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Se un’entità aliena o appartenente ad un’altra dimensione, come la Loggia Bianca lynchiana, si materializzasse tra noi, saremmo davvero in grado di riconoscerla? O forse saremmo soltanto capaci di percepirla come qualcosa di stranamente diverso senza riuscire a capire il perché? Domande da speciale in prime-time di Voyager; interrogativi che, però, almeno su un campo da calcio hanno trovato una risposta univoca: Marco Asensio, ad appena 22 anni, si può considerare calcisticamente non umano. Esistono almeno cinque gol del canterano Blancos che dimostrano la sua diversità.

L’apparizione

I sospetti sulla natura non-umana di Asensio si dimostrano da subito evidenti, perché si basano su indizi come il suo gol all’esordio assoluto in maglia merengue contro il Siviglia in Supercoppa Europea. La giocata è un capolavoro estetico e insieme un trattato sull’arte del calcio di collo piede. Una di quelle creazioni espressioniste che riempiono gli occhi e vivono di un equilibrio unico, in bilico tra armonia e brutalità. Un sinistro che sembra uscire da una fionda medievale più che da un piede umano, talmente è perfetta e secca la traiettoria impressa al pallone stendendo il collo del piede e che muore proprio sotto l’incrocio più lontano lasciando di sale Sergio Rico.

La prima apparizione della creatura Asensio in camiseta blanca, a 20 anni, ha tutti i crismi della predestinazione: un gol che non ammette repliche, all’esordio, in una partita secca che decide l’assegnazione del massimo trofeo continentale per club. Una sorta di idealizzazione del prototipo di sogno infantile del calciatore, portato fino ai limiti estremi. Perfino l’esultanza appare classica, quasi da videogame: come se appartenesse a una dimensione ideale, artefatta, cosparsa di una patina di irrealtà, dove la giovane promessa destinata a grandi cose le fa davvero e con apparente facilità.

Il secondo avvistamento

Il primo gol di Asensio in Liga con il Real Madrid arriva in una partita a Barcellona contro l’Espanyol. Se accettiamo il classico refrain che sentenzia che confermarsi è sempre più complicato che sfondare, quello che il 20 merengue mette in scena come secondo atto di una galleria di gol impossibili è una variazione profonda rispetto al gol al debutto. Anziché strappare la partita la gira con una morbidezza quasi irreale, mostrando una capacità tecnica di base dal sapore aristocratico.

Lo stop di collo su un campanile in profondità mentre corre faccia alla porta, e che esce addirittura dall’inquadratura, è un bignami di naturalezza del gesto e qualità al massimo livello. Sembra quasi che il tempo rallenti nell’istante in cui Asensio aggancia e, con lo stesso tocco, smorza quel tanto che basta per permettersi il successivo tocco con il corpo già posizionato nella maniera ideale, senza interrompere la corsa. È un’elevazione del concetto di controllo orientato. Ed è soltanto il primo atto, perché come Asensio decide di chiudere in gol è un altro affronto alla sfrontatezza e al buon gusto: scavetto incrociato nell’angolo con il portiere ancora in piedi.

Ovvero: lo stesso effetto di straniamento prodotto da Asensio sui difensori.

Oltre alla magistrale abilità tecnica necessaria per un gol del genere, Asensio dimostra di saper padroneggiare i concetti di tempo, spazio ed elaborazione della soluzione più efficace in rapporto a questi anche in contesti limitanti. Una qualità d’élite, che risponde a caratteristiche istintive e cerebrali: una di quelle difficilmente “allenabili”.

Passeggiare sui giganti

Durante la Champions del 2017 la stella di Asensio ha brillato di luce propria, uno sfolgorio abbagliante, quasi insostenibile per i comuni mortali. I grandi templi del calcio europeo sono stati la cornice ideale per l’esplosione su larga scala del talento maiorchino. Un talento che in alcune circostanze è sembrato semplicemente incontenibile, esondante come una piena che ha appena rotto gli argini travolgendo ogni cosa gli capitasse attorno. Nella sfida d’élite tra Real e Bayern, Asensio ha marchiato con violenza barbara il suo passaggio sul club bavarese: il gol del 4-2 al Bernabéu è la summa delle qualità fisiche, tecniche e mentali di un umano per difetto.

