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Non tutte le storie devono necessariamente iniziare dal principio e non tutte le favole partono col classico “c’era una volta”. Ci sono storie che vanno raccontate dai titoli di coda, dagli ultimi frangenti, per riuscire a capire e comprendere al meglio le migliaia di sfumature di tutte le scene precedenti, le quali, senza scena finale come preludio, passerebbero inosservate, insipide ed avare di significato.

Questa, per esempio, è una di quelle storie. È una storia piena di passione, di rabbia, di delusione, di speranza e di amore. È una storia lunga tre anni, e per assaporare al meglio tutti i giorni precedenti è necessario partire dall’ultima scena. È necessario partire dalle lacrime di Alessandro Lucarelli durante il discorso d’addio al calcio giocato, con il microfono in mano e la voce rotta dall’emozione, per dare un senso agli sguardi dei tifosi gialloblu persi nel vuoto del Ferraris dopo il fischio finale di Sampdoria-Parma, il 31 maggio 2015. L’ultima in Serie A, l’inizio della fine.

La #6 crociata e un mare di lacrime trattenute a stento 

Gli sguardi di tifosi che solo un anno prima festeggiavano la conquista di un posto in Europa League, esultando al rigore che Rosati parò a Cerci sotto la Curva Ferrovia a Firenze, inconsapevoli di quanto sarebbe stato doloroso precipitare da un punto così alto fino al suolo, se non più giù. In quel preciso istante, mentre riempivano di applausi i calciatori crociati a loro volta visibilmente scossi, hanno sbattuto la faccia contro una realtà che avevano tentato invano di tenere il più lontano possibile. Dall’Europa League alla Serie D nel giro di pochi mesi: una picchiata che lascia sgomenti, privi di parole e di spiegazioni, con la voglia di fare mille domande ma con la paura di ascoltare le risposte.

Senza le lacrime di Lucarelli non si può capire cosa voglia dire fallire e ripartire da zero. Dove zero significa zero, non “qualcosa”. Senza uno stadio, senza una sede, senza una società, senza uno staff, ma soprattutto senza una squadra.

“Sono morto col Parma e col Parma rinascerò”. Parole di Lucarelli, parole da capitano. Una scelta da vero leader, forse più facile di quanto sia stata fatta trasparire all’esterno, visti i 38 anni del livornese e la mancanza di proposte di rilievo da altre piazze, ma che è servita a dare stabilità ad un ambiente senza certezze, un trampolino grazie al quale potersi dare la spinta per tornare in superficie.

E allora lo zero inizia a prendere le sembianze di un qualcosa, perché in fondo ogni fine non è altro che un nuovo inizio. Un qualcosa formato da sette imprenditori locali che si danno appuntamento al bar vicino al Tardini, discutendo sul come salvare un Parma in fin di vita, trovando un validissimo appoggio in Parma Partecipazioni Sportive (prima forma di azionariato popolare nel calcio italiano). Insieme iniziano a gettare le basi di un progetto comune, apparentemente molto ambizioso, che guarda lontano, lontanissimo: risorgere dalle proprie ceneri e tornare nel calcio che conta nel più breve tempo possibile, cavalcando l’onda emotiva e sfruttando l’entusiasmo della piazza.

Il Presidente Nevio Scala e gli imprenditori di “Parma Nuovo Inizio” 

Chi ha seguito la complicata – e fortunata – cavalcata dei gialloblu solo dallo scorso anno probabilmente avrà visto solo un uomo piangere di gioia per la promozione e di tristezza per il ritiro dal calcio giocato, ma in realtà in quelle lacrime c’è un mondo. C’è il primo giorno di ritiro, quando a Collecchio il capitano si presentò con sei giovani sconosciuti in prova. Ci sono le trasferte ad Arzignano e Brescello, la rovesciata di Lauria al Manuzzi contro il Romagna Centro e i quindicimila del Tardini che esplodono di gioia al rigore messo a segno da Ciccio Corapi contro il Delta Rovigo, che per i ducali significa Lega Pro.

