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Il 5 Gennaio 1953 andava in scena al Théâtre de Babylone di Parigi la prima di “Aspettando Godot”, una delle più famose e discusse opere teatrali di Samuel Beckett. Vladimiro ed Estragone sono due vagabondi che aspettano un certo “Godot”, un signore che ha dato loro appuntamento per un pasto caldo nel bel mezzo di una landa desolata. Il tempo scorre ma del Signor Godot non si hanno tracce e per ingannare l’attesa i due discutono dei problemi che affliggono le loro vite. A fine giornata un portavoce del Signor Godot si presenta ai vagabondi dicendo loro che il suo padrone non riuscirà a venire ma che verrà sicuramente il giorno seguente. Allorché Vladimiro ed Estragone si guardano e si chiedono: “Well, shall we go?”.“Yes, let’s go”. Ma nonostante decidano di andarsene in realtà non si muovono affatto.

Fin qui nulla di strano, senonché la scena si ripete all’infinito, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, sviluppando l’opera attorno alla condizione dell’attesa, associando il dramma al teatro dell’assurdo. Nel tempo l’opera di Beckett è diventata la rappresentazione di una situazione particolare, ossia quella nella quale si aspetta fiduciosi un avvenimento all’apparenza imminente ma che in realtà non accadrà mai. “Let’s go”. “We can’t”. “Why not?”. “We’re waiting for Godot”.

Del Signor Godot non si sa assolutamente nulla: chi sia, da dove venga e nemmeno che aspetto abbia. E allora, traendo ispirazione dall’opera stessa, prendiamoci la licenza di dare un seguito al carattere “assurdo” del dramma, immaginando i lineamenti principali del personaggio e provando a non fallire nell’ingrato e delicato compito di trascinare l’opera teatrale dall’ambito letterario a quello calcistico. Il nostro Godot è un ragazzo con un carattere spigoloso, all’apparenza scontroso e con lo sguardo sornione. Alle volte sembra troppo sicuro di sé, ma quando dimostra ciò che sa fare meglio risulta difficile dargli torto e l’eccesso di autostima passa in secondo piano, o quanto meno ne viene colto il motivo. Il nostro Signor Godot viene dalla Bielorussia e risponde al nome di Aleksandr Hleb.

Egocentrico, altezzoso, malizioso e incurante del giudizio altrui. Ma ha anche dei difetti.

I vagabondi seduti sulla panchina, invece, siamo tutti noi che lo abbiamo ammirato seminare talento all’alba della sua carriera, ai piedi di una scala che avremmo scommesso lo avrebbe portato rapidamente sul tetto del calcio mondiale; lì dove lui stesso ci ha dato appuntamento, lì dove ci ha illuso di poter arrivare, lì dove non si è mai presentato, lasciandoci a bocca asciutta. Il contesto socio-culturale col quale Hleb ha dovuto confrontarsi è forse stato uno dei fattori scatenanti di un carattere forte come il suo: servono spalle larghe e un’ingente dose di fiducia in se stessi per emergere nella Bielorussia dei primi anni ’90, sia per diventare un uomo nella vita di tutti i giorni che per provare a farsi strada nel mondo del calcio. Nel tempo, però, l’eccesso di autostima è diventato uno dei tratti salienti del suo temperamento, tant’è che dopo aver lasciato le giovanili della Dinamo Minsk per il Bate Borisov, i suoi nuovi compagni di squadra lo definiscono “troppo sicuro di sé”. Non male per un ragazzino di 17 anni.

Oltre alle spalle larghe, però, per sfondare nel calcio serve talento e il giovane Aleksandr ne ha da vendere. I confini nazionali iniziano a stragli stretti e all’alba del nuovo millennio si trasferisce in Germania, allo Stoccarda di Felix Magath, salendo un gradino, il primo di una lunga serie. “Let’s go”. “We can’t”. “Why not?”. “We’re waiting for Hleb”.

Stoccarda, parte prima.

Il ragazzino spocchioso arrivato dalla Russia Bianca dimostra grandi potenzialità ma la Bundesliga, seppur ancora lontana dai livelli raggiunti nel decennio successivo, non è la Vysšaja Liha e Stoccarda non è Borisov. Hleb è gracile e longilineo e Magath impiega non poco a fargli vedere il campo. I suoi progressi e le sue capacità tecniche, però, sono sotto gli occhi di tutti e pian piano il tecnico tedesco lo inserisce sempre più negli schemi del suo Stoccarda, fino a ritagliarli un ruolo da ala sinistra titolare. Hleb prende in mano la squadra e ne diventa in poco tempo la sua stella più luminosa, cambiando appena possibile un triste ed insignificante #15 con un #10 più adatto a soddisfare tutto il suo ego.

