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Quella del calcio è un’economia estremamente solida. Iscrivere una squadra a un campionato professionistico costa un mucchio di quattrini, la situazione delle serie minori italiane è lo specchio di quanto sarebbe meglio, per alcuni signori, lasciar perdere il pallone e investire in qualcos’altro, o magari lasciar perdere e basta.

Nonostante ciò, se parliamo di economia calcistica, intesa come economia di quella fascia di club in grado di muovere un certo ammontare di capitale senza subire conseguenze finanziare, allora è abbastanza evidente che l’economia del calcio sia solida. Per quanto alcuni giornalisti della nostra stampa afferiscano a misteriose “bolle” destinate a scoppiare, ad oggi la solidità finanziaria di un club viaggia a doppio filo con la sua capacità di generare utenti. Non tifosi, utenti.

Perché una banca o un fondo d’investimenti dovrebbero prestare dei soldi al Barcellona o al Bayern Monaco o al Manchester United? Perché ci sono milioni di persone che comprano il biglietto, acquistano la divisa da gioco, perché ci sono società che ritengono sia valido sponsorizzare, anno dopo anno, queste squadre, perché ci sono contratti televisivi che dimostrano di avere un numero di abbonati tale da garantire la sopravvivenza di certi esborsi per i diritti tv.

Quindi probabilmente l’assunto è sbagliato: quella del calcio non è un’economia estremamente solida, altrimenti non avremmo una serie B amputata e un non invidiabile storico di 38 società fallite dal 2013 e ben 153 negli ultimi quindici anni (fonte Sky Sport). Direi che l’economia calcistica ha di che preoccuparsi, mentre l’economia “supercalcistica” non ha niente a che vedere con questi numeri, viaggia su realtà alternative, lontana secoli dalla situazione dei club sopracitati.

La cosa ironica è che esiste un sistema che prevede la partecipazione allo stesso campionato di conglomerati economici con pochissimi tratti in comune. Non c’è niente di male per società di dimensioni ridotte ambire a sfidare le più grandi squadre al mondo, eppure questo sistema non ha nulla di concorrenziale, nulla di imprevedibile, è un monopolio naturale inscalfibile per le ragioni elencate precedentemente (utenti, magliette, prestiti, ci siamo capiti no?). Dal momento che questo monopolio esiste è ora di pensare realmente a trasferirlo in un nuovo contenitore, poiché continuare a sperare in non meglio precisate misure restrittive contro colossi come PSG o Manchester City è, francamente, irrealistico. Esiste un calcio e un “supercalcio”, di conseguenza dovrebbero esistere numerose leghe e una “superlega”.

superlega

L’associazione che più sta premendo per la creazione di una “superlega” è l’ECA presieduta da Andrea Agnelli.

Due campionati diversi

Dai documenti pubblicati da Football Leaks emerge come, anche all’interno della FIFA, il “governo del cambiamento” non sia poi questo mutamento geologico tale da imporre il riassetto dei continenti. Per quanto Gianni Infantino si sia presentato come il volto pulito di un’intellighenzia calcistica colpevole di numerosi reati, la sua presidenza si sta dimostrando molto simile alla precedente amministrazione Blatter. Intendiamoci, il comportamento tenuto da Infantino nei casi di PSG e Manchester City non è fraudolento ma la componente etica e la capacità di aggirare il regolamento ricordano le manovre orchestrate dal potente predecessore, tese soprattutto al tornaconto dell’organizzazione e non alla regolarità del gioco. Dal momento che sono ormai quasi dieci anni che il Fair Play Finanziario agisce all’interno dei campionati UEFA è necessario riconoscere il problema: il FFP, impiegato sui più grandi club europei, è un fallimento totale.

Non è colpa di chi ha scritto la legge, né di chi negli anni l’ha interpretata, è colpa di chi ha voluto credere che, inserendo una serie di normative sulla sostenibilità degli investimenti nelle squadre di calcio, si sarebbe arrivati a un gioco più equo in cui società che fatturano oltre mezzo miliardo di euro avrebbero tenuto una bilancia acquisti/cessioni paragonabile a quella di società che fatturano “solo” decine di milioni.

