La città di Valencia è un esempio di resilienza come pochi in Occidente: dalle frequenti invasioni fino alla repressione culturale ad opera del franchismo, dalla peste alla tremenda alluvione del 1957. Valencia, la città dos veces leal alla capitale in una nazione diffusamente recalcitrante alla Castiglia, è sempre rinata più forte di prima. Se amiamo questo sport come lo amiamo effettivamente, avremo capito che una squadra di calcio non è mai solo un ensemble di giocatori, tecnici e mestieranti, ma molto spesso è espressione pura e limpida della propria città e della propria gente: il Valencia è un monumento alla resilienza di cui sopra, una squadra costantemente sull’altalena, tra trionfi incredibili e bruschi disastri, in maniera quasi sempre del tutto improvvisa e impronosticabile.

L’ultima parabola di questa inesauribile altalena coincide con il primo quadriennio da proprietario del club valenciano di Peter Lim. Il magnate singaporiano, nel 2014, si affida all’onnipresente Jorge Mendes per muovere i primi passi nel mondo del calcio e padron Jorge caldeggia, se non impone, un tecnico praticamente sconosciuto, già portiere di riserva del Porto di Mourinho, reduce da una finale in Coppa di Portogallo col modesto Rio Ave. Nuno Espirito Santo, al primo incarico di un certo livello, centra subito la qualificazione in Champions League.

Poi qualcosa si rompe, perché la piazza si aspetta già di poter competere con le big della Liga grazie ai liquidi provenienti dall’Estremo Oriente, e i proprietari non sono ancora avvezzi a quelle asperità che nel calcio neanche i denari possono dirimere. L’esonero, frettoloso, del tecnico portoghese a novembre dà il via a due anni sull’orlo di una crisi di nervi con otto cambi di allenatore, tra scelte societarie cervellotiche, ammutinamenti dei calciatori, capitani dalla vita notturna troppo movimentata, feroci contestazioni della tifoseria e tecnici semplicemente al posto sbagliato nel momento sbagliato. A giugno 2017 serve un repulisti, che avviene sotto la stentorea regia di Marcelino, tecnico con la fama di duro che non scende a compromessi con spogliatoi sediziosi.

Nel frattempo Jorge Mendes ha progressivamente smesso le vesti di puparo: allontanato con i forconi da una piazza che non vuole saperne di essere il suo parco giochi privato, ha preso ad osservare la sua creatura da dietro le quinte, limitandosi ad una più consona collaborazione. Un suo assistito, però, è sempre lì, sin dall’insediamento del Padron ‘Ntoni del calcio europeo: si chiama Rodrigo Moreno Machado. Jorge lo ha portato in riva al Turia dopo la proficua esperienza al Benfica, ma in camiseta blanquinegra non ha sfondato: una prima stagione tutto sommato positiva, da pedina duttile e di scorta, seppur lontano dalla porta, poi una continua fase calante in concomitanza con le stagioni da incubo. Quando Marcelino arriva al Mestalla per sconvolgere uno spogliatoio sonnecchiante con la vitalità di Julia Roberts a Wellesley in Mona Lisa Smile, Rodrigo è la giovane Kirsten Dunst del film: nel fiore degli anni, eppure vecchio, già appassito, arreso ad un destino da figlio di un dio minore.

Nell’ultima, tribolatissima, stagione vissuta sotto la guida di tre tecnici, tra cui un Prandelli fiacco come un vecchio sceriffo dei fratelli Coen, Rodrigo è stato il capocannoniere del Valencia giocando mezza stagione, ma nessuno ci ha fatto caso: i suoi cinque gol in campionato non hanno portato neanche una vittoria, nonostante il momentaneo 2-1 segnato al Barcellona nella seconda casalinga di Prandelli – pochi minuti di idillio infranti al 93′, il via ad un’interminabile serie negativa culminata con l’insubordinazione e la cacciata del tecnico italiano. Come se non bastasse, prima della cacciata, Prandelli aveva fatto in tempo a convincere la dirigenza della necessità di un profilo come Simone Zaza in attacco: il lucano, con sei gol da gennaio (tutti pesanti) e il solito spirito da tarantolato, aveva già conquistato un Mestalla disilluso e dal cuore ormai facilone e fatto le fortune dell’immarcescibile caronte valenciano Voro.

