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Al minuto 58 della finale mondiale di Mosca il calcio semplice, verticale, brutale nella sua ineluttabile episodicità della Francia di Didier Deschamps è arrivato al proprio definitivo compimento. Con la squadra di Dalic che con un gol da recuperare prova a mettere pressione alla costruzione fin lì lacunosa dei bleus, un pallone sporco rimbalza a mezza altezza sulla trequarti croata, nella zona di Pogba.

Il gesto tecnico del numero 6 è un mix letale di istinto, qualità tecniche fuori scala e visione di gioco: il lancio di mezzo collo, di controbalzo, netto come un colpo dato alla biglia da una levetta del flipper, è tanto difficile e abbagliante quanto preciso nel liberare la corsa in campo aperto di Mbappè sul lato scoperto dei croati. Il jeune d’or del mondiale ha il tempo di puntare e stordire Strinic, andare sul fondo e servire Griezmann con un passaggio arretrato sul dischetto del rigore. Il colchonero con un movimento ad uscire accarezza il pallone con un esterno delicato spalle alla porta controllandolo poi elegantemente con un palleggio volante, prima di scaricarlo al limite per Pogba che calcia al volo di destro, dopo 50 metri di corsa. Il primo tentativo trova Lovren a ribattere ma il pallone gli torna sui piedi. Stavolta ha più tempo per pensare, punta l’angolo e la piazza col piatto sinistro, sorprendendo un immobile Subasic.

È il gol del 3-1, quello che a conti fatti fa calare il sipario su una finale fin lì apertissima e che stava sorridendo ai francesi per apparente casualità. Ma soprattutto è una rete emblematica per definire questa Francia campione del mondo: il dominio assoluto dello spazio-tempo di Pogba, l’esplosività futuristica di Mbappè, la classe minimalista di Griezmann. Un canovaccio che non ha ammesso eccezioni. Talento dei singoli, verticalità quasi esasperata, potenza, istinto: più che un gol, un teaser esaustivo sui bleus di Deschamps, la perfetta messa in opera di una dichiarazione di intenti per nulla celata durante tutto il torneo.

C’è anche un po’ di fortuna, sicuramente. La chatte à Dedé, come direbbero loro. Nello specifico, un rimpallo che torna preciso sui piedi di uno dei migliori tiratori al mondo. E prima un doppio vantaggio con, in sostanza, zero tiri in porta (le statistiche racconteranno di un impietoso 0,2exG al termine del match). Ma se anche Napoleone, che in Russia per la verità non se la cavó benissimo, sceglieva i generali più per la loro buona sorte che non per la bravura, non si puó certo biasimare Deschamps per un trionfo determinato anche da “qualche” episodio favorevole.


Deschampion

Vent’anni dopo San Denis, la doppietta di Zidane e la prima volta della Francia, Didier Deschamps torna ad alzare la Coppa del Mondo. In giacca e camicia stavolta e non con la fascia di capitano al braccio come nel ’98, metamorfosi stilistica e professionale riuscita finora soltanto al kaiser Franz Beckenbauer (Zagallo, campione ’58 e ’62 e poi ’70 da Ct non era capitano). Una rivincita dopo la delusione dell’Europeo di casa di due anni fa perso in finale: una sconfitta quella con il Portogallo che aveva posto più di una riserva sul Ct neo campione del mondo, tanto che prima del torneo sembrava cosa fatta la nomina di Zidane a salvatore della patria, prima ancora che selezionatore, ma che al contempo ha rappresentato un nuovo punto di partenza, ben sintetizzato dal tecnico del Belgio, Martinez, al termine della semifinale:”Il fatto che la Francia fosse dispiaciuta della sconfitta contro il Portogallo le ha permesso di essere felice con una prestazione piuttosto brutta”.

Un trionfo che premia le scelte anche coraggiose dell’ex mediano che nel compilare la lista dei 23 ha dovuto compiere una selezione al limite del sanguinoso. Nei giorni successivi la diramazione dei convocati i nomi che circolavano di più su Twitter erano quelli dei vari Payet, Lacazette, Koscielny, Martial, Coman, Benzema, Laporte e di tutti quei giocatori che a vario titolo avrebbero dovuto seguire il mondiale da casa, a dimostrazione di una vastità di alternative senza eguali ma anche della pressione inevitabile su un Ct costretto ad azzeccare ogni mossa.

