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Sarà Francia-Croazia l’inedita finale di questo mondiale russo che non ha risparmiato sorprese. Ecco come sono andate le semifinali, nel nostro consueto recap sempre più ad alto tasso di psicodramma.

FRANCIA-BELGIO

di Pietro Ronzoni

In un Mondiale “mangia-grandi”, dove partire coi favori dei pronostici è valso poco o nulla, solo la Francia ha tenuto fede alle aspettative, arrivando a giocarsi la finale contro il Belgio della generazione d’oro, che dal canto suo doveva dare un segnale di collettività, dimostrando di essere squadra e gruppo, non solo un elenco di singoli dal curriculum stellare. Francia-Belgio, un derby in semifinale.

Dopo la semi-rivoluzione tattica con la quale ha imbavagliato il centrocampo verdeoro, Martinez si è inventato qualcosa di nuovo per fronteggiare la squalifica di Meunier. I Diavoli Rossi scendono in campo con uno strano 3-4-3: in fase di non possesso Chadli – spostato sulla fascia destra – scivola sulla linea dei difensori, ricoprendo l’insolito ruolo di terzino, mentre in fase offensiva supporta l’azione di De Bruyne; quello che ha fatto contro il Brasile, ma sulla corsia opposta. L’altra mossa tattica di Martinez è quella mettere Fellaini su Pogba, qualche metro davanti a Witsel e Dembelé, salvo poi spostarlo sulla sinistra nel secondo tempo, quando capisce che tanto, per fermare il francese, non basterebbero nemmeno un paio di manette alle caviglie. Deschamps, invece, cambia poco o nulla, fedele al suo 4-2-3-1, col prezioso rientro di Matuidi nel ruolo di equilibratore del gioco dei Bleus.

La prima frazione di gara è tinteggiata di rosso, con qualche tocco di giallo. In realtà ogni tatticismo lascia il tempo che trova quando in squadra si ha un giocatore con numeri assurdi come Eden Hazard: a fine primo tempo, infatti, tra le sue statistiche si registrano 23/23 passaggi riusciti e 6/6 duelli vinti. È proprio il folletto della Vallonia a sfiorare il vantaggio con un destro secco deviato in angolo dalla testa di Varane, mentre tre minuti più tardi Lloris compie un miracolo parando un mancino a botta sicura di Alderweireld, con uno dei salvataggi più belli della competizione: la Francia è alle corde.

Hazard conferma di attraversare uno stato di forma psicofisico esageratamente folle quando dalla linea di centrocampo – chiaramente largo a sinistra – parte a testa bassa, puntando l’area avversaria: prima respinge prepotentemente un tentativo di tackle di Pavard e 40 metri dopo se ne va in mezzo a Pogba e lo stesso Pavard con una rapidità ed una lucidità disarmanti; peccato che si trascini il pallone oltre la linea di fondo. Il belga ha giocato un mondiale decisamente superlativo: corsa, precisione, potenza e personalità da vendere. L’Eden Hazard che abbiamo ammirato in Russia è con ogni probabilità il migliore di sempre e se dovesse continuare su questi standard si avvicinerebbe – e non poco – a quei due là in alto.

Frequenza di passo vertiginosa, baricentro basso ed un’impressionante forza nelle gambe

Il Belgio continua a spingere ed il vantaggio sembra dietro l’angolo, ma la Francia attutisce colpo su colpo, soffre e progressivamente si riprende, dimostrando una maturità sorprendente. Kanté torna ad intercettare qualsiasi cosa transiti dalle sue parti, ripulendo una marea di palloni che poi Pogba trasforma in oro per i compagni del reparto avanzato.

Poco prima dell’intervallo suona il primo campanello d’allarme per la difesa belga, quando Courtois devia in angolo un tiro di Pavard con un’uscita da portiere di hockey. Quando suona il secondo è troppo tardi: Umtiti anticipa Fellaini con un perfetto terzo tempo ed insacca di testa un calcio d’angolo battuto col contagiri da Griezmann, per l’1-0 dei Transalpini. La Francia ha stravolto l’andamento della partita e dopo il vantaggio è in completo controllo del match: ne è la prova il doppio tacco col quale Mbappé mette in porta Giroud e fa definitivamente girare la testa ai difensori avversari: roba da leccarsi i baffi.

Hop, hop: magie!

La Francia, però, non la chiude così Martinez decide di aumentare la trazione offensiva, inserendo Carrasco e Mertens. La capocciata con la quale Fellaini prova a deviare in rete un bel cross tagliato dell’esterno del Napoli ed una potente – ma centrale – botta da fuori di Witsel sono gli unici sterili tentativi di riaprire la partita da parte di un Belgio che a pochi secondi dalla fine rischia addirittura di subire il 2-0, ma Courtois si supera ancora una volta e dice di no a Tolisso.

Dopo aver “conquistato” Australia, Perù, Danimarca, Argentina, Uruguay e Belgio, la Francia è arrivata alla battaglia finale nella sua personale partita a Risiko. Ma se nel famoso gioco da tavolo gran parte del successo è figlio della fortuna, questa finale i francesi se la sono meritata sul campo, uscendo a testa alta dalla parte più complicata del tabellone grazie ad un’estrema dose di talento, ad una buona organizzazione ed una consapevolezza nei propri mezzi maturata poco alla volta. L’ultimo territorio da conquistare è la Croazia, proprio come vent’anni fa: la gloria eterna dista solamente un lancio di dadi.