Il tempo di Rodrigo è andato. A 26 anni il talento opacizzato da mille cambi tecnici e troppi infortuni, continuamente spostato tra tutti i ruoli dell’attacco senza mai concedergli uno spazio importante e una fiducia salda, ha preso il posto del pregiato brillante conteso da Brasile e Spagna.

Da Rio a Vigo

Tra Brasile e Spagna, sì, perché quella di Rodrigo Moreno Machado, una vita votata alla dea Eupalla, è iniziata a Rio de Janeiro, più frequentemente al campo di allenamento del Flamengo dove tutti salutavano papà, chiedendogli come fosse stato segnare una doppietta al Maracanà contro il Botafogo e giocare con Socrates e Zico (sì, insieme). Il piccolo Rodrigo non capiva, ma alla lunga maturò il dubbio che non fosse uno scambio di persona: papà Adalberto era stato infatti un più che discreto terzino sinistro della rubronegra, erede del grande Junior, chiamato dal vivaio per sostituire il campione verdeoro subito dopo il passaggio di quest’ultimo al Torino (nonostante la cinematografica intercessione di Oronzo Canà con i suoi sgangherati procuratori). Cinque titoli, il più importante dei quali – il Brasileirao – festeggiato da una stanza d’ospedale dove qualcuno gli avrebbe infine comunicato che per quella dannata gamba, che dall’età di diciotto anni non gli dava tregua, non c’era niente da fare: a soli ventiquattro anni Adalberto dovette ritirarsi, Rodri non era ancora nato.

Non si vive di ricordi e l’ex promessa Adalberto non riesce a riciclarsi dopo la prematura fine: quando arriva la telefonata di Mazinho, un mezzo parente – campione del mondo 1994 – con cui ha pure brevemente condiviso le giovanili verdeoro, Adalberto annuncia a moglie e figli che si sarebbero dovute fare le valigie per la Galizia: “Dov’è? Non lo so, ma c’è da aiutare zio Mazinho nella scuola calcio aperta a Vigo”.

Rodrigo ha 11 anni, stringe da subito un rapporto simbiotico con i due figli di Mazinho, che si chiamano Thiago e Rafa. Sono due ragazzi vispi, amano il pallone e preferiscono il cognome della madre, nazionale di pallavolo, e cioè Alcantara. Ne risentiremo parlare. Nessuno dei tre viene preso al Celta Vigo, forse perché non padroneggiano la lingua; allora ripiegano sul piccolo Ureca, ma dopo neanche due anni qualcuno da Vigo torna a cercarli. “Allora, questi ragazzi? Hanno sempre voglia di vestire la maglia celeste?”. Mazinho, che quella maglia l’ha vestita per quattro anni, non ha del tutto digerito il primo rifiuto e decide di portare i piccoli Alcantara a La Masia, dove qualcuno con l’accento catalano aveva mostrato un interesse concreto per il talento dei ragazzi. Al Celta Vigo va il solo Rodrigo.

Il ragazzo si farà: piace a tutti, per talento ed attitudine, ma piace soprattutto a Ramón Martinez, che lo allena nelle giovanili del Celta e, al momento di passare alla direzione dei pari età del Real Madrid, raccomanda proprio Rodrigo. Se lo godrà poco, perché appena il ragazzo atterra a La Fábrica, qualcuno dice che è troppo bravo e che va subito portato nell’ormai defunta Squadra C, militante in quarta divisione, con i grandi insomma. Passa qualche mese, pochi a dire il vero, e la C sta stretta a Rodrigo: subito nel Castilla, la squadra B che lotta per salire dalla terza alla seconda divisione nazionale.

Le sue prestazioni non sfuggono alla federazione spagnola, che prende nota delle origini brasiliane del giovane e ci mette le mani sopra, convocandolo in pianta stabile con un Under-19 da favola, ricompensata da tanti gol.