Dopo aver riconquistato palla a 60 metri dalla porta, Asensio innesca una transizione offensiva guidando il ribaltamento di campo come se si trovasse alla guida di una fuoriserie col piede a tavoletta. Il suo gol può ricordare fughe impetuose come quelle di Ronaldo, Mbappé, giocatori – o meglio, fenomeni – mossi da una fisicità straripante, da un atletismo incontenibile e, soprattutto, da un pensiero fisso e cristallino: puntare la porta appena possibile, mangiandosi il campo a disposizione fino ad arrivare al gol. Asensio umilia due volte un difensore intelligente e composto come Hummels, facendolo sembrare di colpo un giocatore inadeguato a certi palcoscenici: sterza con veemenza, cambia direzione conducendo la palla a una distanza che ne permette l’assoluto controllo ad ogni tocco, facendo sembrare il campo in discesa. Infine segna con un diagonale rasoterra effettuato col piede debole, che dimostra lucidità e cinismo. A 21 anni Asensio non prende parte alla Champions, la domina.

Incontri ravvicinati del terzo tipo

Da qualche anno, il Clásico di Spagna vive di una mistica tutta sua: un duello infinito, che si ripropone costantemente agli occhi del mondo come lo scontro fra i grandi cannibali del calcio continentale, le squadre più titolate, ricche di talento e foriere dei due giganti-icona del calcio globale; due squadre lontane nella propria identità: la scuola di pensiero, quasi filosofica, del Barça del possesso e del juego de posicion e la forza mentale, i grandi nomi e la solidità sovraumana del Real Madrid. Nella finale di Supercoppa del 2017, Asensio fa la sua apparizione, come già successo col Siviglia qualche mese prima, e alla prima presenza nella competizione squarcia il velo regalando l’ennesima opera d’arte frutto delle sue qualità.

Un gol che sa di riproposizione, o sarebbe meglio dire di incoronazione: un collo piede mancino dai 25 metri che finisce sotto il “sette”, incenerendo un incredulo Ter Stegen. In questo gol, forse più che in altri, si nasconde la cifra stilistica dell’alieno Asensio, quella commistione (in)naturale di grazia e potenza, di alto e basso lato sensu, con cui il trequartista andaluso sembra convivere con apparente semplicità. La successiva esultanza, sinceramente stupita, di un ex numero 10 fuori dai canoni come Zidane ha il sapore della consegna di uno scettro.

El hombre nuevo

E arriviamo al presente. Nell’estate dell’addio di CR7, la stessa estate in cui il Real ha deciso di non sostituire il suo fenomeno e uomo-simbolo con altri acquisti, in pochi avrebbero pensato a una mossa controintuitiva per un club così ricco e potente: puntare sul proprio parco giocatori, valorizzando e responsabilizzando il materiale già a disposizione. In uno scenario post-regime dittatoriale, guidato per un decennio da Cristiano Ronaldo, Asensio si sta elevando a uomo nuovo e simbolo di un Real diverso: più giovane, più spagnolo, più democratico, ma non meno talentuoso.

La sua prestazione in Nations League contro la Croazia – con le sue incredibili stats – sa di definitivo passaggio al mondo dei top player: quel ristrettissimo club continentale dove non basta fare la differenza in campo, ma dove si è chiamati a divenire il punto di riferimento tecnico e carismatico di un intero movimento – come dimostrato da Hazard e Modric nel Mondiale in Russia. Asensio è entrato nel club rimanendo fedele al suo stile: il suo passepartout è un colpo di bazooka scagliato col sinistro da 20 metri, dopo aver controllato un pallone vagante con un tocco di suola stordente per la sua sofisticata eleganza. Ancora una volta, raffinatezza e brutalità, concentrate in due tocchi distanti un secondo e pochi centimetri l’uno dall’altro. Le due anime contrapposte del gioco: lo yin e lo yang che trovano un’affascinante, indefinibile armonia che risplende nel gioco di un alieno prestato al calcio.