa bella del gioco del calcio.