Rodri è diventato grande

Nell’estate 2010 il nome di Rodrigo Moreno circola insistentemente: nel nuovo corso madridista di Florentino Pérez non c’è troppo spazio per i canterani, come invece accade diversi km più a nord, dove il “cuginetto” Thiago ha già stregato Guardiola e segnato alla seconda presenza in Liga. Rodrigo viene impacchettato e spedito a Lisbona, nell’affare Di Maria, con sopra una grossa etichetta “in caso di grossi danni alle difese portoghesi, rispedire al mittente”. Un anno dopo, il Real Madrid invece rinuncerà alla clausola di recompra per ottenere uno sconticino su Fábio Coentrão; nel frattempo, però, Rodrigo non ha giocato neanche un minuto in Portogallo, perché il Benfica lo ha subito prestato al Bolton, in Premier League.

Una decisione strana, dettata da interessi misteriosi. A Bolton non va neppure malissimo: Rodrigo debutta ad ottobre, esordisce da titolare a dicembre contro il Chelsea, alla fine mette insieme una ventina di presenze – consentite da una salvezza raggiunta in modo stranamente agevole – e un gol in Premier. Il Rodrigo che torna al Benfica è un Rodrigo pronto, smaliziato dalle ruvidezze di Oltremanica.

Nei primi due anni Jorge Jesus ha allestito una macchina di tutto rispetto, che stupisce in Europa, piena di talenti offensivi: il giovane Rodrigo si ritaglia uno spazio importante come arma da impiegare a partita in corso e nelle due annate saranno ben 27 le reti complessive, tra tutte le competizioni. Il terzo anno, però, è quello giusto: complice anche la partenza di Nolito, Rodrigo diventa presto titolare, rivelandosi fondamentale per la vittoria del campionato dopo due secondi posti brucianti. In tutto il campionato le aguias perdono solamente due partite, con Rodrigo fuori entrambe le volte.

Il percorso in Europa League, persa in finale per il secondo anno consecutivo nonostante l’impresa contro la Juventus dei record di Conte, consacra Rodrigo come prototipo dell’attaccante moderno: ala sinistra o seconda punta a seconda delle necessità, fluido nei movimenti, bravo a pressare, capace di segnare e di far segnare caterve di gol al modesto partner Lima, preciso nei dialoghi con i talentuosi Gaitán, Sulejmani e Markovic. In finale non si accende, sbaglia il suo tiro durante i rigori e il Benfica perde una finale a tratti dominata, sulla quale pesa come un macigno la famigerata maledizione di Béla Guttmann. Nonostante la sconfitta, Rodrigo ha convinto tutti: la Spagna lo indica come uno dei talenti da cui ripartire dopo il fiasco mondiale, prima che se ne accorgano dall’altra parte dell’oceano, mentre Jorge Mendes annusa il momento propizio per rispedirlo a casa, portandoselo col compagno André Gomes a Valencia, con la promessa di un palcoscenico ancora più grande una volta contribuito a consolidare la credibilità del progetto singaporiano-portoghese.

Morte e resurrezione

Quando la coppia sbarca a Valencia, Rodrigo è il campione annunciato, il colpo che dovrebbe iscrivere il Valencia alle grandi di Spagna negli anni successivi, André Gomes non molto di più di un giovane interessante: i ruoli si ribalteranno e poi di nuovo, negli anni a venire, con una ciclicità rigorosa. La prima stagione non è male per Rodrigo: Nuno Espirito Santo lo fa giocare da ala, gli viene richiesto tanto lavoro oscuro che finisce per limitarlo sottoporta, ma il posto da titolare è suo e da lì si può solo migliorare.

Invece la stagione successiva precipita presto. La società ha disponibilità economiche non indifferenti, ma le uniche idee sono quelle, interessate, di Jorge Mendes: la squadra non è costruita per far bene su due fronti e il baratro è dietro l’angolo. Dopo nove partite, in cui la formazione valenciana ha segnato solo otto reti e Rodrigo non ha certamente brillato, l’attaccante si fa male dopo 23′ promettenti da centravanti al Calderón contro l’Atletico. È il crociato. Rodrigo riuscirà a rimettersi in due mesi e mezzo, ma nel frattempo l’eliminazione da un girone tutto sommato abbordabile in Champions è costata cara al tecnico e, con un colpo di teatro Mendes-Lim, l’allenatore è diventato Gary Neville, alla prima esperienza in panchina, alla prima esperienza fuori dal Regno di Sua Maestà, senza sapere una parola nella lingua di Cervantes, prelevato direttamente dalle lavagne tattiche e dai touch screen di Sky Sports. A dire il vero, tra Espirito Santo e Neville c’è stato un intermezzo: “Voro” Gonzalez, traghettatore di lungo corso al Mestalla, chiamato a dirigere la squadra contro il Barcellona per permettere a Neville un esordio più soft contro l’Eibar. Risultato: Voro spazza via il Barakaldo in Coppa del Re e pareggia brillantemente contro il Barça reduce dal triplete, mentre l’ex terzino di Fergie non vincerà nessuna delle prime dieci partite tra Liga ed Europa.

