10 min read

Danijel Subasic, detto Suba, in Croazia è un eroe. Dopo i tre rigori neutralizzati agli ottavi contro la Danimarca, l’estremo difensore del Monaco si è esaltato ancora nei quarti contro la Russia. Un problema muscolare a due minuti dal termine dei regolamentari stava per costringerlo a uscire, ma Suba ha stretto i denti fino alla fine, quando ha intercettato il primo rigore calciato (malissimo) da Smolov e ipnotizzato Mario Fernandes. Con quattro parate sui tiri dagli undici metri, Suba ha eguagliato il record di rigori respinti in un Mondiale, stabilito da Harald Schumacher e Sergio Goycoechea. Già a Euro 2016 si era fatto notare fermando Sergio Ramos, stavolta si è superato.

Chissà se Suba era ancora nello spogliatoio dopo la semifinale, mentre Vida festeggiava gridando “gloria all’Ucraina” (sarà poi fischiato dai russi contro l’Inghilterra), ma soprattutto “Belgrado brucia, oppure dopo la partita contro l’Argentina, mentre Lovren e Vrsaljko cantavano allegri la canzone Bojna Čavoglave di Marko Perović (conosciuto come Thompson, modello di mitra a cui deve il suo nome di battaglia).

 

Nel testo, composto da Perović in una taverna durante la guerra in ex Jugoslavia, si inneggia al patriottismo con cori ustascia e ci si rivolge ai serbi con disprezzo. Il background di Lovren, che nel conflitto ha perso dei parenti ed è stato costretto a fuggire in Germania per sopravvivere, è simile a quello di altri suoi compagni, mentre la storia di Subašić fa eccezione.

Il padre è serbo e ortodosso, la madre croata e cattolica. Nel maggio 1991 a Zara, la città dove è nato sette anni prima, il piccolo Suba guarda fuori dalla finestra e vede i suoi concittadini che distruggono le vetrine dei negozi che appartengono a chi è serbo, come suo padre Jovo.

A settembre, all’inizio della scuola, qualcuno gli aveva detto che era colpa sua se le granate cadevano sulla città, se i nemici sparavano sulla popolazione dai villaggi circostanti. Di notte non riusciva a dormire, tormentato dal rumore delle bombe che esplodevano davanti alle case di persone il cui padre si chiamava come il suo, oppure Milutin, Dušan, Uros o Svezotar. Nomi tipicamente serbi, difficili da portare se i vicini di casa sono tuoi nemici. Fino a quando la Jugoslavia di Tito era rimasta unita, nessuno aveva mai fatto notare al padre la sua ‘diversità’, durante la guerra era diventato impossibile nasconderla.

La carriera di Suba inizia allo NK Zadar, la squadra della sua città. Condivide il campo di gioco con altri bambini che cercano di dimenticare gli orrori della guerra rincorrendo un pallone. Tra gli sfollati rifugiatisi a Zara c’è anche un piccoletto smunto che gli regalerà grandi gioie qualche anno dopo: il suo nome è Luka Modrić.

Nel 2002, tornano i fantasmi della guerra. Suba ha iniziato a uscire con una studentessa, Antonija. Sembra una storia d’amore come tante altre, ma il padre della giovane non la pensa così. Arriva perfino a minacciare di sgozzare la figlia, colpevole di aver mostrato interesse per un mezzo serbo. L’intervento della polizia calma i bollenti spiriti del futuro suocero, per Suba però non è un momento facile. Anche con lo Zadar le cose non vanno, nel 2006 si trova costretto a denunciare il padre-padrone della squadra Reno Sinovčić, che lo minacciava affinché si decidesse a rinnovare il contratto. Nonostante sia croato e cattolico, qualcuno lo incolpa anche di questo e gli ricorda le sue origini. Suba soffre in silenzio, taciturno com’è, e va avanti.

Nel 2008, la tragedia che lo segnerà per sempre. Il suo amico e compagno di squadra, Hrvoje Čustić, dopo un contrasto a centrocampo, si sbilancia e cade sbattendo la testa su un muretto di cemento a pochi metri dalla linea laterale. Partita interrotta, soccorsi in campo: tutto inutile.

Da quel momento, in ogni partita Suba indossa sotto la divisa da gioco una maglietta commemorativa per ricordare Hrvoje, “il mio angelo”. Anche se la FIFA vieta questo tipo di tributi durante i Mondiali, Suba non se ne è curato e, ricordando Čustić durante una conferenza stampa, è scoppiato in un pianto commosso.