Non sono sbagliate le risposte (magari non sono le migliori, ma insomma), sono sbagliate le domande, profondamente sbagliate. La questione non può essere quella di trovare un modo per rendere più equo un business in cui i ricavi delle tre società che guadagnano di più sono l’equivalente dei ricavi delle undici squadre tra la ventesima e la trentesima posizione. Sarebbe come chiedere ad Apple di non investire così tanto in ricerca e sviluppo perché anche la Nokia deve vendere telefonini. Apple e Nokia giocano, fondamentalmente, in due campionati differenti perché il volume di affari dell’una non è paragonabile con quello dell’altra.

Se la UEFA adotterà una certa forma di socialismo nel corso dei prossimi anni allora non serviranno a molto queste righe, ma dal momento che il pensiero Marxista-Leninista è piuttosto lontano dal modus operandi dei CEO delle società calcistiche, bisogna operare dei cambiamenti rilevanti. La “superlega” esiste già, solo che non si vede.

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Poi tutto è possibile, ci mancherebbe…

Esaminando l’albo d’oro degli ultimi vent’anni nei primi cinque campionati europei – il discorso si potrebbe estendere anche al resto dei campionati UEFA ma, per limitato peso economico e per semplicità, evitiamo – il velo di Maya cade: in Premier League hanno vinto cinque squadre (quattro senza la cavalcata del Leicester, evento più unico che raro), in Liga cinque squadre (di cui l’85% Real e Barcellona), in Serie A cinque squadre (di cui il 90% Juventus, Milan e Inter), in Bundesliga sei squadre (di cui il 70% il Bayern Monaco), in Ligue 1 nove squadre (era un campionato molto equilibrato, adesso tra la prima e la seconda squadra per ricavi ci sono quasi 300 milioni di euro l’anno). La concorrenza è una brutale illusione.

Salary cap

Dal momento che sono emersi, sempre grazie a Football Leaks, documenti che attestano quantomeno l’esistenza di un discorso esplorativo portato avanti dai principali club europei riguardo la creazione di una “superlega”, un utile esercizio potrebbe essere quello di immaginarsi l’assetto di un campionato disputato da sedici top team.

Bisognerebbe partire dall’idea che, nonostante una “superlega” tenda a parificare i valori in campo proponendo soltanto l’élite del calcio europeo, una forma di controllo sulle spese effettuate dai club partecipanti è comunque necessaria. Club come Real Madrid, Barcellona, i due di Manchester, PSG, avrebbero comunque un monopolio consolidato nell’ingaggio di giocatori rispetto a realtà come Roma, Olympique Marsiglia ma anche le due squadre di Milano. Dal momento che il FFP risulterebbe ancora più inutile in un format come quello di cui stiamo parlando, sarebbe auspicabile l’inserimento di un salary cap sul modello delle leghe americane (attenzione: il modello americano non è replicabile per una serie di ragioni ma nulla vieta di prendere spunto per costruire un modello alternativo altrettanto efficiente). Un tetto di stipendi oltre il quale, tendenzialmente, non si può andare.

Allo stesso tempo sarebbe opportuno valutare quanti soldi si possono spendere in una singola campagna acquisti. Non stiamo parlando di restrizioni legate alla sostenibilità dei conti del club, nessuna delle sedici squadre rischia di andare in default (salvo consegnarsi a oscuri investitori asiatici, ma in Via Aldo Rossi dovrebbero aver imparato la lezione), bensì stiamo discutendo di un sistema capace di fornire una certa alternanza al vertice anno dopo anno. Vince chi investe meglio, chi progetta meglio, chi, a quasiparità di condizioni, gioca meglio a calcio. Una lega chiusa, che deve imporsi delle regole nuove, non può non partire dalla consapevolezza che il risultato della singola squadra è importante, ma quello della lega lo è molto di più.