Dovessi scegliere una parola per sintetizzare il lavoro di DD probabilmente sarebbe: coerenza. L’impronta del tecnico è stata chiara fin dalle prime gare del girone, passato agevolmente pur senza quel gioco spumeggiante che era forse lecito attendersi da una delle nazionali più talentuose della competizione. Dopo le prove generali dell’esordio con l’Australia, gara risolta da un autogol di Behich, Deschamps ha modificato definitivamente l’assetto con gli ingressi di Giroud e Matuidi nell’11 titolare al posto di Dembelè e Tolisso, trovando un equilibrio che non è più stato intaccato (salvo con l’Uruguay per la squalifica di Matuidi) fino alla vittoria di Mosca.

Uomini funzionali all’idea di fondo del tecnico, che dopo i tentennamenti di due anni fa ha deciso di abbandonare qualsiasi spinta al dominio del gioco (in controtendenza anche alla tradizionale grandeur francese) rifugiandosi in una proposta semplice fatta di baricentro bassissimo, intasamento degli spazi e transizioni vorticose. La scelta di puntare su due terzini puramente difensivi come Pavard, che allo Stoccarda gioca centrale, e Lucas Hernandez (invece che sui vari Sidibe, Mendy o Kurzawa e Digne, più offensivi) va a collocarsi proprio in quest’ottica.

La Francia ha avuto durante tutto il mondiale un possesso palla medio molto basso, con i picchi (negativi, se così vogliamo considerarli) del 36% e 34% toccati nelle sfide decisive con Belgio e Croazia. Nelle sfide ad eliminazione soltanto contro una squadra se possibile più reattiva come l’Uruguay i bleus hanno mantenuto il controllo del pallone (62%), trovando il gol su palla inattiva e su errore macroscopico di Muslera, a dimostrazione di come le punte (specialmente Mbappè) avessero bisogno di campo da attaccare per rendere al meglio. Difensivamente la Francia è stata quasi impeccabile grazie allo stato di forma della coppia Varane-Umtiti, decisivi anche sui calci piazzati, ma anche, soprattutto, ai polmoni di Kantè, il miglior centrocampista difensivo del mondiale e al lavoro sporco di Pogba, calatosi pienamente nel ruolo di deus ex machina di questa nazionale. Il Polpo ha limitato i dribbling e i tentativi a rete rispetto al suo standard nello United, rispettivamente 1,77 e 1,17 per match in Russia contro i 3,74 e 2,81 dell’ultima stagione elevando però l’apporto difensivo, passato da 1,22 tackle a 2,17 e da 0,78 a 1 intercetto a partita.

La complementarietà di Pogba e Kantè in un grafico: il miglior centrocampista difensivo e il migliore per far risalire il campo alla propria squadra. Poteva andarti peggio,Didier

I giudizi sul mondiale di Pogba sono stati contrastanti, fondati spesso sull’immagine del Paul devastante delle annate juventine, ma non si può non notare una crescita globale del giocatore su aspetti che prima passavano in secondo piano, oscurati dalle giocate da copertina. Il Pogba visto in Russia è un centrocampista dominante in tutte le fasi del gioco, da quella difensiva a quella di (raro) possesso, dalla rifinitura al gol che vale una carriera. Uomo squadra anche fuori dal campo, come dimostrano i discorsi prepartita da leader vero, una veste inusuale lontana dall’idea del Pogba scostante e barocco.

Contro l’Argentina è lui ad avviare l’azione del pareggio di Pavard, uno dei gol più belli, assurdi e imponderabili del mondiale, con un third pass di cinquanta metri sulla corsa di Hernandez. E’ uno dei momenti di svolta nel mondiale dei bleus, quello che alza l’asticella anche dal punto di vista della tenuta mentale, non certo scontata vista la giovane età della squadra. Nonostante due gol subiti in maniera abbastanza casuale, la squadra di Deschamps ha continuato a giocare il suo calcio fatto di accelerazioni e strappi improvvisi ribaltando il risultato con una consapevolezza non certo sottintesa. Il più grande merito di Deschamps è forse proprio questo, l’aver resettato la sconfitta dell’Europeo 2016 infondendo nuove certezze ai suoi giocatori. Pochi concetti da eseguire alla perfezione. “Testa alta e gioco semplice, senza rischi. E appena possibile cercare le punte” ha detto nell’intervallo della finale. Più che un’indicazione, un manifesto ideologico.

