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Il Mondiale in Russia continua a regalare spunti di riflessione e sorprese (a proposito: ciao Roja e ciao tikinaccio, non ci mancherete) mettendo sul piatto un roster di nazionali eterogeneo – e in buona parte inaspettato – a giocarsi i quarti di finale. Abbiamo cercato di affrontare i temi principali delle quattro sfide che segneranno il weekend.

Uruguay – Francia

di Leonardo Capanni

67% dei tiri in porta convertiti in gol, 0,59 xG prodotti per due gol segnati, 83% pass accuracy, 100% lanci andati a buon fine, 75% dribbling riusciti, 15 duelli su 25 vinti, 4 palle recuperate nella metà campo avversaria. Il tutto in 81 minuti di gioco. Prendete questi numeri monstre (via Wyscout) e cancellateli con un colpo di cimosa: la straordinaria efficacia e importanza di Edinson Cavani non farà parte del quarto di finale tra Uruguay e Francia. Un colpo potenzialmente devastante per la Celeste e un colpo di fortuna incredibile – non il primo – per Didier Deschamps. Se Napoleone è passato alla storia per l’usanza di scegliere i propri generali basandosi sulla buona sorte di questi, in tal caso Deschamps sarebbe probabilmente finito in pianta stabile dalle parti del comando supremo transalpino. E come spiega con voce fuori campo un disincantato Woody Allen in uno dei migliori thriller/noir degli anni zero: “La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare avanti o tornare indietro: con un po’ di fortuna va oltre, e allora si vince. Oppure no, e in quel caso si perde.”

Tutto questo per sottolineare che Uruguay-Francia non potrà giocoforza essere la stessa senza El Matador, l’assenza più ingombrante e penalizzante che in questo momento potesse pesare sulle spalle di un paese orgoglioso, e di un gruppo che sta andando oltre i propri limiti, grazie anche all’approccio e alla meravigliosa determinazione del suo allenatore. La Francia, al contrario, sembra aver liberato quelle energie tecniche e atletiche che, fino all’incrocio con l’Argentina, teneva chiuse in un caveau non riuscendo a trovare la giusta combinazione per l’apertura. La partita di Niznij Novgorod, ad ogni modo, fornirà una serissima candidata per l’approdo in finale.

Analizzando le possibili chiavi tattiche del match c’è solo da capire quanto la Francia vista con un’Argentina allo sbando – che ha comunque incassato 3 gol, pur nella casualità con cui questi sono avvenuti – sia un prodotto maturato strada facendo e quanto sia, al contrario, materiale gonfiato da un avversario tatticamente ai limiti della decenza. È questa la rete su cui filosofeggia Woody Allen: se l’Uruguay, ormai stabilmente schierato con un centrocampo a rombo con Bentancur falso trequartista, riuscisse a incanalare la partita nel contesto che gli è congeniale asfissiando le linee di passaggio e togliendo ogni forma di profondità ai Bleus, allora la Francia si troverà davanti un ostacolo difficile, scomodissimo, che rischierebbe di fiaccare le poche certezze che i Galletti hanno messo in mostra quando devono gestire la palla e i ritmi di gioco.

Avere dalla propria parte uno con questa velocità di pensiero e d’esecuzione in alcune situazioni di gioco, è un po’ come cucinare con la panna: facilita enormemente tutto.

Stuani, però, non è Cavani e l’intero peso offensivo Celeste rischia seriamente di gravare sulle spalle larghe – e sulla tenuta mentale balbettante – di Suarez. Perciò credo che, mai come in questo quarto di finale, le palle inattive saranno un’arma fondamentale per le chance uruguaiane. Un Godin decisivo? Sarebbe perfino troppo epico: troppa garra charrua e conseguente retorica spiccia sui media; stavolta, però, è uno scenario da tenere in considerazione. Le chance di semifinale di Deschamps si giocheranno, specularmente, sulla capacità di generare un possesso svelto, un giropalla pulito, che sappia innescare le frecce – e il missile termonucleare Mbappé – pronte a regalare superiorità numerica alla trequarti francese tra le linee nell’ultimo terzo di campo e, in fase di non possesso, nella capacità dei suoi centrali di riuscire ad assorbire al meglio la profondità alle proprie spalle, che inevitabilmente verrà concessa a Suarez e Stuani.

