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Parte oggi Riflessioni Nerazzurre Non Richieste, ovvero una rubrica che, tra il serio e il faceto, vi terrà compagnia in maniera saltuaria durante la stagione interista, quella del rientro in Champions League. La rubrica sarà suddivisa in due parti: una puramente emotiva, da “tifoso”, e l’altra che si proverà a concentrare sul lato tattico della partita.

Riflessioni emotive

Un buon precampionato, una campagna acquisti oltre ogni aspettativa, l’hype che cresce per il tanto sospirato ritorno nell’Europa che conta, un avversario sulla carta se non morbido quantomeno alla portata. Cosa mai potrà andare storto?

La mia personale e pacata reazione emotiva pochi minuti dopo il match.

La settima (!) sconfitta dal 2015 a questa parte contro la temibile corazzata neroverde regala l’ennesimo quadretto festante da appendere in ufficio al simpaticissimo presidente-tifoso (rossonero) Squinzi, le cui dichiarazioni sulla Beneamata sono simpatiche quasi quanto le esternazioni del nostro ministro degli Interni. Per non correre il rischio di passare da “rosicone”, mortacci loro, tralasciamo le relazioni intrattenute con il numero uno della Mapei per concentrare le nostre riflessioni sul giocatore simbolo della sconfitta interista in terra emiliana.

I 45′ minuti che compongono la prestazione di Dalbert sono quanto di più raccapricciante ha mostrato in Italia l’ex Nizza, nonostante già l’anno scorso tutto aveva fatto tranne che brillare di luce propria. Come diavolo è possibile che un professionista, seppur mentalmente fragile, perda completamente la capacità di intendere e di volere al primo passaggio sbagliato? In maniera particolare dopo una preseason in cui Spalletti ha tirato urlacci a destra e manca verso qualunque bipede presente sul rettangolo verde eccetto te, segno di quanto ci provi a motivarti per esprimere le qualità che possiedi (quali dobbiamo ancora scoprirlo).

Il lato positivo? Si spera che veda il campo quanto l’anno scorso. Il lato negativo? Si rimpiange Nagatomo come riserva.

Fatto sta che Dalbert è riuscito a far sembrare nuovamente Maradona colui che risponde al nome di Domenico Berardi, capacità insita nelle squadre di Milano a quanto pare, visto che il classe ’94 ha realizzato il 25% dei suoi gol (12 su 48 – #duspicci) contro le due milanesi. Si attende con ansia il momento in cui Berardi potrà testare questo suo superpotere anche contro la Bustese Calcio.

Ultima riflessione polemica è sul cambiamento nel protocollo di applicazione del VAR, scoperto da noi comuni mortali grazie a quanto successo a Sassuolo. Perché cambiare il modo di approcciarsi ad uno strumento risultato così tanto utile nella scorsa stagione e nei Mondiali appena terminati, al netto dei fisiologici errori e le sempreverdi polemiche? In questo modo sarà semplicemente più difficile utilizzare appieno le potenzialità dello strumento, dando adito a inutili discussioni sulla sua effettiva utilità.

Riflessioni tattiche

L’Inter scesa in campo domenica è molto distante dalla forma definitiva che dovrebbe assumere la compagine nerazzurra, si spera in tempi brevi. Tantissimi gli assenti che, tatticamente, sono troppo preziosi per costruire quella squadra fisica, reattiva, aggressiva e verticale che sembra voler costruire il tecnico di Certaldo.

La prima frazione è stata giocata dall’Inter con un 4-4-2 in fase difensiva, con le coppie formate da Dalbert-Asamoah – con il ghanese in versione insegnante di sostegno, che più volte ha provato a gesti a far capire al francese in che modo un terzino sinistro dovrebbe muoversi, difendere, orientare il corpo, … insomma, giocare a calcio – e D’Ambrosio-Politano a cercare di regalare stabilità. Il Sassuolo, da buona squadra di De Zerbi, ha sfruttato appieno gli half spaces, dimostrando di essere ad un livello di apprendimento molto più avanzato del previsto per un gioco così particolare.