 

Allegria e allegrismo

“Guai al generale che si presenta su un campo di battaglia con un sistema.” (Napoleone)

“Il calcio è un gioco semplice” per dirla con Massimiliano Allegri, uno che una certa influenza su questa Francia di Deschamps deve averla avuta, seppur magari indirettamente.
Una visione comune che salvo rare eccezioni, tutte finite malissimo tra l’altro (vedi Germania e Spagna), ha caratterizzato trasversalmente gran parte del nazionali scese in campo in Russia, in quello che può essere definito il mondiale dell’organizzazione. La cura della fase difensiva e la riduzione al minimo dei rischi è stato il leitmotiv della competizione, seppur con qualche variazione sul tema: dalla monodimensionalità della Svezia, alla fiducia nel talento offensivo dell’Uruguay, da un Iran in versione linea maginot alla concretezza inusuale (e incompiuta) del Brasile, gran parte dei tecnici hanno puntato su un approccio prudente.

In questo contesto la Francia si è giocata al massimo le proprie fiches, forte di una rosa con pochi eguali. Il tecnico francese Guy Lacombe ha voluto difendere senza tentennamenti Lloris e compagni dalle critiche su un gioco poco spettacolare: “Ci sono mille modi per giocare a calcio, ma uno soltanto adatto alla tua squadra. Didier Deschamps è riuscito a trovare con realismo la strategia ideale rispetto ai giocatori a sua disposizione”.

Difficile dire se questo mondiale possa rappresentare l’inizio di un nuovo paradigma di riferimento, l’ingresso definitivo in un’era di riflusso dopo gli anni del guardiolismo, non solo per quanto riguarda i tornei internazionali. Certo è che dopo Euro 2016 sembra ormai una tendenza appurata, seppur circoscritta a tornei brevi e sui generis come mondiale ed europeo, quella di affidarsi ad una fase difensiva solida come primo mattone sul quale costruire i successi.

È stato un mondiale equilibrato, senza squadre materasso (salvo rarissime eccezioni) in cui l’attenzione dello spettatore è stata rapita dalla tensione generata da risultati sempre in bilico e da una certa dose di imprevedibilità, finendo per mettere in secondo piano la carenza di canoni estetici appaganti e riconosciuti. D’altro canto è anche possibile trovare una certa dose di bellezza anche in un tackle o in un movimento organico di reparto, tutto sta ad apprezzarli.

“Ad ognuno la sua idea di brio. Ma la bellezza del calcio sta nella varietà di modi di giocare, e un modo per dominarne un altro è il movimento e l’accelerazione. Puoi avere l’80% di possesso ma se non acceleri mai il gioco, è inutile. La Francia, almeno, sapeva come accelerare quando ne aveva bisogno.” (F. Antonetti, allenatore Fc Metz)

La vittoria della Francia si inserisce in quel filone ideologico in cui il valore di una squadra, privata di sovrastrutture complesse, è dato dalla sommatoria del talento dei singoli, sulla falsariga di quanto portato avanti dal Real Madrid di Zidane in Europa e dalla Juventus di Allegri guardando in casa nostra. È un calcio che puó non piacere perchè lascia sempre il sentore di un potenziale non pienamente espresso eppure risulta tremendamente efficace. La Francia, come il Real, si è appoggiata su una crescente consapevolezza delle proprie qualità, con un atteggiamento sempre “positif” (come ripetuto da Varane negli spogliatoi durante la finale) e la fiducia di poter sfruttare i momenti dell’incontro. La forza mentale dei bleus è stato il vero punto di rottura con il passato, una mutualità e comunione di intenti difficile da ritrovare in uno spogliatoio storicamente diviso e problematico.

L’innesto di Giroud, centravanti da zero (ZERO) tiri in porta durante il mondiale ma fondamentale nel giocare per i compagni, la disponibilità al sacrificio di Pogba, la concentrazione di Umtiti sono stati tra gli elementi decisivi e meno scontati di una squadra che troppo spesso aveva dovuto fare i conti con il proprio narcisismo. Difficile parlare di una nazionale “brutta” (R.Martinez) o addirittura di “anticalcio” – come fatto da Courtois e Hazard dopo la semifinale, riprendendo quanto detto in primavera da Vertonghen nel post-Juve, con l’immancabile quanto fuori luogo “meglio perdere giocando bene che vincere così” (dai ragazzi, fate i bravi…) – riguardo una squadra che ha sì coscientemente deciso di lasciare il pallone agli avversari ma ha anche messo a referto 11 reti dagli ottavi in poi (record, come la Germania di 4 anni fa), uscendo vincitrice dalla parte “forte” del tabellone.

Ha vinto, semplicemente, la squadra migliore. Ed ha vinto anche Didier Deschamps, non certo un fuoriclasse o un tecnico illuminato, con la sua proposta semplice e funzionale, ed un pizzico di fortuna. Non diciamo all’italiana però, non prendiamoci meriti dove non ce ne sono perché noi a questa Francia giovane e swag ma tremendamente matura abbiamo poco da insegnare, al momento. Purtroppo.