In definitiva i favori pendono verso il fortunato generale Deschamps, ma il Maestro Tabarez potrebbe rivelarsi un comandante molto più coriaceo del previsto nel cucire il piano-gara su misura per i Galletti, evidenziandone anzitutto quei difetti strutturali che l’ottavo contro Sampaoli & co. ha momentaneamente oscurato. Previsione: pareggio nei 90 minuti.

Brasile – Belgio

di Paolo Stradaioli

Se è vero che il Brasile è dato vincente da quasi tutti i siti di scommesse, è altrettanto vero che da quando questa generazione belga ha preso possesso della nazionale, è diventato difficile escludere i Diavoli Rossi dal novero delle favorite. La squadra di Roberto Martinez, tuttavia, ha dato prova di quanto gap psicologico ci sia da colmare tra una superpotenza storica del calcio e una novella pretendente al trono. Contro il Giappone si è rivista la sindrome del braccino che ha caratterizzato il Belgio negli ultimi anni; soltanto l’harakiri nipponico ha permesso di evitare i supplementari e lo psicodramma.

Poi chiaro, serve qualcuno come De Bruyne che guidi il contropiede e un gesto da aristocrazia calcistica di Lukaku.

Di contro il Brasile ha mostrato il suo vestito migliore contro il Messico, studiando l’avversario nel primo tempo e alzando il regime di giri nel secondo. Quella di Tite è probabilmente la miglior rappresentativa verde-oro degli ultimi dieci anni e il peso delle aspettative non sembra turbare una squadra che, per talento ed organizzazione, si è dimostrata la migliore del torneo. Il Brasile sembra il perfetto cocktail tra genio e raziocinio, apollineo e dionisiaco, la granitica presenza di Miranda e Thiago Silva mescolata con l’irriverenza di Neymar, che contro il Messico ha mostrato un pattern di soluzioni offensive degne dei suoi predecessori brasiliani.

Appena un gol subito e 19,3 conclusioni tentate a partita (miglior dato tra le restanti in corsa), la commistione perfetta tra esaltazione del singolo in transizione e costruzione del gol in fasi di gioco posizionale: il Brasile sembra davvero pronto per vendicare l’onta di quattro anni fa e il Belgio dovrà giocare una partita praticamente perfetta per andare in semifinale.

O’Ney punta il diretto avversario poi converge e attira tre uomini sul pallone. Il resto lo fa la falcata di Willian, con il 10 che legge magnificamente la situazione e non manca l’appuntamento con il gol.

La squadra di Martinez dovrà sfruttare l’assetto ultra offensivo dei terzini verdeoro (a maggior ragione con il ritorno di Marcelo nell’undici titolare) beneficiando della squalifica di Casemiro, verosimilmente sostituito da Fernandinho, il quale garantisce letture senza palla all’altezza del mediano del Real Madrid ma non ha quel senso della posizione e quel tempismo nell’intervento che permette a Casemiro di equilibrare alla perfeziona la fase difensiva delle squadre per cui gioca. Il Belgio dovrà direzionare il pressing sui portatori di palla meno abili, cercare di recuperare alto e allo stesso tempo essere rapidi nel riposizionarsi, perché altrimenti si viene puniti dalla rapidità con cui i brasiliani riescono ad arrivare in porta; amnesie come quella di Vertonghen che ha portato al gol di Kagawa, non sono ammesse.

In fase di possesso sarà De Bruyne il sorvegliato speciale; il giocatore del City dovrà muoversi di continuo, non finire nei coni d’ombra di Fernandinho e Paulinho e dare continuità alla manovra. Per quanto Lukaku stia disputando un ottimo mondiale sembra difficile che le sue caratteristiche possano mettere in difficoltà la coppia di centrali brasiliana, per questo il rendimento offensivo del Belgio dipenderà da quanto Hazard e Mertens riusciranno a disordinare la linea avversaria, con e senza palla.