Se il Barcellona spendesse per cinque stagioni consecutive 100 e la Roma 30 probabilmente la squadra capitolina si defilerebbe dal progetto e tornerebbe a giocare il campionato italiano. La “superlega” ha senso solo nel momento in cui tutte le squadre partecipanti hanno le armi per vincere un campionato prima o poi. Se oggi Roma e Barcellona giocassero nello stesso campionato la Roma non lo vincerebbe mai. Potrebbe anche vincere delle partite contro i blaugrana (i tifosi romanisti hanno ancora negli occhi il gol di Manolas) ma, sulla distanza di una stagione, ci sarebbe troppa differenza per immaginare di vedere le due squadre vicine in classifica (il discorso vale anche per OM, Milan, Inter, sempre basandosi su quelle squadre elencate da Football Leaks).

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Punti di domanda

Ovviamente l’idea di una “superlega”, ancora in una fase embrionale, solleverebbe più di qualche dubbio. Anzitutto bisogna constatare che il Fair Play Finanziario ha fallito nel rendere il calcio più equilibrato ma ha ottenuto dei risultati nel renderlo più sostenibile. Nulla vieta di mantenere in vigore, al di fuori della “superlega”, un sistema che impedisca alle società di andare in default, anzi sarebbe auspicabile che le squadre iscritte a un campionato riescano a sostenere le spese per disputarlo. Per cui ben venga un Fair Play Finanziario che monitori e armonizzi le spese dei club europei, ma avrà senso solo quando non esisteranno più squadre capaci di aggirarlo con irrisoria facilità.

Un altro punto di domanda sarebbe legato ai campionati nazionali; svuotati dei migliori interpreti, la competizione ne risentirebbe in termini di qualità dei singoli giocatori ma non è necessariamente vero che ne risentirebbe lo spettacolo. Certamente pensare una serie A senza Juventus, Inter, Milan e Roma è un esercizio di per sé difficile, eppure sarebbe interessante vedere come si riassesterebbe il calcio nostrano dopo un tale shock.

Il Napoli partirebbe favorito, Lazio e Fiorentina avrebbero buone chance di contendere il titolo (non parlo di traslare il discorso alla stagione attuale, ma di partire da un ipotetico anno x), squadre come Atalanta, Torino, Sampdoria potrebbero regalare stagioni esaltanti per piazze che meriterebbero un sussulto reso impossibile dai rapporti di forza vigenti nel campionato italiano (ma il discorso calza molto bene anche per gli altri quattro campionati che perderebbero i club più forti).

E il miracolo Leicester? È vero, nel 2016 una squadra destinata a un campionato da metà classifica ha ribaltato il tavolo da gioco portandosi a casa l’intero piatto. Tutte le big hanno fallito la stagione, il Tottenham si è rivelato un avversario fin troppo fragile, a Leicester una stagione così non verrà mai dimenticata. Cavalcate del genere, da mito narrativo di Davide contro Golia, sarebbero destinate a scomparire con l’introduzione di una “superlega”? Probabilmente ne vedremmo molte di più, per il semplice fatto che, a steccare la stagione, non dovrebbero essere cinque o sei squadre ma un paio, al massimo tre, le condizioni per un altro miracolo Leicester (che comunque è stato costruito grazie a sostanziosi investimenti e uno scouting capace di raccogliere dalla “spazzatura” degli ottimi giocatori come Kanté, Mahrez, Vardy, Drinkwater) sarebbero possibili in molti più contesti, svuotati di quell’insopportabile retorica che costringe a paragonare qualsiasi buon risultato di una piccola al capolavoro dei ragazzi di Ranieri, riempiti invece di quel sentimento di rivalsa strozzato ogni volta dalle superpotenze europee. Queste squadre non dovrebbero inseguire miracoli, bensì lavorare per costruire un progetto, in attesa del momento giusto.

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La “superlega” potrebbe accontentare tutti, tranne la UEFA e la FIFA. Su queste pagine, però, non troverete particolare simpatia nei confronti delle due associazioni regine del calcio moderno, di conseguenza se non saranno in grado di rendere il gioco più equo lascino che sia qualcun altro a farlo. Finora hanno lasciato correre così bene…