Rodrigo viene impiegato poco e male, finisce meno di altri nel calderone delle contestazioni: le uniche due partite in cui gli vengono concessi i 90′ sono il ritorno dei blindatissimi sedicesimi di Europa League e un’allucinante sconfitta 7-0 al Camp Nou in Coppa del Re, una macelleria messicana in cui Rodrigo gioca da prima punta e il pallone non gli arriva semplicemente mai. A fine marzo il Valencia è fuori da tutto e lo spettro di una retrocessione che manca esattamente da trent’anni è persino tangibile: per Neville non ci sono più scusanti, al suo posto arriva Pako Ayestarán, storico assistente di Rafa Benítez e da poco tornato nello staff valenciano. Rodrigo torna immediatamente al centro del progetto, contribuendo a quel tanto che basta per portare la nave in salvo; alla penultima giornata si toglie pure lo sfizio di segnare al Bernabéu in una prestazione gagliarda dei Ches, che perdono anche per l’errore a porta vuota (un pallonetto di sinistro insensato) di un irriconoscibile Cancelo e la misteriosa espulsione dello stesso Rodrigo nel finale.

Gli omaggi ortofrutticoli per Gary finirono ben presto, quantomeno in queste modalità

In panchina viene confermato Pako, nella sessione estiva il clima da assalto ai forni fa scappare alcuni tra i nomi più importanti: Mustafi, Alcácer, Gomes e Feghouli. Davanti arrivano un paio di giovani e, regalino del portoghese per il disturbo, un bolso Nani: il mister punta fortissimamente su Rodrigo. Ma il mister perde le prime quattro giornate di Liga, giocando un calcio frizzante ma fragilissimo, e Lim si gioca la carta Cesare Prandelli (dopo il solito intermezzo Voro: due vittorie su due, of course). Rodrigo comunque viene confermato punto fermo dell’avanguardia, gioca bene ed è protagonista di un inizio che fa ben sperare sul nuovo corso italiano. Poi qualcosa si rompe. L’ex capitano Parejo (già privato della fascia per atteggiamenti poco esemplari), discretamente alticcio in discoteca, si fa riprendere mentre non si comporta, né parla, da capitano; Prandelli fa la voce grossa con la società per ottenere i rinforzi richiesti a gennaio, possibilmente senza l’influenza di procuratori ammanicati, poi in conferenza stampa punta il dito sulla squadra.

Si arriva ad una situazione grottesca: qualcuno riprende indisturbato, all’interno del centro sportivo del Valencia, lo sciopero dei giocatori, che protestano contro la gestione tecnica disertando la seduta e presentandosi all’allenamento con 20 minuti di ritardo. La società glissa: è idealmente la fine dell’esperienza spagnola di Prandelli e della sua carriera ad alti livelli. Prima di iniziare una sessione d’allenamento paradossale, l’ex ct concede una pacca affettuosa a Rodrigo Moreno, l’unico presente all’allenamento all’ora stabilita, da solo tra birilli e cinesini come in un meme su Escobar.

Subito dopo Prandelli rilancia in conferenza stampa senza mezzi termini: “Fuori chi non ha serietà e professionalità, fuori chi non è contento, fuori chi non ama la maglia”. A fine dicembre, la proprietà, constatata la difficoltà nel tagliare tutti i lavativi, mette alla porta l’allenatore. Tocca di nuovo a Voro, stavolta non ad interim: buon girone di ritorno e salvezza agevole. In tutto questo, Rodrigo sparisce dai radar per un brutto infortunio alla caviglia a gennaio. Quando Rodrigo rientra in pianta stabile, in estate, sulla panchina c’è un asturiano con la faccia da attore, tutto d’un pezzo come il suo 4-4-2, che ha fatto meraviglie pochi chilometri più a nord, a Vila-Real, prima di essersi dimesso dopo una rissa con qualche elemento della squadra restio agli ordini.