Questa è una situazione che il Belgio dovrà esplorare; Hazard a dare ampiezza trova Carrasco nel mezzo spazio, il quale attira il centrale di riferimento e scarica per Mertens con spazio per calciare. Il giocatore del Napoli qui controlla male, ma l’idea rimane convincente.

Dovesse vincere il Brasile, il Belgio avrà sprecato una delle generazioni più talentuose nella sua storia; dovesse vincere il Belgio, per il Brasile sarà la gogna pubblica e un trend negativo che rischia di far sprofondare il movimento. Comunque finirà la sentenza sarà definitiva, come un Mondiale esige.

Svezia – Inghilterra

di Pietro Ronzoni

Alzi la mano chi lo scorso 14 Novembre avrebbe scommesso i classici 2€ sulla Svezia ai quarti di finale. Eppure, al netto di antipatie sportive e non, poco più di sette mesi dopo quel maledetto 0-0 stiamo parlando di una squadra che mal che vada potrà vantarsi di essersi piazzata tra le prime otto al mondo e che resta comunque in corsa per emulare – o addirittura migliorare – il record del ’94, quando Brolin e compagni raggiunsero addirittura le semifinali.

Ma se superare una modesta Svizzera è stato relativamente facile, non bisogna fare l’errore di dimenticarsi che, durante il lungo cammino che li ha portati fin qui, gli uomini di Andersson hanno rispedito a casa Olanda, Italia e Germania. Certo, le prime due vestono ormai l’etichetta delle nobili decadute e la terza non è stata eliminata direttamente sul campo, ma sta di fatto che la Svezia è ancora in corsa, mentre le altre assistono dal divano di casa, popcorn alla mano.

La forza degli scandinavi sta senza ombra di dubbio nella compattezza difensiva, nell’ordine tattico, nella prestanza fisica e nella breve distanza tra i reparti: in fase di non possesso, infatti, si può notare chiaramente un 4-4-2 sempre lineare ed ordinato, con 10 maglie gialle che coprono perfettamente l’ampiezza del campo. Un muro pressoché invalicabile, perforato solamente dai campioni in carica.

Toivonen affida a Forsberg il pallone dell’1-0: Akanji fa il resto

Le ripartenze sono affidate all’unico giocatore di qualità della spedizione russa: è Forsberg che ha il compito di provare ad inventare qualcosa, partendo da sinistra. Altrimenti ecco che il classico “palla lunga e pedalare” subisce una piccola modifica e diventa un “palla alta e saltare”, vendibile anche come un “prima pensiamo a non prenderle e poi speriamo che Berg e Toivonen inventino qualcosa”. E se le due punte non inventano niente, tutti tranquilli: ci pensa capitan Granqvist dal dischetto.

Real Madrid campione d’Europa, Burnley in Europa, Manchester City campione d’Inghilterra e Chelsea 5° in classifica. 2018? No, 1966. Campione del mondo? Inghilterra, per la prima ed unica volta. A chi crede alle coincidenze consigliamo di investire 2€ – quelli che non avete giocato sulla Svezia – sull’Inghilterra campione del mondo, 52 anni dopo l’ultima volta. Gli inglesi sembrano crederci per davvero, tant’è che da giorni il web d’oltremanica è tappezzato di #itscominghome, un hashtag che riprende una vecchia canzone dei The Lightning Seeds e che proietta la nazionale della Regina sul tetto del mondo, alla faccia della scaramanzia.

Scaramanzia, questa sconosciuta

Dalla loro, in realtà, hanno due fattori non trascurabili: il primo è quello di essere finiti – volontariamente o meno – nella parte bassa del tabellone, quella più agevole, scongiurando incontri poco simpatici con Francia, Brasile, Portogallo, Argentina e Belgio, se non in un’ipotetica finale. Il secondo è quello di riuscire – almeno per il momento – a cavalcare l’onda dell’entusiasmo venutosi a creare dopo la vittoria ai rigori contro la Colombia, per la prima volta dopo una maledetta serie di sconfitte dagli undici metri. Una sorta di “ora che abbiamo sfatato il tabù dei rigori, nessuno potrà fermarci”. E se a tutto questo si aggiunge una prima punta carismatica e trascinatrice che trasforma in gol qualsiasi oggetto che transiti nella sua orbita gravitazionale, la strada verso Mosca sembra veramente un po’ più in discesa.