Le posizioni medie del Sassuolo dimostrano quanto siano già perfettamente distribuiti sul campo gli uomini di De Zerbi per dare vita al calcio presente nella testa del loro allenatore (fonte 11tegen11)

Una capacità di giocare tra le linee che ha da subito messo in difficoltà l’Inter, incapace di scalare con i tempi giusti e di assorbire le triangolazioni create grazie all’eccellente gioco di sponda di Boateng e delle mezzali, in grado di aprire voragini nello schieramento interista sin dai primi minuti di gioco.

Dopo soli tre minuti l’Inter è stata letteralmente tagliata a fette dall’uscita palla al piede del Sassuolo, bravissimi ad attirare la pressione scoordinata dell’Inter – parte tutto dalla scelta errata di Lautaro di alzarsi sul centrale difensivo anziché schermare Magnanelli, che si intravede a inizio video – e a sfruttare il movimento incontro di Boateng, condito anche da una grande sponda dell’ex Milan. Bourabia calcerà sul mancino di Handanovic ma l’azione è esemplificativa delle difficoltà avute dai nerazzurri a trovare le giuste distanze per portare una pressione adeguata. Complice una condizione fisica non ottimale (coppia Vecino-Brozovic che tutto aveva meno che i 90 minuti nelle gambe) l’Inter ha raramente portato una pressione adeguata nel primo tempo, dando modo ai neroverdi di pasteggiare negli spazi, soprattutto sul lato del terzino brasiliano, come accade nell’azione che porta al rigore.

Dal canto suo l’Inter è partita svuotando il centrocampo e lasciando il rombo composto da D’Ambrosio, i centrali e Brozovic a cercare di muovere il pallone velocemente per trovare varchi oltre la prima linea di pressione, in maniera evidentemente fallimentare. Le posizioni alte di Vecino, Asamoah, Politano e Dalbert, andati spesso a comporre una sorta di linea a 4 dietro Icardi, con Martinez a galleggiare nel mezzo, hanno complicato ulteriormente la gestione delle transizioni negative già gravate dalla condizione fisica non ottimale.

Lautaro ha raramente trovato spazi su quella linea, venendo sempre oscurato da Magnanelli e finendo per venire inghiottito dalle difficoltà tattiche del campionato italiano. Nonostante la preseason brillantissima il 10 è riuscito a rendersi utile solo come appoggio sicuro in fase di prima risalita, grazie alla sua grande abilità di calamitare pallone e falli.

Tale disposizione tattica ha inoltre impedito la creazione di catene laterali efficaci in fase offensiva, visto che  le coppie di mezzali ed esterni (Dalbert-Asamoah e Vecino-Politano) erano composte da giocatori con caratteristiche simili (i primi) oppure inadatti a sfruttare i mezzi spazi e a scambiarsi la posizione in maniera convincente (i secondi). Tutto questo ha portato ad una prevedibilità del palleggio nerazzurro, incapace di creare disordine nella disposizione avversaria. Non è un caso che l’occasione del rigore non fischiato ad Asamoah nasca da una rara ricezione tra le linee dell’ex Juve, l’unico in grado di adattarsi bene al contesto tattico disegnato dal proprio tecnico.

Un problema che Spalletti ha provato a risolvere nel secondo tempo con il passaggio ad un più lineare 4-2-3-1 in fase di possesso, con Vecino che accompagnava l’azione solamente in un secondo momento. Con l’entrata di Perisic e la discesa di Asamoah nella casella di terzino sinistro si sono andate a creare le classiche coppie terzino-esterno offensivo, seppur sbilanciate verso sinistra. La presenza del giocatore croato, in grado sia di entrare dentro il campo che di calpestare la linea laterale con efficacia, ha permesso a Spalletti di variare il gioco, creare l’unica palla gol proveniente da un’azione manovrata e far abbassare il baricentro al Sassuolo, complice anche il risultato che sorrideva ai padroni di casa. Come spesso è successo nella fase buia della scorsa stagione, però, è mancata la capacità di scardinare centralmente la difesa avversaria fino all’ingresso di Keita, i cui limiti sotto l’aspetto dell’altruismo, però, hanno impedito di trasformare in qualcosa di pericoloso la sua capacità di saltare l’uomo nello stretto.

Sassuolo-Inter ha mostrato che tra le due compagini, al netto delle assenze, è quella emiliana ad essere a un livello di costruzione più avanzato. La buona notizia per il mondo interista è che le alternative tattiche e di organico sono presenti. Bisogna solo trovare il modo di trasformarle in effettive soluzioni.