INGHILTERRA – CROAZIA

di Gianluca Lorenzoni

Il 30 giugno 1966, data dell’ultimo flirt dell’Inghilterra con una finale mondiale, al n.1 delle chart britanniche troviamo “Paperback writer” dei Beatles. La voce di McCartney accompagnata dal riff semplice e preciso di Harrison racconta delle aspirazioni di uno scrittore in cerca di editori per il suo romanzo tascabile, costato anni di fatiche. Così il novelist Gareth Southgate, che ha dovuto convivere con il peso del rigore sbagliato nell’ultima semifinale giocata dai Leoni nell’Europeo di casa contro la Germania e ventidue anni dopo è arrivato ad un passo dal prendersi la più grande delle rivincite, ha tentato di emergere con un romanzo lineare ma abbastanza convincente e moderno il giusto al quale peró è mancato un ultimo capitolo per diventare un best seller. Un’edizione economica, perché la qualità della carta non era proprio di primissima scelta, ma dai contenuti chiari e coerenti. Eppure, ancora una volta, gli inglesi si ritrovano tra le mani soltanto la solita risposta precompilata, un “vi faremo sapere” che sa di bocciatura, firmato a questo giro Perisic&Mandzukic.

Per settanta minuti il plot dell’incontro si stava rivelando fin troppo prevedibile, con i Leoni in vantaggio grazie all’ennesimo calcio piazzato, la punizione perfetta di Kieran Trippier, il più inglese degli inglesi con quella faccia, uno che non è così fuori luogo immaginare davanti ad un bancone di un pub con una pinta d’ordinanza in mano e un paio già in corpo, e una Croazia in debito di idee e soprattutto ossigeno dopo le fatiche di due supplementari consecutivi. La prima svolta arriva quando Kane si divora il raddoppio davanti a Subasic, centrando prima il portiere e poi il palo, tenendo in vita una squadra che sembrava sul punto di concedere la resa.

È la grande occasione per una squadra che durante tutto il mondiale ha dimostrato di non avere soluzioni offensive appropriate oltre ai soliti calci piazzati, tanto che il pericolo più grande per i croati da qui in avanti sarà un colpo di testa di Stones salvato sulla linea da Vrsaljko, manco a dirlo su corner. Il rovescio della medaglia è però la solidità del 3-5-2 ormai da recitare a memoria di Southgate, con Maguire e Stones insuperabili e una catena di destra affiatata con Lingard e soprattutto Trippier che trovano spesso sbocchi dalle parti di un impresentabile Strinic. Anche il lancio lungo per sfruttare la velocità di Sterling crea qualche problema agli statici centrali croati, ma al solito il giamaicano è bravissimo a farsi trovare quanto inconcludente.

Gli errori di precisione, anche di gente insospettabile come Modric e Rakitic, disegnano una partita spigolosa, spezzettata, poco spettacolare, con gli inglesi che provano a gestire con relativa tranquillità. I croati provano ad affidarsi alle sponde di Mandzukic, in difficoltà contro il miglior colpitore di testa del mondiale, e alle iniziative estemporanee di Rebic. Ad Hyde Park, al gol di Trippier, una nuvola di birra si è alzata sopra la folla e si calcola che in un istante siano state gettate al vento diecimila sterline. Similmente l’Inghilterra dissipa in un attimo tutto quello che aveva costruito fin lì.

A metà ripresa arriva il pari di Perisic che con un colpo volante à-la Ibra umilia Walker e annebbia le menti degli undici in maglia bianca. Come già successo con la Colombia le sicurezze inglesi evaporano, e anche un semplice retropassaggio al portiere inizia ad assumere contorni drammatici. Dalic alza leggermente Modric a destra, Brozovic come perno centrale inizia a carburare me è soprattutto Perisic ad alzare il livello, diventando un villain con poteri quasi sovrannaturali ai quali è impossibile trovare contromisure per i difensori britannici. L’esterno dell’Inter diventa imprendibile, strappa, svaria, surclassa fisicamente e tecnicamente chiunque si trovi davanti e solo il palo evita (o rimanda, vedete voi) lo psicodramma a Kane e soci.

Per la terza volta su tre la Croazia arriva al supplementare. Le squadre si allungano inevitabilmente senza che gli ingressi di Rashford e Rose portino risultati apprezzabili. È invece Mandzukic a sprecare il match point trovando in Pickford, sempre provvidenziale, un ostacolo insuperabile. Nell’occasione prende anche una botta, resta a terra, sembra non farcela. E invece, alla fine si rialza e nel secondo supplementare fulmina Stones e Walker con un movimento rapace su sponda del solito Perisic.

La Croazia è in finale per la prima volta, dopo una gara solida ma poco brillante: il peso del paragone di questa generazione talentuosa con quella degli anni ’90 dei Suker e Boban può dirsi finalmente superato. Adesso la Francia, vent’ anni dopo l’unica sconfitta nelle fasi ad eliminazione diretta di un mondiale.  C’è di buono che Thuram ha smesso da un pezzo e che delle esordienti in finale soltanto l’Olanda ’74 non ha poi alzato la Coppa (ultimi casi: Francia e Spagna).

Il football invece non è tornato a casa, l’Inghilterra sì, come di consueto. Non si può però trascurare il lavoro di Southgate, che è riuscito a discostarsi dalla ferrea e controproducente tradizione inglese, arrivando ad una semifinale che mancava dal ’90. Difficile pretendere di più da un gruppo giovane, con ampi margini di miglioramento, ma ancora in debito di talento e personalità. Non c’è ancora trippier per gatti. O per i leoni, fa lo stesso.