Aleksandr è a tutti gli effetti un giovane talento in rampa di lancio con mille occhi puntati addosso, anche se due in particolar modo: sono gli occhi di un allenatore in grado di intravedere il talento anche sotto diversi strati di foglie e capace di trasformare una pietra grezza in un prezioso diamante: Arsène Wenger. L’ingegnere di Strasburgo non perde tempo e nel 2005 porta Hleb a Londra, permettendogli di essere uno degli ultimi a venire illuminato dai riflettori del leggendario Highbury. La scalata del bielorusso continua, ma la vetta è ancora lontana. “Let’s go”. “We can’t”. “Why not?”. “We’re waiting for Hleb”.

L’avvio è traumatico: i ritmi della Premier non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelli della Bundes; Hleb è spaesato e durante gli allenamenti non rende come vorrebbe. La sua spropositata autostima inizia a mostrare i primi segni di cedimento, ma Wenger crede fermamente in lui e gli concede tutto il tempo necessario per ambientarsi, senza pressioni. Pian piano Aleksandr prende dimestichezza col suo nuovo mondo, nonostante il suo fare spocchioso non lo aiuti sicuramente ad adattarsi ed inserirsi in un contesto composto da personalità forti ed “ingombranti” come – tra le altre – Henry, Bergkamp, Campbell e Pirès.

“Trova qualcuno che ti guardi come Hleb guarda Wenger.” semicit.

Mentre a Stoccarda poteva permettersi il lusso di essere la stella della squadra, nel Nord di Londra Hleb ha dovuto ridimensionare il proprio ego, come dimostra la scelta di un umilissimo #13. Il suo talento è ormai sotto gli occhi di tutti e non è un caso che il suo nome sia ricordato tra quelli che, sotto il diluvio di Saint Denis, si sono visti soffiare da sotto il naso una Champions League dal sapore storico. Dopo solo un anno Hleb è al centro dell’Arsenal. Là in alto, certo, ma non ancora abbastanza.

Il marchio di fabbrica di Aleksandr Hleb non è una di quelle giocate che si consumano in un istante, come un tiro a giro sul secondo palo, un doppio passo o un tocco con l’esterno del piede, bensì un’azione prolungata nel tempo, un insieme equilibrato di più giocate diverse tra loro che si mescolano e formano un mix inspiegabilmente omogeneo ed armonioso. L’azione classica di Hleb è una serie infinita di eleganti finte di corpo molto simili ad un passo di danza e di carezze insistite al pallone: parte, si ferma, ritorna, riparte, si riferma. Prova e riprova finché non disorienta l’avversario al punto di trovare lo spiraglio giusto, un pertugio lasciato scoperto dentro al quale si infila deciso a testa bassa senza pensarci oltre, cambiando improvvisamente marcia e dando il La ad un’azione offensiva, impreziosita dalla superiorità numerica da lui stesso creata e da una galoppata palla al piede devastante, una di quelle che troverebbe nella Cavalcata delle Valchirie il giusto accompagnamento musicale di sottofondo.

Hleb è innamorato del pallone e non gioca quasi mai di prima, ma la sua ricerca esasperata e solitaria del dribbling – che sia uno contro uno piuttosto che uno contro tutti – è sempre propedeutica ad un’azione collettiva, di squadra. Così facendo, infatti, l’esterno bielorusso attira su di sé uno o più avversari, creando due diverse situazioni: in una riesce nel dribbling, nell’altra passa il pallone ad un compagno posizionato meglio, smarcatosi nello spazio proprio grazie ai suoi movimenti.

 

Alle volte sembra che vada a cercare “la guerra” consapevolmente, anche quando potrebbe preferire una giocata facile e scontata, quasi come se volesse dimostrare a sé e agli altri di non essere abituato a scegliere la strada più facile, di saper affrontare ogni sfida a testa alta e di poterne uscire sempre vincitore. Il suo stile altezzoso e vanitoso non è altro che un aspetto che il suo carattere trascina inconsciamente sul terreno di gioco, ma nonostante la voglia di tenere il pallone tra i piedi più del dovuto possa far pensare ad un egoista affetto da manie di protagonismo, Hleb si mette a disposizione dei compagni di squadra dimostrando grande generosità ed altruismo, sia sul piano della corsa e della grinta sia su quello degli assist, soprattutto grazie ad una visione di gioco superlativa ed un destro più che educato che fanno di lui uno di quei trequartisti atipici esiliati sulla fascia.