Il seguito è storia nota: Marcelino si innamora del calcio di Rodrigo e lo rende stella polare dell’attacco, un regista offensivo che sa fare tutto bene e non si risparmia mai. In coppia con Zaza i due fanno scintille per tutto il girone d’andata. La prima sconfitta arriva solo a dicembre. Il nuovo Rodrigo Moreno Machado è un giocatore brillante, decisivo, finalmente con lo sguardo rivolto verso la porta e la libertà creativa di prendere palla anche all’altezza di metà campo per innescare combinazioni, specialmente con Guedes, con cui è letteralmente alla stessa pagina. Un attaccante completo, bravo a defilarsi per trovare lo spazio come a muoversi in area, a pressare come a lavorare di parete, a ricevere lontano come a combinare stretto: alla fine saranno 19 gol in stagione e 7 assist.

Manuale dell’attaccante

È anche il prototipo dell’attaccante che volevano in Spagna: non più un mestierante, seppur implacabile, alla Aduriz, non più un levriero da spazi aperti come Morata, neppure un concentrato di fisicità e rudezza come Diego Costa. Rodrigo è l’evoluzione tattica di David Villa, l’ultimo attaccante squisitamente tecnico rimasto nel cuore degli spagnoli: un 7, un 9 e un 10 insieme, capace di calarsi in qualsiasi situazione di gara. Per le retroguardie un inganno degno di un film di Billy Wilder quando ispirato, Lopetegui lo intuisce e lo porta al Mondiale, poi guidato da Hierro, che si affida maggiormente ai vecchi masnadieri; alla débâcle russa, fa seguito l’arrivo di Luis Enrique sulla panchina delle Furie Rosse. Lucho stravede per quel tipo di attaccante, manda un cesto di frutta a Del Bosque – che nel 2014 aveva già avuto l’intuizione felice di regalargli otto minuti contro il Lussemburgo e sottrarlo così al Brasile – e lo mette al centro di un attacco leggero ma letale, ripagato da due prestazioni sontuose alle due prime ufficiali contro Inghilterra e Croazia.

Intanto Lopetegui, che alla vigilia del mondiale ha firmato col Real Madrid di fatto autoesonerandosi, arrivato alla Casa Blanca, ha messo un foglio sul tavolo con alcuni nomi, pochi per la verità. Uno di questi era Rodrigo, lo stesso nome che nove anni prima aveva fatto il nuovo responsabile del settore giovanile arrivato da Vigo. Stavolta però il Valencia ha detto no, Marcelino ha detto mai, Rodrigo ha detto “chissà, forse un giorno”, ma intanto sta bene a Valencia: segna, bacia la maglia e fa esplodere i tifosi che non avevano smesso di apprezzarlo neanche quando sembrava un giovane già bollito, con tanta attitudine e poco altro in una squadra che di attitudine non ne aveva affatto.

A volte indossa la fascia da capitano, quando manca il nuovo e responsabile Parejo (uno che la cura Marcelino ha reso un altro uomo, non un altro giocatore), e qualcuno al Mestalla borbotta che forse la fascia la meriterebbe di più quel ragazzo carioca dal buffo accento galiziano, il “crumiro” che ha sempre onorato la maglia, con zero concessioni alla mondanità, un brasiliano atipico, che forse il destino voleva far crescere nella laboriosa ed austera Vigo, uno che, ci scommetteremmo, neanche ha mai visto la Malvarrosa.

A Valencia, tra le tante storie di disfatta e rinascita della città, campeggia il mito del Cid, figura leggendaria della Reconquista spagnola. Signore austero e stratega fantasioso, una sentenza per i nemici, un eroe per i valenciani, dominante, trascinante e fedele: adesso, nella città dei pipistrelli, qualcun altro, che ne incarna lo spirito fiero e mai domo, punta ad essere Campeador.