Nell’estate dell’anno in cui ha perso il suo amico, Suba è andato a giocare all’Hajduk Spalato. Nel 2012, a 27 anni suonati, decide di provare l’avventura all’estero con il Monaco. Lo chiama Marco Simone, che affida al portierone (è alto 1,91) il posto da titolare. Simone è costretto a lasciare quasi subito e al suo posto arriva Claudio Ranieri, che lo allenerà per due anni. Con Ranieri il Monaco risale in Ligue 1 e Suba si toglie anche la soddisfazione di segnare il primo e ultimo gol in carriera: “Da quella posizione ho il 100% di realizzazioni”.

 

Passano gli anni e nonostante gli acquisti importanti le vittorie non arrivano. Poi, a sorpresa, la soddisfazione del trionfo in campionato e della semifinale in Champions League, traguardi raggiunti anche grazie al talento di un certo Kylian Mbappé, un ragazzo terribile che Suba è destinato a incontrare ancora.

Dopo il ritiro di Stipe Pletikosa nel 2014, Suba è riuscito a coronare il suo sogno: diventare titolare con la Croazia. Oggi ha 33 anni, è sposato con Antonija e ha una figlia. La serenità famigliare non guasta, ma anche con la Nazionale ci sono stati momenti difficili. Nel match delle qualificazioni contro la Turchia a settembre, è stato proprio un suo errore a spianare la strada agli avversari in occasione del gol di Tosun. Alcune sfortune però con il tempo si rivelano utili, e la Croazia impaurita di Ante Čačić si è trasformata in quella coriacea e determinata di Zlatko Dalić.

Para-rigori, bravo con i piedi e sicuro nelle scelte, Suba non ha mai rischiato il posto. Durante il Mondiale il portiere dei Vatreni non è sempre stato perfetto: contro l’Inghilterra la scelta di mettere una folta barriera davanti a Trippier si è rivelata perdente, poi Kane ha deciso di graziarlo due volte, tirandogli addosso e sul palo il pallone del possibile due a zero. Suba non è un fuoriclasse, in passato è stato anche criticato, ma grazie a Perisić e Mandzukić può continuare a sognare.

Nel frattempo, a Zara, mamma Boja non riesce a guardare il figlio per paura che si faccia male, mentre papà Jovo fuma una sigaretta dopo l’altra davanti alla televisione. In una ex Jugoslavia che fatica a mettersi alle spalle le derive peggiori del nazionalismo, come dimostrano i politici serbi infuriati con Novak Djoković che dichiara di tifare Croazia, Jovo dovrà aspettare ancora a lungo le scuse di chi ha sempre discriminato la sua famiglia.

Lloris, il borghese mancato

Domenica 15 luglio Hugo Lloris scenderà in campo per la finale dei Mondiali, ma come tanti tifosi non gli sarebbe dispiaciuto potersi guardare anche la finale di Wimbledon, in programma lo stesso giorno. La sua prima passione, infatti, è stata il tennis. Il suo grande idolo era Pete Sampras, poi però il proprietario del ristorante del club dove si allenava gli chiese se volesse provare anche un altro sport. Comincia come attaccante, poi il portiere della sua squadra gli consiglia di mettersi tra i pali, e fa bene.

Lloris è il rovesciamento del luogo comune dello sportivo che sacrifica il poco che ha per avere successo e fuggire dalla povertà, i suoi genitori infatti fanno parte delle classi agiate di Nizza, lei è un avvocato e lui un banchiere a Montecarlo, entrambi appassionati di Victor Hugo. L’altro Hugo decide di seguire la sua passione nonostante il parere contrario dei genitori che lo vorrebbero più concentrato sullo studio e nel 2005 esordisce in prima squadra nel Nizza, dove ancora oggi un Lloris fa parte della rosa: è il suo fratello minore, Gautier.

Come per Subašić, anche per Hugo il 2008 è un anno terribile. La madre muore. Nonostante il dolore, Lloris scende in campo due giorni dopo, rifiutando la proposta dell’allenatore Antonetti di prendersi una pausa: gioca benissimo, guadagnandosi il rispetto di tutti. Suo padre qualche tempo dopo dirà: “Mi stupisce la sua capacità di dividere i diversi aspetti della sua vita in compartimenti, isolati gli uni dagli altri”.

Secondo Antonetti, già al Nizza Lloris aveva iniziato a mostrare di avere la stoffa per diventare il capitano della Francia, anche se la sua timidezza davanti ai microfoni farebbe pensare il contrario: “Il leader di una squadra non è quello che parla di più, ma chi è capace di dire cose sensate. Lloris è così”.