In certi frangenti sembra poter essere l’unico in grado di governare con intelligenza ed eleganza situazioni di caos ordinato da lui stesso create, nelle quali sembra possa perdere sia equilibrio che pallone da un momento all’altro, salvo poi trovarsi misteriosamente fuori dalla tempesta in un battito di ciglia, a tu per tu col portiere o con la seconda linea di difesa avversaria. L’unico in grado di dare il tempo alle sue azioni, di capire quand’è il momento di passarla o di cambiare marcia, agitando maniche e pantaloncini forse della taglia giusta per il suo ego ma decisamente troppo larghi attorno alla sua silhouette esile e filiforme.

Nei tre anni passati all’ombra del Big Ben, il ragazzo di Minsk con il volto da frontman di una boyband di metà anni 2000 ha saputo lavorare su se stesso, migliorandosi esponenzialmente anno dopo anno e dando ragione alla fiducia che Wenger aveva riposto in lui. A 27 anni Hleb è diventato un centrocampista offensivo di ottimo livello, ma per essere considerato tra i migliori manca ancora qualcosa. Così decide di accettare la corte del Barcellona, credendo che giocare in una squadra di livello superiore potesse aiutarlo a salire quell’ultimo gradino.“Let’s go”. “We can’t”. “Why not?”. “We’re waiting for Hleb”.

La stagione blaugrana di Hleb riassunta in un fotogramma.

Ancora non lo sa, ma la decisione che ha appena preso si rivelerà essere la più sbagliata della sua carriera; l’inizio di un’inesorabile picchiata che tuttora, a distanza di 10 anni, sembra non ne voglia sapere di arrestarsi. Il suo apparire svogliato ed arrogante si scontra duramente fin da subito con le pretese di Pep Guardiola il quale, a differenza di Wenger, non gli concede tempo e lo confina ai margini della rosa, cucendogli su misura il ruolo della comparsa. Dopo una sola stagione inizia una raffica di prestiti che lo spinge in uno sconcertante vortice involutivo e che lo fa scivolare rovinosamente lungo tutti quei gradini saliti con fatica in 8 anni. La lista delle scelte sbagliate prende una piega tragicomica con il “no” all’Inter del triplete e con il “sì” al triste ritorno allo Stoccarda, con uno strano approdo al Birmingham e con un disperato ultimo tentativo al Wolfsburg, fallendo miseramente ed inspiegabilmente ovunque cerchi di riguadagnare credibilità.

Che fine ha fatto l’Aleksandr Hleb sfacciato e sicuro di sé che dribblava qualsiasi cosa si trovasse davanti? Che fine ha fatto la forza della natura che partiva palla al piede e tagliava in due le linee avversarie facendo girare la testa a chiunque provasse a contenerlo? Possibile che non abbia saputo tenere fede alle promesse fatte? Possibile che tutti noi ci sbagliassimo riguardo alle sue potenzialità, sopravvalutandolo per colpa di una delle più classiche cotte calcistiche? Com’è possibile spiegare razionalmente un tracollo così improvviso?

Mentre proviamo a dare una risposta ai tanti interrogativi, nel Gennaio 2012 Hleb dà l’ultima sterzata improvvisa alla sua vita calcistica rinunciando clamorosamente ai riflettori del calcio che conta, decidendo di bazzicare ripetutamente tra Russia, Turchia e Bielorussia vestendo le maglie di Krylya Sovetov, Konyaspor, Gençerbirliği e Bate Borisov. Un colpo di scena che pone definitivamente fine alle speranze di una possibile rinascita e che ridimensiona notevolmente una seconda parte di carriera ai limiti dell’assurdo, indecifrabile e priva di qualsivoglia filo logico, piena di ambiguità ed incertezze, proprio come la magistrale opera di Beckett.

Da Borisov a Borisov: dopo Russia e Turchia Hleb ha chiuso il cerchio.

La carriera di un uomo con un carattere talmente particolare da essere stato al tempo stesso sia la sua forza che la sua debolezza: senza un temperamento come il suo sarebbe stato ragionevolmente impossibile uscire dall’anonimato di un campionato come quello bielorusso, ma è stata la sua stessa natura a tratti vanitosa e presuntuosa a toglierli tutto ciò che si era guadagnato, trasformandosi di colpo da forza trainante in macigno.

E se il primo atto della vita calcistica di Aleksandr Hleb è stato un dramma da applausi e standing ovation stracolmo delle più rosee aspettative che ha lasciato la platea col fiato sospeso, il secondo si è rivelato più simile ad una tragedia segnata da un triste e deprimente climax discendente che si snoda attorno ad una serie di scelte sbagliate e di rimpianti che hanno malinconicamente accompagnato il protagonista lungo l’ormai inesorabile viale del tramonto e che hanno lasciato noi spettatori con l’amaro in bocca. Il Signor Hleb, alla fine, nonostante le ripetute promesse, non ha mantenuto la parola data e ha tradito la nostra fiducia.“Well, shall we go?”.“Yes, let’s go”.