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Nella carriera di un giocatore, specialmente di uno che porta sulle spalle gli oneri e gli onori di una maglia che non sarà mai come le altre – la #10 – esistono partite che segnano lo scarto tra il talento presunto e il giocatore compiuto, quello che si eleva arrivando ad un livello superiore, “altro”. La partita di ieri sera tra Belgio e Brasile rappresentava il palcoscenico ideale per l’ascesa definitiva di un numero 10 costantemente tallonato dalla luce ad occhio di bue che si concede ai grandi attori protagonisti, ai mattatori teatrali: Neymar, per una sommatoria di motivi mediatici e tecnici era chiamato allo strappo definitivo per traghettare la nazionale favorita verso la vittoria di un Mondiale atteso da 16 anni. Tutto quello che ci si poteva aspettare da O’ Ney, però, è stato fatto dall’altro numero 10: Eden Hazard.

15 secondi. Un concentrato di tempo in cui Hazard devasta i Pentacampioni.

Il belga si è reso protagonista di una prestazione monstre, trascinando i compagni verso un traguardo storico, la semifinale contro la Francia, e, soprattutto nel secondo tempo, caricandosi sulle spalle responsabilità e giocate che hanno riempito gli occhi del pubblico. Da ieri il trequartista del Chelsea si è insomma elevato dallo status vivendi di potenziale campione per evolversi in giocatore finalmente compiuto ai massimi livelli. La sua partita più che una prestazione perfetta è stata uno show di abilità tecniche, skills palla al piede, fiducia nei propri mezzi, tenuta atletica e forza mentale che si riconosce solo ai grandi interpreti del gioco nei momenti decisivi per un intero collettivo e, di riflesso, per un intero paese sospeso davanti agli schermi televisivi.

Forse abbiamo sottostimato Eden Hazard: un numero 10 che da qualche anno sta mostrando con continuità un mix di abilità tecniche ed atletiche di base non comuni, ma che ha mancato il salto decisivo, quella condizione esistenziale per cui l’istantanea dei ricordi e dei giudizi balla tra giocatore divertente ed abilissimo e l’ennesimo talento che non è riuscito a scalare la cima per marcare un segno tangibile del proprio passaggio. Nel quarto di finale di Kazan, però, Hazard ha generato l’impressione di un giocatore al massimo delle proprie potenzialità, sostanzialmente ingiocabile per gli avversari e che, oltre alle giocate da urlo sul campo, ha lasciato dietro di sé una scia di onnipotenza. Sensazione suffragata anche dai numeri prodotti nei 96 minuti trascorsi in campo.

Le stelle sono i dribbling tentati e completati. Ovunque e comunque.

Il numero 10 dei Diavoli Rossi ha tentato dieci dribbling, effettuandone con successo dieci. Un tasso del 100% di riuscita: non succedeva in una partita dei Mondiali dal 1966. Senza gol o assist resta a suo modo una prestazione storica, seppur nella specificità che la statistica richiama ma forse, proprio per la natura di questa, rende esattamente la condizione di dominio che il belga ha esercitato sulla Seleçao oscurando con la sua luce le altre stelle brasiliane. Senza la necessità di strafare o di ricercare ossessivamente il ricamo, l’orpello bizantino, la spettacolarità spinta all’ossimoro come invece è uso e costume all’ombra del Corcovado. La sua forza e la sua estetica di gioco sono un inno all’efficacia, all’essenzialità e alla padronanza nel gesto tecnico palla al piede. Quella di Hazard è manifestazione pura di un calcio di scuola europea, un gioco evoluto, moderno, completo, che oggi raccoglie – finalmente – i frutti di una generazione d’oro fin troppo attesa e forse sovrastimata ai tempi del Mondiale in Brasile.

Può bastare? O devo anche spicciarti casa?

In Hazard non c’è il guilty pleasure della beffa all’avversario, non vive il gusto per lo scherno tipico di alcuni pari-ruolo sudamericani, non c’è l’aura del giocoliere dribblomane pronto a fare sfoggio del proprio ego in favore di telecamera. Hazard è manifestazione diretta di intelligenza e applicazione tattica innestate su capacità tecniche innate. Il suo stile di gioco fatto di accelerazioni spacca-linee e conduzioni palla portate con la stessa leggerezza di una piuma d’oca sospesa nel vento, è materiale che ha riempito il ricordo di un Mondiale anomalo, sorprendente, che sembra voler riscrivere la geografia del pallone spazzando via ogni certezza pregressa.

Il belga ha letteralmente passeggiato su un Brasile che nel secondo tempo ha cercato in ogni modo di ribaltare una sentenza clamorosa, ma che si è dovuto scontrare dapprima con un Lukaku formato Tir lanciato in corsa (a proposito: che Mondiale sta facendo?), poi su un De Bruyne sopraffino e su un Courtois che ha ricordato il Buffon versione 2006 al Westfalenstadion e, infine, sulle giocate di un Hazard incontenibile: col passare dei minuti e con l’aumentare di pressione e stanchezza fisica, l’ala di Hainaut ha sfoderato il meglio del suo repertorio, agendo addirittura in una posizione inconsueta come quella da prima punta.

La mappa delle posizioni medie e dei passaggi tra i giocatori del Belgio.

Hazard, insieme a De Bruyne, è il moltiplicatore associativo delle possibilità dei Diavoli Rossi: un centro nevralgico che connette interi reparti: dagli appoggi in costruzione bassa dei centrali difensivi alle transizioni offensive giocate a velocità supersoniche con Lukaku e il numero 7. Un giocatore offensivo all-round, totale, che pare aver capito perfettamente quali e quanti siano i punti di forza del suo gioco, facendo leva su questi per piegare la partita alla sua volontà di vittoria; guadagnandosi, inoltre, una meritata fascia di capitano.

Negli ultimi dieci minuti di gioco, come attaccante di riferimento, la quota di devastazione di Hazard sul Brasile raggiunge gli stessi livelli del napalm in Apocalypse Now.

Se il Mondiale in Russia si stava prefigurando come un passaggio di consegne tra generazioni e, più in generale, fotografava idealmente la transizione dalle nazionali dominanti con un calcio egemonizzato dai principi del juego de posicion, tipico di Germania e Spagna, verso un modello più reattivo, diretto e all’immediata ricerca della verticalità, quella di Hazard, contro l’avversario epico per antonomasia, è una prestazione che assume i crismi dell’ascensione. Passeggiare sul Brasile in un Mondiale equivale a ricevere un bacio accademico nell’Università del calcio.

Un nuovo numero dieci, in assenza dei due grandi cannibali che hanno sequestrato l’ultimo decennio di calcio relegandolo ad una sorta di duello infinito, ha prepotentemente inserito la sua figura al centro del palcoscenico mondiale insieme a pochissimi altri eletti. È un colpo di scena che promette un nuovo, affascinante atto già da martedì prossimo.