“Solo D passaggio”: Parma-Delta Rovigo, 15.000 spettatori, Serie D

Ci sono l’esonero di Apolloni e le dimissioni di Nevio Scala. Ci sono le reti di Giorgino e Baraye grazie alle quali il Parma vince in casa della Reggiana un derby che mancava da vent’anni e l’1-0 sotto il diluvio nella partita di ritorno. Ci sono la tanto discussa sconfitta casalinga con l’Ancona, l’immeritata vittoria contro il Pordenone e la meritatissima gioia dopo il 2-0 all’Alessandria all’Artemio Franchi di Firenze, sotto un tripudio di bandiere gialloblu che per un pomeriggio hanno colorato la stessa curva Ferrovia che solo tre anni prima aveva indirettamente regalato una grande gioia al popolo crociato. Con un saluto ai cugini che l’anno precedente festeggiavano il fallimento parmigiano, raggiunti e sorpassati in soli due anni e oggi costretti ora a provare in prima persona cosa voglia dire assistere impotenti allo sgretolarsi di un amore che dura da una vita.

Corsi e ricorsi della Curva Ferrovia: dal rigore sbagliato di Cerci al 2-0 di Nocciolini contro l’Alessandria

Ci sono vecchi amici che vanno e nuovi compagni che arrivano. Ci sono gli avvicendamenti societari, con gli angeli custodi del Parma che cedono il pacchetto di maggioranza a Jiang Lizhang, imprenditore cinese a capo della società Desports Group, già proprietario del Granada. Ci sono i tanti, troppi punti persi e la strada verso un sogno che tutto d’un tratto si erge ripidissima, al punto di sembrare invalicabile. Ci sono la serie di vittorie grazie alle quali il traguardo torna a sembrare raggiungibile e le sconfitte di Vercelli e Cesena che riportano l’ambiente coi piedi per terra, quasi rassegnati all’idea della lotteria dei playoff, ancora una volta.

Infine, in superficie, ci sono i ricordi più recenti. Forse i più belli ma che, come detto, sarebbero nulla senza le lacrime del Ferraris, le giornate passate in tribunale e le domeniche pomeriggio sui campi di provincia: il goal di Ceravolo, il rigore sparato in curva da Gilardino, il vantaggio foggiano di Mazzeo sul Frosinone e il raddoppio di Ciciretti che proiettano incredibilmente i crociati in Serie A. Il pareggio di Paganini e l’autogoal di Rubin che prendono per la maglia i gialloblu, ritrascinandoli di nuovo in Serie B.

Ma ci sono anche il pallonetto di Floriano, il settore ospiti del Picco che esplode di gioia al triplice fischio della sfida ciociara e una nuvola di maglie rosse che corre disordinata verso la curva dei Boys, verso un boato mai sentito prima; un grido ad occhi chiusi che scarica una tensione indescrivibile. L’incubo che si trasforma nel più bello dei sogni.

“Come noi nessuno mAi” 

Dopo tre anni passati con la sciarpa al collo e le dita incrociate i tifosi gialloblu possono finalmente festeggiare il ritorno nel calcio che conta. Un’impresa unica nella quale tutti speravano ma nella quale – ora si può dire – nessuno credeva realmente. Un triplice salto di categoria mai riuscito a nessuno nella storia del calcio italiano: “come noi nessuno mAi” recitano le maglie celebrative portate – e poi indossate – contro qualsiasi forma di scaramanzia nella magica notte spezzina, dopo una partita che ha lasciato strascichi polemici che col calcio hanno veramente poco a che fare, e che per settimane hanno trasformato il Parma nel capro espiatorio di un’estate mediaticamente insipida a causa dell’assenza azzurra ai mondiali e che, guarda caso, si sono dissolti nel nulla quando Cristiano Ronaldo ha catalizzato su di sé le attenzioni dell’italiano medio.

Ancora una volta si è finiti davanti al giudice e mentre una nutrita schiera di leoni da tastiera continua ad accusare i gialloblu di essere stati aiutati da non si sa quali “poteri forti”, il tribunale nazionale federale ha inflitto cinque punti di penalizzazione da scontare nella prossima stagione. Un fardello che complicherà non poco il cammino dei crociati verso la salvezza, ma Parma e il Parma hanno avuto la forza di risorgere dalle proprie ceneri come un’araba fenice e non vedono l’ora di tornare a volare in alto, come un tempo.