La Svezia è una squadra reattiva e compatta, che produce poco ma che concede ancor meno, proprio come si è visto contro la Svizzera. L’Inghilterra ha nomi sicuramente meno altisonanti delle precedenti generazioni, ma sembra aver trovato la quadratura del cerchio, soprattutto grazie alla concretezza dell’uragano col numero 9 e alla rapidità e alla verticalità dei vari Sterling, Rushford, Alli e Lingard.

In un Mondiale con un minimo di senso logico e privo di continui psicodrammi, l’Inghilterra non avrebbe avuto grossi problemi a sbarazzarsi della Svezia – chiaramente con un 1-0 dal dischetto di Kane – e giocarsi poi un posto in finale contro una tra Russia e Croazia, ma siccome abbiamo capito che questa è una competizione che spesso sfugge a qualsiasi logica, forse quei famosi 2€ fareste bene a scommetterli su di una goleada svedese.

Russia – Croazia

di Alberto Mapelli

Quando al 116′ Luka Modric si faceva ipnotizzare da Kasper Schmeichel, tutto sembrava portarci ad un clamoroso quarto di finale tra la Danimarca e la Russia, qualificatesi ai danni delle ben più quotate Spagna e Croazia. Poi Subasic ha deciso che di miracolo sportivo bastava quello dei padroni di casa e ha deciso di trascinare la Croazia oltre i fantasmi danesi, smettendo di far arrovellare un paese intero su un rebus più complicato del previsto.

La Croazia si presenta al terzultimo atto di questa Coppa del Mondo con i favori del pronostico, una situazione che sta diventando scomoda per chiunque. Il filone narrativo che seguirà la partita pare già delineato: Croazia costretta a fare ciò che non ama fare – controllare costantemente la palla e il ritmo – contro una selezione in grado di annullare o quantomeno ridurre il vantaggio fisico con cui la Croazia ha brutalizzato il suo girone. Una partita che sembra quindi ricalcare le orme della battaglia di 120 minuti appena terminata contro la Danimarca, un avversario che si è rivelato tutt’altro che accessibile per la selezione croata. Se alla Russia mancheranno giocatori dal respiro internazionale come Eriksen e Poulsen, la selezione del presidentissimo Putin avrà dalla sua la spinta di un pubblico che dal non crederci più di tanto è passato alla modalità “armata rossa”, per spingere i suoi verso un’ulteriore impresa dopo la clamorosa eliminazione della Spagna.

Probabilmente sarà una partita giocata in attesa da entrambe le squadre, molto più attente a non mettersi in una brutta situazione piuttosto che a cercare spasmodicamente il gol. La Croazia, però, potrebbe riproporre quelle folate di pressing offensivo puntando sulla macchinosità dei centrali russi, tutt’altro che a loro agio nel gestire sapientemente quella cosa rotonda che rotola. L’altra faccia della moneta è rappresentata dal rischio di esporsi alle transizioni di Golovin e dell’ariete Dzyuba, i due uomini rappresentativi dell’attacco russo con Cheryshev. Come sempre la vena offensiva croata si poggerà sulle spalle di Modric, Rakitic e Perisic, apparso però con la spia della riserva accesa. Questi tre sono gli uomini chiamati a tirare fuori il coniglio dal cilindro per creare pericoli in un attacco che non brilla per vastità di soluzioni offensive. La sorpresa può continuare ad essere Ante Rebic, in assoluto uno dei giocatori con il rendimento migliore della competizione rispetto alle aspettative. L’ex Fiorentina è apparso il migliore, fisicamente parlando, della selezione croata.

Pronostico: vittoria croata di misura con un golletto negli ultimi 10 minuti dei regolamentari. Quello che ci stanno insegnando questi Mondiali, però, è di non perdere mai di vista lo psicodrammometro…