L’arroganza non ha mai fatto parte del personaggio. Nella prima stagione al Lione dopo il suo trasferimento dal Nizza, alcuni commentatori avevano iniziato a parlare del 23enne Hugo come migliore portiere al mondo. Il popolare show Telefoot chiede al Lione il permesso di usare le riprese del portiere, mentre si allena con l’ex numero uno della Nazionale, Joël Bats. Lloris all’inizio si rifiuta, qualche mese dopo cambia idea, ma a due condizioni: il contributo in onda non deve durare più di due minuti e non deve contenere sensazionalismi sul tema “portiere numero uno al mondo”.

Anche se Lloris evita l’autocelebrazione, i riconoscimenti arrivano: nel 2009, nel 2010 e nel 2012 viene votato come miglior portiere della Ligue 1. Anche nello spogliatoio il futuro capitano del Tottenham e dei Bleus non si tira certo indietro, e quando serve fa sentire la sua voce, come alla fine del match pareggiato 2 a 2 contro la sua ex squadra, dopo che il Lione aveva dilapidato il vantaggio di due reti.

La sfuriata contro i compagni non è certo un’abitudine. Come il suo idolo d’infanzia Sampras, Lloris mostra la sua forza senza dover strafare. Nel 2012 lascia il Lione per il Tottenham, va a giocare all’estero nello stesso anno in cui anche Subašić prende la stessa decisione, anche se Hugo ha due anni in meno di Suba e abbandona la Francia, mentre l’altro ci è appena arrivato. Lloris ci mette poco a soffiare il posto al veterano degli Spurs Friedel e a diventare titolare. Anticipa le mosse degli avversari, legge benissimo il gioco. Sa fare parate straordinarie, ma la sua caratteristica peculiare è che raramente sbaglia una scelta.

Sa quando allontanarsi dalla linea di porta e quando uscire dall’area per aiutare i compagni usando i piedi per scoraggiare i tentativi degli avversari di infilare la difesa attaccando la profondità, da perfetto sweeper-keeper come Neuer e i suoi progenitori, dall’ungherese Gyula Grosics che nel 1953 sconvolse Wembley al mitico Flying Pig del Liverpool, Tommy Lawrence.  “Ho sempre rischiato la giocata con i piedi, voglio comandare io in area. A volte funziona, altre no”.

 

Lloris si è dovuto adattare a un gioco diverso da quello della Ligue 1: “In Premier mi sono abituato ai contatti in area, qui arrivano molti più cross. In Inghilterra il portiere è meno protetto, bisogna essere pronti allo scontro. Sento sempre dire che non sono abbastanza forte per questo campionato, che non ho il fisico adatto. Io conosco i miei punti forti e so che devo continuare a lavorare sul resto”.

Hugo è considerato uno dei migliori portieri degli ultimi anni, ma non è mai riuscito a vincere qualcosa. Con la Francia, di cui è capitano dal 2012, ha giocato da titolare nel disastroso Mondiale 2010, con la fronda interna contro Domenech che ha segnato il destino dei Bleus, eliminati nel girone. La finale contro il Portogallo a Euro 2016 sembrava essere il momento buono per entrare nella storia della Francia, il tiro velenoso di Eder ha ricacciato indietro i sogni di gloria.

In questo Mondiale Hugo è stato più volte decisivo per la squadra di Deschamps. Prima del torneo aveva dichiarato che non era importante farsi trovare già in forma prima dell’inizio, ma carburare di partita in partita. Ha messo in atto l’auto-consiglio, tirando fuori i superpoteri al momento giusto. Quarti di finale, contro l’Uruguay. In avvio l’incontro ravvicinato con una libellula che gli finisce in bocca non lo distrae, e dopo il gol di Varane tocca a lui salvare l’impossibile sul colpo di testa di Caceres. Sulla respinta è fortunato, Godin spara alle stelle.

In semifinale contro il Belgio, Alderweireld, suo compagno al Tottenham, tira forte e angolato da dentro l’area, Lloris però si allunga e con due mani salva se stesso e la Francia. I suoi compagni lo aiutano e i Bleus passano in vantaggio grazie alla testa di Umtiti, nel finale Witsel non riesce a spaventarlo e la Francia è in finale.

Presto Lloris saprà se il suo destino sarà ancora una volta quello di magnifico perdente o se riuscirà finalmente a vincere. Le similitudini tra lui e Suba ci sono, peccato che solo uno dei due potrà stringere la Coppa tra le mani, ritrovandosi da solo sul tetto del mondo.